martedì 8 settembre 2026
Maria noleggia scooter, tutti uguali, tutti bianchi, tutti prodotti in Italia. Parla un inglese fluente, velocissimo, non si nota nemmeno l’accento greco, e questo grazie al pos che, leggendo le carte di credito, la esonera dal chiedere contanti, in inglese cash. Parola che nessun greco riesce a pronunciare se non sibilando lunghi cassss.
Donna con senso pratico, ma forse sognatrice dentro, non libera un cliente prima di avergli descritto diverse spiagge che si riveleranno bruttine, trasandate, quasi inesistenti. E poi due centri a nord di Livadia, il grazioso paesino dove lei si trova e dove arrivano i traghetti.
La signora descrive Micrò Choriò (villaggio piccolo) come quasi vivo, Megalo Choriò (villaggio grande) come chissà che. In realtà il primo, senza abitanti, è uno spruzzo di case diroccate e abbandonate mentre l’altro, grazioso e ordinato, tanto per dire qualcosa, ha un’atmosfera da far west, dove qualcuno aspetta quatto quatto chi non arriva. Mai.
A Megalo c’è un modestissimo museo dove si raccontano molto vagamente storie di elefanti nani e, nei paraggi, spuntano cartelli turistico-culturali verso siti che non ci sono, o non ci sono più.

Descrizione, questa, che terrebbe lontani dall’isola persino gli avventurieri più curiosi se non si precisasse che Tilos, Dodecaneso, tre ore di nave da Rodi e altrettante da Kos, è comunque un’isola deliziosa, estremamente quieta, in parte verde, pulitissima, mare stupendo, colori che vorremmo vedere ogni giorno della nostra vita.
Nei secoli si è chiamata Episkòpi, o Pìskopi, prima ancora Agathoussa. Plinio il Vecchio e altri raccontano frammenti di leggende di scarsissimo spessore, ambientate in un’isola non adatta a quelli che io non viaggio certo per il mare, ma per arricchire la mia cultura: al ritorno da Tilos, l’unica chance è raccontare storie fantasiose visto che qui c’è solo mare. Ma è anche sfizioso poter rispondere a qualcuno “overtourism, what means?”.
Sessantaquattro chilometri quadrati, cinquecentotrenta abitanti. Maria recita il sermone di tutti i noleggiatori greci mentre consegna i caschi: “Mi raccomando, la polizia fa trecento euro di multa a chi non li indossa”. E, come quasi ovunque in Grecia, si distinguono i locali, chioma al vento, dai turisti, spaventati e protetti. Tutto questo mentre il poliziotto implacabile, chiamiamolo Kostas, sta seduto nel caffè della piazza, deliziosamente piccolo e ombreggiato, e rigira lentamente il suo komboloi parlando a tre amici di non si sa che cosa. E, dopo una piccola pausa, di non si sa che cos’altro.
Perché c’è l’autunno, e poi c’è l’inverno, e fino a giugno gli stranieri scarseggiano. Il mezzo migliaio di residenti, compresi quelli sparsi per i centri minori (rispetto a quali?) non si capisce di cosa possano spettegolare. Il silenzio rotto solo da onde sonore educatissime può diventare fastidioso come il frastuono, ma gli argomenti? Ci sono entusiasti e perplessi di un autobus nuovo, modernissimo, elettrico, che serve tutta l’isola e ha ottenuto diversi premi per l’ecologia.

Altro? Kostas ha baffoni pepponiani, maglietta poliziesca su stivaletti d’ordinanza. Si alza, poi entra nel bar per non pesare sul lavoro delle ragazze che servono i tavoli ed esce con un freddo espresso, che gli terrà compagnia tutta la mattina. Chissà, forse sogna almeno un crimine, anche piccolo, furto con destrezza di una granita alla finta fragola.
Niente. Chiavi attaccate alle inutili serrature, navi che non emettono alcun suono per non disturbare. Un paradiso che rischia di capitolare a causa di articoli come questo, e di editori che hanno la pessima idea di pubblicarli. Perché un tempo si consigliavano isole greche appena scoperte ad amici e conoscenti, magari per vantarsi delle proprie esplorazioni. Ora ci si accorge che la Grecia è stata invasa, e questo sarebbe il meno se non fosse che la maggior parte dei turisti ormai non ci va più per la grecità e, dato l’aumento verticale dei prezzi, neppure per l’economicità. Mare bello ovunque, attrezzature turistiche sempre migliori, dunque, per molti, un’isola vale l’altra e si ignora, o quasi, la Grecia continentale, spesso autentica, meravigliosa, varia, sorprendente, piena di vacanzieri prevalentemente ellenici.
Seimila isole, ma bisogna toglierne cinquemila ottocento non abitabili. Da queste duecento sottraiamo quelle in cui vivono solo residenti, generalmente non proprio giovani. In alcune, poi, non arrivano i traghetti, e per raggiungerle sono necessari costosi quanto improbabili taxi-boat, o barche private.
Ci sono poi i miti degli aspiranti eremiti, grandi scogli in cui chi volesse trasferirsi verrebbe addirittura pagato e fornito di casa e terreno. Gli abitanti, spesso, non arrivano alla cinquantina e, in questi casi, attenzione a rendersi conto di quello che si fa, per non trasformare un sogno vagamente eroico in un incubo vero.
Chi è andato in Grecia almeno due o tre volte spesso non resiste alla tentazione di pontificare credendosi un esploratore alla ricerca dell’Ellade autentica. Ma spesso non ha termini di paragone e si limita a descrivere sommariamente spiagge, cene, accoglienza alberghiera, tramonti rossi rossi. Qualcuno esalta una zona, magari banale, qualcun altro nasconde goffamente le proprie scoperte, rivelando straordinarie banalità solo agli amici intimi, non si sa mai che una mèta ancora precariamente vivibile sia oggetto di invasioni barbariche.

Comunque, dato per scontato che nessuno scopre più niente, cerchiamo un viaggetto su misura per il nostro carattere. Come Tilos per i contemplativi, come Mykonos per i sognatori della mondanità. In mezzo ci sono la moderata Naxos, la neo-sciccosa Paros, oppure Donoussa, la meno apprezzata delle piccole Cicladi, da sconosciute a invase in un paio d’anni.
Corfù quasi italiana e poco greca, ma con un battello che porta in Albania, Folegandros, il sogno di tutti i promessi sposi che accettino lunghissime attese per convolare. Kasos, fino a qualche anno fa deserta e collegata con l’impegnativa Karpathos da un volo buffo che impiega circa sei minuti.
Oppure Creta e Rodi, tanto grandi che un posto tranquillo ci sarà pure, magari su un’insenatura sul mar libico difficile da raggiungere o vicino alla valle delle farfalle.
Quelle con le ali che le fanno volare alla ricerca dei nostri sorrisi e degli efcharistò soddisfatti.
di Gian Stefano Spoto