lunedì 21 settembre 2026
Roberto Arduini, voce di Rai Radio e conduttore de “I Lunatici”, affida a Un chilo d’anima un racconto profondamente personale: il rapporto con il proprio corpo, il disturbo alimentare, le ferite lasciate dalle parole dell’infanzia e quel lungo percorso che lo ha portato a comprendere che il peso più difficile da perdere non è necessariamente quello indicato dalla bilancia.
Un libro che diventa anche una riflessione sulla nostra società, sul culto dell’immagine e sul bisogno, spesso doloroso, di sentirsi abbastanza. Oggi Roberto ci racconta cosa significa togliere la maschera e trasformare una fragilità privata in una storia capace di parlare a tutti.
Roberto, partiamo dal titolo: Un chilo d’anima. È un titolo molto potente. Che cosa rappresenta quel “chilo”? È un peso reale o soprattutto simbolico?
È entrambe le cose. Perché per molti anni io ho dato ai chili un potere enorme: un chilo in più poteva rovinarmi una giornata, uno in meno poteva farmi sentire migliore. Come se la bilancia non misurasse soltanto il corpo, ma anche il mio valore.
Un chilo d’anima nasce proprio da questo paradosso. Ho perso più di cinquanta chili, ma a un certo punto ho capito che la parte più pesante di me non era quella che si poteva pesare. Era tutto quello che mi portavo dentro: la vergogna, il giudizio, la paura di tornare quello che ero, il bisogno di piacere agli altri.
Quel chilo è simbolico. È il peso invisibile che nessuna bilancia riesce a registrare.
Nel libro racconti una storia molto personale. Quanto è stato difficile togliere la maschera e raccontare pubblicamente le tue fragilità?
Molto. Anche perché io faccio un mestiere strano: ogni notte chiedo agli altri di raccontarsi. Chiedo alle persone di telefonare in radio e mettere sul tavolo pezzi della propria vita. Poi però, quando è toccato a me, ho scoperto quanto sia difficile fare quello che per anni avevo chiesto agli altri. Ci sono cose che avevo raccontato pochissimo, altre che avevo nascosto benissimo. E scriverle significava renderle reali. La cosa più difficile non è stata raccontare che sono arrivato a pesare 130 chili. È stato raccontare quello che è successo dopo. Perché perdere peso è una storia che la società applaude. Il problema è che puoi dimagrire moltissimo e continuare a sentirti grasso. Puoi cambiare completamente corpo senza cambiare lo sguardo con cui ti guardi. Il libro nasce lì: nel punto in cui finisce la storia del dimagrimento e comincia quella della persona.
“Il primo schiaffo che ho ricevuto non fu una mano sul viso, ma una parola: ciccione”. Quanto possono ferire le parole durante l’infanzia?
Le parole dell'infanzia hanno una caratteristica terribile: arrivano quando non abbiamo ancora gli strumenti per difenderci. Se a quarant’anni qualcuno mi insulta, posso pensare che sia un cretino. A otto anni non funziona così. Se abbastanza persone ti chiamano “ciccione”, dopo un po’ smetti di pensare che sia un insulto e cominci a credere che sia il tuo nome. Ed è questa la parte che rimane.
Io non ricordo tutti i chili che ho pesato nella mia vita. Ma ricordo perfettamente alcune parole. Ricordo gli spogliatoi, le prese in giro, certi sguardi.
Per questo dovremmo stare molto attenti a come parliamo ai bambini: alcune frasi durano cinque secondi nella bocca di chi le pronuncia e trent’anni nella testa di chi le riceve.
Social network, fotografie, corpi perfetti, filtri, canoni estetici. Quanto contribuisce questa pressione a farci sentire inadeguati?
Moltissimo. Ma credo che il problema non siano soltanto i social. I social hanno industrializzato qualcosa che esisteva già: il confronto. Oggi però confrontiamo continuamente il nostro corpo reale con il corpo selezionato degli altri. Noi ci vediamo la mattina appena svegli, sotto una luce terribile, dopo una giornata storta. Degli altri vediamo la fotografia scelta tra cinquanta, con l’angolazione migliore, magari modificata.
È una gara truccata. E la cosa paradossale è che spesso anche la persona della fotografia che stiamo invidiando sta guardando qualcun altro pensando: vorrei essere così.
Abbiamo costruito una gigantesca catena dell’inadeguatezza nella quale quasi nessuno si sente abbastanza.
Nel libro racconti anche il peso dello sguardo degli altri. Abbiamo ancora un problema culturale nel modo in cui giudichiamo il corpo altrui?
Sì, perché continuiamo a considerare il corpo degli altri una specie di spazio pubblico.
“Sei ingrassato.”
“Sei dimagrito.”
“Stavi meglio prima.”
“Adesso sei troppo magro.”
Sono frasi che pronunciamo con una naturalezza impressionante. Ma dietro un cambiamento di peso noi non sappiamo cosa ci sia. Può esserci una dieta, certo. Ma può esserci una malattia, una depressione, un lutto, un disturbo alimentare, un momento complicato. Oppure semplicemente una vita che non ci riguarda.
Forse dovremmo imparare una cosa molto semplice: non tutto quello che notiamo deve necessariamente essere detto.
Raccontare un disturbo alimentare dal punto di vista maschile. Esiste ancora lo stereotipo secondo cui questi problemi riguardino soprattutto le donne?
Sì, ed è uno dei motivi per cui ho voluto scrivere questo libro. Per molto tempo i disturbi alimentari sono stati raccontati quasi esclusivamente attraverso il corpo femminile. Ma la sofferenza non ha genere.
Per un uomo, poi, c’è spesso una vergogna aggiuntiva. Perché devi ammettere di avere un problema che nell’immaginario collettivo non dovrebbe riguardarti. E allora magari lo nascondi, lo minimizzi, gli dai un altro nome. Io stesso per molto tempo non riuscivo a dare un nome ad alcune cose che facevo.
E invece nominare un problema è importante. Perché finché una cosa non ha un nome sembra un difetto personale. Quando finalmente capisci che quel dolore esiste anche negli altri, puoi cominciare a chiedere aiuto.
Quando hai capito che la vera conquista non era diventare diverso fisicamente, ma imparare finalmente ad accettare te stesso?
La verità è che non c’è stato un momento preciso. E soprattutto non vorrei raccontare una favola dicendo: adesso mi accetto completamente e va tutto bene.
Non funziona così. Ci sono giorni in cui mi guardo con più indulgenza e altri in cui tornano pensieri che conosco molto bene. La differenza è che oggi provo a riconoscerli.
Per anni pensavo: “Quando arriverò a quel peso sarò felice”. Poi arrivavo a quel peso e spostavo il traguardo. È stato lì che ho cominciato a capire una cosa: se la pace con te stesso è sempre cinque chili più avanti, non la raggiungerai mai. La vera conquista, per me, non è stata guardarmi allo specchio e piacermi sempre. È stata provare a smettere di odiarmi quando non mi piacevo.
Che rapporto c’è tra Roberto Arduini dei Lunatici e il Roberto che emerge dalle pagine del libro?
Sono la stessa persona, solo che per anni hanno parlato in momenti diversi. Ne I Lunatici ascolto le fragilità degli altri. Di notte arrivano persone che magari durante il giorno non hanno trovato nessuno a cui raccontare una paura, una solitudine, una cosa apparentemente piccola.
Nel libro, per una volta, dall’altra parte del telefono ci sono io. E forse la radio mi ha insegnato anche questo: quando ascolti per anni migliaia di persone, capisci che la normalità è molto più larga di quanto immaginiamo. Dietro porte che sembrano perfettamente normali ci sono vite complicatissime.
Forse è per questo che ho trovato il coraggio di scrivere il libro. Dopo aver ascoltato per anni gli altri togliersi la maschera, a un certo punto mi è sembrato giusto togliere anche la mia.
Oggi che cosa significa per te la parola “normalità”?
Oggi diffido un po’ della parola normalità. Per tanti anni ho pensato che essere normale significasse avere un certo corpo, un certo peso, entrare in una certa taglia. Pensavo che, raggiunto quel punto, finalmente avrei smesso di sentirmi fuori posto. Poi ho capito che puoi entrare nella taglia che desideravi e continuare a non entrare dentro te stesso.
Oggi per me stare bene non significa amare ogni centimetro del proprio corpo ogni giorno. Sarebbe un’altra imposizione. Significa non affidargli il compito di stabilire quanto vali.
Il corpo cambia. Il peso cambia. Invecchiamo. Ci ammaliamo, guariamo, ingrassiamo, dimagriamo. La libertà comincia quando la bilancia torna a misurare soltanto il peso e smette di misurare la persona.
Ed è probabilmente quello che sto ancora cercando di imparare.
di Claudia Conte