Vietare non basta

martedì 8 settembre 2026


Perché gli adulti hanno smesso di educare all’avventura

Da anni discutiamo degli adolescenti. Analizziamo il loro disagio, la dipendenza dai social, l’ansia, la depressione, l’isolamento. Organizziamo convegni, scriviamo libri, moltiplichiamo campagne educative. Ogni volta la domanda è la stessa: che cosa sta succedendo ai ragazzi? È una domanda giusta. Forse, però, non è la prima. La prima dovrebbe essere un’altra: che cosa è successo agli adulti? Perché è troppo facile descrivere una generazione che non ascolta. Più difficile è domandarsi se abbia ancora qualcuno che valga la pena ascoltare.

Prendiamo una cosa apparentemente marginale. Oggi uno studente non può quasi più decidere di “bigiare”. Il registro elettronico comunica immediatamente l’assenza alla famiglia. Molti considerano questo un progresso educativo. Io no. Non perché marinare la scuola fosse una virtù. Era una scelta sbagliata. Ma era una scelta della quale bisognava assumersi la responsabilità. Chi decideva di non entrare in classe sapeva che avrebbe dovuto affrontarne le conseguenze, spiegare, mentire, tradire una fiducia e, prima o poi, fare i conti con quel tradimento. Oggi abbiamo eliminato perfino questa possibilità. Abbiamo tolto ai ragazzi una responsabilità per trasferirla agli adulti. E poi ci stupiamo se faticano a diventare responsabili.

È un dettaglio, ma racconta un cambiamento molto più grande. Ogni giorno diciamo ai ragazzi: non parlare con gli sconosciuti, non fidarti del web, non stare sempre sul telefono, non comprare online, non dare informazioni personali, non inviare fotografie. L’elenco dei divieti cresce di anno in anno. Poi basta salire su un treno. Gli adulti sono chini sullo smartphone. Scorrono video, giocano, rispondono compulsivamente ai messaggi, passano ore davanti a uno schermo. Esattamente ciò che rimproverano ai figli. Come può un adolescente fidarsi di un adulto che gli proibisce un comportamento che lui stesso non riesce più a governare?

Il punto, allora, non è soltanto stabilire quali divieti siano necessari. Gli adulti hanno trasformato l’educazione in un’arte della prevenzione. I ragazzi continuano a viverla come un’avventura. Noi vediamo soprattutto ciò che può andare storto. Loro vogliono scoprire ciò che ancora non conoscono. Noi costruiamo recinti. Loro cercano orizzonti. Noi insegniamo a evitare gli errori. Loro sanno che, senza la possibilità di sbagliare, non si diventa grandi.

Per questo riempiamo le loro giornate di raccomandazioni. Attento a questo. Non fare quello. Evita quell’altro. Diffida. Controlla. Proteggiti. Ma la vita non si educa soltanto imparando a evitare i pericoli. Si educa imparando a riconoscere ciò per cui vale la pena correre un rischio. Ogni generazione ha bisogno di misurarsi con un limite, non per il gusto della trasgressione, ma perché nessuno diventa adulto vivendo per sempre dentro una strada disegnata da altri. La libertà comporta errori. Talvolta perfino cadute. Ma senza quella possibilità non nasce nemmeno la responsabilità.

Forse è qui che si è aperta la distanza fra le generazioni. I ragazzi non chiedono adulti meno severi. Chiedono adulti ancora vivi. Adulti che non abbiano trasformato l’esistenza in un manuale di istruzioni. Adulti che sappiano ancora giocare, stupirsi, sbagliare, ricominciare. Perché nessuno segue davvero chi ha smesso di mettersi in cammino.

Vietare non basta. Nessuna legge riuscirà mai a educare un ragazzo. Una norma può essere necessaria, può stabilire un confine, può perfino proteggerlo. Ma non sostituirà mai il compito di un padre, di una madre, di un insegnante o di un allenatore. L’educazione entra in crisi quando gli adulti smettono di vivere la vita come un’avventura e pretendono che siano i ragazzi a imparare ad affrontarla.


di Fabio Cavallari