lunedì 28 settembre 2026
Non sempre siamo consapevoli di vivere in un mondo profondamente interconnesso. Eppure, la percezione che abbiamo della realtà dipende in buona misura proprio da questa consapevolezza. Essere consapevoli non significa estraniarsi dal mondo in cui viviamo, ma comprendere che tutto ciò di cui veniamo informati non corrisponde necessariamente alla realtà: può essere, anche inconsapevolmente, il risultato di una manipolazione. Le nostre scelte informative, per quanto legittime, non sono mai completamente neutrali. Sono scelte e, proprio per questo, dovremmo affrontarle mantenendo sempre, per principio, un atteggiamento di diffidenza e di attenzione critica. I social network, in sé, sono semplicemente uno strumento: non sono né buoni né cattivi. Il problema nasce quando non sviluppiamo la capacità di porci, di fronte a ciò che ci viene proposto, una domanda fondamentale: a quale scopo viene diffuso questo messaggio? Senza questa forma di diffidenza preventiva rischiamo di finire dentro vere e proprie bolle informative, nelle quali la realtà viene progressivamente deformata e sostituita da una rappresentazione costruita.
Per cultura siamo portati a pensare che le persone siano fondamentalmente buone, e molto probabilmente la maggioranza lo è. Tuttavia, ciò che ci viene raccontato con maggiore frequenza sono soprattutto le cattive notizie. La loro conoscenza svolge certamente una funzione importante: ci rende più attenti e ci permette di riconoscere i rischi. Ma può produrre anche un effetto distorsivo, portandoci a percepire il pericolo come qualcosa di generalizzato. Pensiamo, per esempio, al tema della sicurezza. Se siamo continuamente esposti a notizie relative a crimini, violenze e situazioni di pericolo, possiamo arrivare a percepire la società nel suo complesso come molto più insicura di quanto non sia realmente. È proprio questo meccanismo che oggi viene utilizzato anche in politica per deformare la percezione della realtà. E si rischia, stupidamente, di trasformare la società in due tifoserie contrapposte, come due squadre da stadio che litigano ciascuna in nome della propria verità. In questo modo si alimenta uno scontro sociale costruito spesso sul nulla, elevato a pregiudizio a difesa della propria visione e dunque identità.
Se tutto ciò avviene in buona fede, il risultato è comunque pericoloso. Se invece è consapevolmente costruito, può diventare una vera e propria operazione di distrazione di massa. Ben diversa è la natura del conflitto sociale. Il confronto democratico presuppone che esistano proposte diverse, anche profondamente contrapposte, rispetto a un problema che entrambe le parti riconoscono e che entrambe sanno di dover affrontare. Il conflitto, in questo caso, diventa uno strumento di confronto e non una guerra permanente nella quale vale il principio del mors tua, vita mea, tipico delle dittature, dei cinici, degli opportunisti e dei narcisisti.
La logica dello scontro sociale, anche quando viene sostenuta da una sola parte, finisce però per diventare funzionale anche all’altra. Chi viene attaccato è infatti costretto a reagire e a contrastare quella narrativa, contribuendo, paradossalmente, ad alimentarla. È il classico effetto boomerang. È in questo contesto che si colloca, a mio avviso, il comportamento di quella che definirei una pseudo-sinistra: invece di contrastare un governo legittimamente eletto attraverso strategie di politica economica e sociale, e quindi creare le condizioni per un confronto capace di stimolare e condizionare l’azione del governo, sembra spesso ridursi alla propaganda, agli slogan e alla demagogia. Gli esempi, secondo questa lettura, sono numerosi:
1) Difendono la sanità pubblica, dopo aver contribuito negli anni alla sua privatizzazione;
2) Invocano il salario minimo, dopo aver favorito la precarizzazione del lavoro e l'erosione della contrattazione e dei salari;
3) Propongono il contrasto all’inflazione, dopo aver sostenuto la privatizzazione di aziende pubbliche strategiche che avrebbero potuto svolgere una funzione di contenimento rispetto alle speculazioni del mercato;
4) Denunciano la mala giustizia, ma allo stesso tempo hanno difeso la cosiddetta casta opponendosi alla riforma del sistema giudiziario;
5) Parlano di accoglienza, ma spesso lasciano poi le persone accolte a sé stesse, nell’abbandono sociale, arrivando persino a utilizzarle strumentalmente nel confronto politico contro il governo;
6) Parlano di inclusione, ma finiscono per difendere anche comportamenti illegali compiuti da immigrati, mettendo in difficoltà proprio gli immigrati che hanno scelto la strada e vivono nell’integrazione;
7) Parlano di democrazia, ma rischiano di trasformarla in un valore di cui si considerano gli esclusivi custodi, stabilendo chi sia democratico e chi non lo sia;
8) Gridano al fascismo alle porte, senza accorgersi che finiscono per adottare atteggiamenti autoritari (fascisti) nei confronti di chi non condivide le loro posizioni, omettendo a loro stessi il proprio Dna comunista mai completamente rinnegato, anzi dai loro giovani rilanciato.
Naturalmente, fascismo e comunismo appartengono a due esperienze storiche ormai concluse. Ciò che sopravvive, non sono le ideologie nella loro forma originaria, bensì mentalità autoritarie, che è comodo denominarle fasciste, per far vivere ciò che è morto, ma in realtà si tratta di comportamenti umani, perché l’autoritarismo appartiene alla natura stessa dell’essere umano, e la storia ne è una prova purtroppo. Se fossi uno psichiatra, potrei dire provocatoriamente che questa pseudo-sinistra presenta tutti i sintomi dell’isteria e della schizofrenia, accompagnati da evidenti comportamenti bipolari, viste le continue amnesie rispetto al proprio operato negli ultimi trent’anni di questa Seconda Repubblica.
Ma, al di là della provocazione, il problema politico è un altro. La politica, intesa come strategia e come visione della società, era una delle caratteristiche di una classe dirigente che, pur con tutti i suoi limiti, era presente in molti esponenti comunisti della Prima Repubblica. Oggi, invece, questa pseudo-sinistra sembra essersi progressivamente trasformata in una macchina di propaganda e marketing. Se ieri il modello culturale di riferimento, nonostante le numerose manipolazioni operate sui suoi scritti, dalla tradizione comunista e togliattiana, poteva essere Antonio Gramsci, oggi sembra essere diventata Wanna Marchi.
E allora una domanda diventa inevitabile: come è stato possibile arrivare fino a questo punto? Tutte le rivoluzioni, specialmente quelle cruente, producono cambiamenti ma al tempo stesso buttano via il bambino con l’acqua sporca. Se da un lato predicano il bene comune e una maggiore giustizia, dall’altro la violenza delle loro modalità fa emergere il peggio della natura umana – nonostante la buona fede di tanta gente comune. Un esempio chiaro è stata la falsa rivoluzione mediatica-giudiziaria, il cui vero obiettivo era eliminare una classe politica che si opponeva alla svendita e alla privatizzazione delle imprese pubbliche. Per riuscirci, si è convinta l’opinione pubblica che chiunque potesse fare politica meglio di una classe dirigente bollata come corrotta. Ma avere un’opinione politica è ben diverso dall’essere classe dirigente, e i risultati oggi sono sotto i nostri occhi.
Una vera classe politica possiede una visione della società e delle relazioni internazionali; oggi, invece, la politica si è ridotta a puro marketing e propaganda. Si stimola l’invidia sociale e si negano i valori democratici trasformando gli avversari in nemici. Le coalizioni diventano ammucchiate caotiche nate per vincere e non per governare, mentre l’elettorato viene polarizzato solo per coprire l’assenza di progetti, offrendogli un bersaglio da odiare. Persino le scelte di buon senso del governo vengono manipolate e date in pasto a chi necessita di un “antifascismo paradossalmente fascista” per trovare un’identità. Si rinuncia così a un’opposizione di merito, capace di incalzare il governo ed edificare un’alternativa credibile. La cultura e le idee vengono messe da parte in favore di un’interpretazione autoritaria dell’egemonia culturale di stampo gramsciano, riadattata alle dinamiche del marketing aggressivo tipiche della società digitale.
di Roberto Giuliano