lunedì 28 settembre 2026
A Venezia hanno scelto un nome semplice per un progetto rivolto agli anziani e alle persone che se ne prendono cura, “Non siete soli!”. Dal 10 ottobre, nella città antica, offrirà gratuitamente sostegno psicologico a domicilio, orientamento ai servizi sociosanitari e momenti di incontro, rivolgendosi non soltanto agli anziani ma anche ai loro familiari. Potrebbe sembrare una delle tante iniziative locali destinate a occupare poche righe nelle cronache, e invece racconta qualcosa che riguarda l’Italia intera e forse uno dei problemi sociali più grandi dei prossimi decenni, perché dietro quelle tre parole, “non siete soli”, ce n’è una quarta che dovremmo cominciare a pronunciare con maggiore attenzione: famiglia.
Per moltissimo tempo abbiamo costruito una parte consistente del nostro sistema di cura dando per scontato che la famiglia ci fosse, non necessariamente nei bilanci pubblici ma certamente nelle nostre vite. Quando una persona diventava anziana, fragile o non più autosufficiente, da qualche parte compariva qualcuno, una moglie, un marito, molto spesso una figlia, qualche volta un figlio o una sorella, che telefonava al medico, ritirava le medicine, accompagnava a una visita, preparava da mangiare, faceva la spesa, controllava le bollette, prendeva un permesso dal lavoro, si alzava di notte perché aveva sentito un rumore nella stanza accanto, rinunciava a un sabato, a una vacanza e qualche volta a una parte consistente della propria vita. Tutto questo era lavoro anche se raramente lo chiamavamo così, era welfare anche se non compariva nella spesa pubblica, ed era soprattutto quella trama quotidiana della cura senza la quale nessun sistema sanitario e assistenziale avrebbe potuto reggere.
Quella persona esiste ancora in milioni di case italiane, ma continuiamo a organizzare il futuro come se fosse scontato che esisterà anche domani, mentre i numeri cominciano a raccontare qualcosa di molto diverso. Secondo le più recenti previsioni dell’Istat, nel 2025 in Italia sono circa 4,6 milioni le persone con almeno 65 anni che vivono sole e nel 2050 potrebbero diventare 6,6 milioni, mentre tra gli ultrasettantacinquenni si passerebbe da circa tre milioni a 4,7 milioni. Non sta cambiando soltanto l’età del Paese, sta cambiando la sua struttura elementare, perché le famiglie diventano più piccole e la loro dimensione media dovrebbe scendere dai 2,20 componenti del 2025 a 1,98 nel 2050. Dietro quei decimali apparentemente insignificanti ci sono meno figli, meno fratelli e sorelle, meno persone nella stessa casa e reti parentali progressivamente più sottili.
Ma vivere soli non significa necessariamente essere soli, ed è proprio su questa distinzione che dovremmo fermarci. Una persona anziana può abitare da sola e avere intorno figli, nipoti, amici, vicini, può cioè continuare a essere custodita da una rete di relazioni che non compare sullo stato di famiglia ma diventa decisiva quando accade qualcosa. La domanda non è allora soltanto quante persone abitino sotto lo stesso tetto, ma quante possano essere chiamate quando arriva una febbre, quando bisogna andare dal medico, quando si cade in bagno o semplicemente quando una giornata diventa troppo lunga per attraversarla da soli. Secondo l’Istat, tra gli ultrasettantacinquenni che vivono soli il 92,8 per cento dichiara di poter contare sui parenti, il 58,9 per cento sugli amici e il 69,2 per cento sui vicini. È una geografia della cura che va già molto oltre le pareti di casa.
È forse questo il crinale sul quale dovremo ripensare la cura nei prossimi decenni, perché mentre la famiglia si restringe la cura comincia necessariamente a cercare altri luoghi nei quali abitare, nel vicino, nell’amico, nel volontario, nell’associazione, nel quartiere, nei servizi pubblici e in tutte quelle reti informali che per molto tempo abbiamo considerato accessorie e che potrebbero diventare una delle infrastrutture sociali più importanti del futuro. Il welfare di una società anziana non sarà soltanto una questione di pensioni, ospedali, residenze sanitarie o assistenza domiciliare, ma sempre più una questione di presenza umana.
Abbiamo società tecnologicamente capaci di controllare a distanza il battito cardiaco di una persona, ricordarle attraverso un dispositivo quando deve assumere una compressa, rilevare una caduta e avvertire automaticamente un servizio di emergenza, e sono possibilità preziose che diventeranno sempre più importanti, ma nessun sensore può diventare una figlia. Può segnalare che una persona è caduta ma non sedersi accanto a lei dopo che è stata rialzata, può ricordarle una medicina ma non accorgersi che da tre giorni parla meno, può misurarne il sonno ma non domandarle come sta e rimanere abbastanza a lungo da capire che la prima risposta non era quella vera. La tecnologia potrà sostenere enormemente la cura, liberare tempo, aumentare la sicurezza e consentire a molte persone di vivere più a lungo nella propria casa, ma difficilmente potrà sostituire quella relazione senza la quale la cura rischia di ridursi alla semplice manutenzione di un corpo.
Per questo l’invecchiamento italiano non può essere raccontato soltanto come un problema di sostenibilità economica. Continuiamo giustamente a domandarci quanti lavoratori serviranno per sostenere le pensioni di una popolazione sempre più anziana e quanto costerà un sistema sanitario chiamato a rispondere a bisogni crescenti, ma accanto alla domanda su chi pagherà dovremmo cominciare a porcene un’altra, molto più concreta e forse persino più difficile: chi entrerà materialmente in quelle case? Per decenni abbiamo risposto senza neppure avere bisogno di formulare la domanda, perché ci avrebbe pensato la famiglia. Ma la famiglia sulla quale abbiamo costruito quella risposta sta cambiando e non serve né rimpiangere quella di ieri né immaginare di poterla ricostruire per decreto, serve prendere atto che una società composta da nuclei più piccoli e da milioni di persone anziane sole dovrà inventare nuove forme di prossimità.
Il punto non sarà sostituire la famiglia con lo Stato e nemmeno continuare a lasciare alla famiglia ciò che lo Stato non riesce a fare, perché questa alternativa appartiene probabilmente a un mondo che sta scomparendo. Bisognerà costruire qualcosa in mezzo, comunità capaci di riconoscere la cura come responsabilità condivisa, servizi pubblici che non intervengano soltanto quando la fragilità è diventata emergenza, quartieri nei quali il vicino possa tornare a essere una risorsa e non semplicemente la persona che abita dietro un muro, senza per questo trasformare la solidarietà in un obbligo morale imposto a chi già fatica a reggere la propria vita.
E soprattutto bisognerà imparare a vedere chi cura, perché dietro ogni anziano assistito c’è spesso un’altra persona che a sua volta invecchia, si stanca, lavora, rinuncia e qualche volta si ammala. La grande invisibilità del nostro sistema non riguarda soltanto chi ha bisogno di assistenza, ma anche chi per anni gliela offre, quasi sempre senza che quel tempo, quella fatica e quelle rinunce acquistino piena cittadinanza nel discorso pubblico. È forse questo il merito più interessante del piccolo progetto veneziano, che rivolge il suo “non siete soli” anche ai familiari e riconosce qualcosa che per troppo tempo abbiamo considerato ovvio: anche chi sostiene può avere bisogno di essere sostenuto.
Possiamo allora cominciare oggi a immaginare una società capace di custodire la prossimità anche quando la parentela non basta più oppure aspettare che sia la demografia a porci brutalmente la questione. La cura avrà bisogno di denaro, competenze, servizi e tecnologia, ma continuerà ad avere bisogno soprattutto di qualcuno che arrivi, entri in una casa, si sieda e rimanga per il tempo necessario. Per generazioni abbiamo dato per scontato che quel qualcuno avesse un nome di famiglia. Il futuro che abbiamo davanti ci obbliga a domandarci che cosa accadrà quando quel nome non ci sarà più.
di Fabio Cavallari