La solitudine della “società civile”

lunedì 7 settembre 2026


Una famiglia disperata sceglie la morte pur di non continuare a vivere una situazione di dolorosa solitudine. La solitudine che spesso avvertono le famiglie che vivono una situazione di disabilità. Disabilità che non abilita ad essere performanti, adeguati alla società che ci vuole tutti belli, atletici, indipendenti e forti.

Quanto dolore c’è nella parola disabilità? Dolore al quale si aggiunge spesso rabbia e indignazione quando ci si sente abbandonati, stremati e senza più un filo di voce per gridare la propria sofferenza, la propria disperazione.

La disabilità richiede anche tante risorse economiche per poter contemplare supporto tutti i giorni escluso nessuno, anche quando si avrebbe diritto ad un sano e meritato riposo. Non ci si riposa mai quando si ha un disabile in famiglia perché c’è sempre qualcosa da fare per lui o per lei. Non ci si riposa né fisicamente né psicologicamente perché esiste sempre un velo di preoccupazione, un pensiero costante che spesso logora e appesantisce. Per lenirlo spesso c’è l’amore. Ma l’amore da solo non sempre basta, non sempre è la panacea che cura ogni angoscia e ogni patimento.

Pensare ad una famiglia intera che per disperazione decide che è meglio farla finita piuttosto che rimanere a vivere e affrontare l’angoscia della propria solitudine dovrebbe far riflettere. La solitudine crea profonde sofferenze e una società civile non dovrebbe lasciare solo nessuno.


di Maura Ianni