venerdì 4 settembre 2026
Il dibattito sul fine vita in Veneto, che ha visto nella giornata di ieri il drammatico epilogo del voto favorevole ad una legge inutile e dannosa come quella sul suicidio assistito, meritava di essere affrontato con maggiore rigore di quanto consentito dagli slogan mediatici o politici. Nessuna tematica bioetica, a maggior ragione il delicatissimo tema del suicidio assistito e dell’eutanasia, può essere oggetto di compromesso, bandiere partitiche, negoziazioni o scambi di favori quando l’oggetto di queste trattative è la vita umana, diritto inalienabile e indisponibile.
Dal punto di vista bioetico, la domanda da porre a premessa dell’intero dibattito, è la seguente: il suicidio è un bene? Se sì, quale bene identifica per la persona? Rispondere affermativamente significa rigettare tutto l’enorme lavoro clinico, sociale, etico e spirituale di prevenzione al suicidio poiché aiutare qualcuno a darsi la morte non è un atto di competenza medica e non rientra nella buona prassi clinica. È un gesto che chiunque può decidere di compiere su di sé o su altri in qualsiasi contesto. Nessun essere umano giunto a ipotizzare che la sua via sia migliore senza vita, quindi sopprimendosi, può dirsi una persona libera: è una persona disperata ed esausta. Lo è il paziente terminale, così come un giovane sul ciglio di un ponte convintosi a compiere il gesto estremo.
Chi è in grado di valutare il grado di sofferenza soggettiva (non oggettiva, che è un dolore misurabile clinicamente) di coloro che intendono togliersi la vita al di fuori del contesto clinico? Nessuno. Ragion per cui, di norma, chi mostra intenzionalità suicide viene preso in carico da percorsi di cura e ascolto adeguati, reputata la sua volontà irrazionale e patologica, quindi non libera. Il più delle volte non si ha contezza se vi siano o meno ragioni sanitarie e si reputa marginale questa informazione rispetto al dovere di salvare loro la vita. Non a caso, viene considerato ignobile e penalmente perseguibile aiutare il suicida, magari irrigidito dal timore o dai ripensamenti, anziché tendere una mano per salvare una vita che, anche nel dolore e nella sofferenza, non smette di svelare il suo valore. La volontà, la scelta individuale di porre fine alla propria vita non ha un peso sufficiente per sostenere che sia legittimo, giusto, eticamente buono quell’atto. In altre parole, ciascun essere umano considera, per semplice buon senso, il valore vita superiore a quello della libera scelta, in particolare quando quest’ultima si rivolge contro e a danno della vita stessa.
Ecco dunque, e torna utile ribadirlo, perché, di norma, si considera eticamente riprovevole chi, pur potendo, manca di offrire aiuto per salvare queste anime disperate, e non il contrario. Tant’è che il nobile lavoro delle forze dell’ordine viene giustamente lodato, soprattutto quando l’operazione di recupero della persona è rischiosa per la loro stessa incolumità. Il dovere civico e morale di ricordare a quell’uomo o quella donna, giovane o anziano che sia, che la sua esistenza ha un valore in sé e per la società. Questo accade perché socialmente e nel nostro ordinamento il suicidio è un male morale intrinseco, di conseguenza anche chi lo istiga, vi coopera o non lo impedisce pur avendo i mezzi.
Cosa cambia il letto d’ospedale? Modifica contesto e attori, non la natura dell’atto morale. Nel dibattito pubblico si tende a porre sullo stesso piano autodeterminazione e disponibilità della propria vita: l’autodeterminazione non è un principio assoluto e la libertà segue il bene all’interno di una rete di relazioni, responsabilità e doveri. Se così non fosse, ogni desiderio del singolo, compresi quelli che ne ledono dignità e integrità, dovrebbe essere assecondato moralmente, socialmente, giuridicamente. Una persona non è più libera semplicemente perché le viene offerta una possibilità conforme a ciò che in quel momento sente di desiderare per sé.
È autentica libertà quando viene esercitata dentro condizioni di dolore, sofferenza psicologica ed esistenziale, solitudine, paura della dipendenza, fragilità economica, senso di essere un peso per la famiglia o percezione di abbandono? La letteratura, l’esperienza a contatto con medici palliativisti e con pazienti che hanno chiesto, in un momento di debolezza, il suicidio assistito insegna che i primi hanno tutti i mezzi, le capacità date dal grande progresso medico nella gestione del dolore e la capacità di giudizio etico, per sollevare il paziente dal dolore dandogli serenità; dai secondi, invece, apprendiamo che i principali fattori determinanti sono la paura, la solitudine e l’abbandono terapeutico per negligenza medico-assistenziale e politica dovuta all’assenza di sufficienti servizi sul territorio in grado di sopperire alle esigenze di chi è gravemente malato. Esistono risposte efficienti ed efficaci al grido d’aiuto, basta volerle applicare. Il Veneto, una delle regioni dove la sanità in linea di massima funziona, a che punto è con l’offerta di cure palliative, assistenza domiciliare e hospice? Qual è la qualità dei servizi offerti? Sono luoghi di accudimento o luoghi di abbandono? Com’è l’etica della cura nei programmi di formazione dei futuri professionisti della salute?
Una fotografia delle problematicità che attraversano il territorio nazionale sul fine vita, suggerisce quanto segue:
1) Cittadini ignari della realtà palliativa e non vengono intercettati preventivamente per un’informazione scientifica adeguata;
2) Hospice insufficienti rispetto alla domanda, ragion per cui i pazienti vengono lasciati, anche quando non si dovrebbe, alla cura domiciliare dei familiari che il più delle volte non hanno le competenze per saper gestire situazioni complesse e acute vedendo così aumentare il loro carico psicologico assumendosi responsabilità che esulano dal loro ruolo. Inoltre, la scarsa disponibilità di hospice comporta una presa in carico tardiva del paziente, che inevitabilmente subisce in misura maggiore il dolore e la sofferenza della malattia perché non adeguatamente gestiti;
3) La complessa burocrazia per attivare la richiesta di palliative e ottenerla;
4) Mancanza di personale specializzato che aiuti la famiglia nella gestione dei sintomi e del dolore. Ciò sposta il problema a monte, ossia alla carenza di cattedre universitarie dedicate alla specializzazione in medicina palliativa, di conseguenza mancano risorse sufficienti per poter garantire un’assistenza di qualità ed efficiente nella gestione del dolore;
5) Propensione all’abbandono terapeutico dei pazienti anziani o terminali da parte di molti professionisti della salute, poiché visti come un peso inutile e un costo aziendale. Questo è un punto delicato e dolente, tocca il tema della deontologia e della preparazione in materia bioetica, anche qui presente in misura altamente insufficiente negli anni di formazione universitaria.
Ora, alla domanda “quindi la legge sul suicidio assistito sì oppure no?”, sia essa posta nel contesto parlamentare o regionale, ottiene la medesima risposta: quale logica e quale interesse si sta perseguendo se, alla luce di medici, associazioni, bioeticisti, si mettono in luce carenze sistemiche e strutturali nella cura dei pazienti più fragili e malati, in particolare nell’offerta palliativa, non si canalizzano in via del tutto urgente e prioritaria le energie su questo fronte spostandole, invece, sulla via di fuga di una morte autoprocurata? E, una volta garantita la possibilità di uccidersi/trovare aiuto a uccidersi senza conseguenze penali, aumenterà l’attenzione per la medicina del dolore, per la formazione di palliativisti, per maggiori investimenti in cattedre universitarie dedicate e per la vita umana? O cambierà il modo esponenziale il filtro antropologico con il quale ci rapportiamo a chi è fragile?
Il non detto dei decisori politici è il costo sociale. Già oggi, dove suicidio assistito ed eutanasia restano atti deontologicamente e giuridicamente illegittimi, malgrado il primo abbia un perimetro di legittimità a seguito della sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale, vi sono lunghi elenchi di pazienti che lamentano un atteggiamento di abbandono da parte dei medici. Significa disinteresse verso “la causa persa”, ovvero il paziente dietro al quale il medico non vede più la persona nella sua indisponibilità, bensì un costo sociale e un investimento a perdere per la professione. Un tempo, quello che conduce alla conclusione della propria esistenza, tradotto nei termini della futilità.
La stessa Corte ha ricordato che non esiste alcun diritto al suicidio, che sarebbe antitetico al diritto stesso: “Dall’articolo 2 della Costituzione – non diversamente che dall’articolo 2 della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) – discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire. Che dal diritto alla vita, garantito dall’articolo 2 Cedu, non possa derivare il diritto di rinunciare a vivere, e dunque un vero e proprio diritto a morire, è stato, del resto, da tempo affermato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, proprio in relazione alla tematica dell’aiuto al suicidio (sentenza 29 aprile 2002, Pretty contro Regno Unito) (ordinanza numero 207 del 2018).”
Si introduce, anzi, si rafforza, un modello filosofico utilitarista e liberal-radicale di scarto che sostiene il diritto di togliere o conferire dignità all’essere umano definendo arbitrariamente parametri valutativi. Chi ha l’autorità di stabilire quando un’esistenza meriti di essere annientata poiché inutile? E una qualunque legge che pretendesse di investire il legislatore di questa autorità, secondo quale principio, se non quello discriminatorio, farebbe rientrare alcuni pazienti e altri no? Il principio di uguaglianza aprirebbe inevitabilmente e coerentemente al pendio scivoloso logico e coerente. La distinzione tra vite degne e non degne ha un nome preciso: eugenetica negativa (cioè di scarto).
Le testimonianze dei medici palliativisti dimostrano l’essenzialità della cura: dimostrano come, la cura totale e la carità verso il paziente, come un atteggiamento di premura nei confronti di un’esistenza il cui valore resta visibile e radicale, riesca a convertire i pensieri più drammatici dei pazienti. Chi chiede di essere ucciso vuole essere visto e curato. Il dolore è obnubilante sia per chi lo subisce sia per chi vi partecipa indirettamente e spesso impedisce di scorgere la persona dietro alla malattia. Va da sé che simili legiferazioni conducono alla svalutazione dell’importanza della cura e degli investimenti nella gestione del dolore, aggravando il principale problema bioetico nel rapporto medico-paziente: l’abbandono e, con esso, l’indifferenza.
Le Istituzioni, gli esperti di bioetica o biogiuridica, non sono chiamati a passare al vaglio una lista di parametri presenti o assenti nelle richieste di suicidio all’interno dei comitati etici: atti che la medicina ha storicamente rigettato come estranei alla propria vocazione e deontologia, non possono essere ridotti a una verifica di parametri o certificazione delle volontà. Questi profili hanno il compito di scendere nell’animo umano e sondare cosa c’è dietro a simili domande. Guardare alle cause e agire per evitare la normalizzazione di un aiuto a morire o di atti eutanasici, che rappresentano un fallimento sociale.
Occorre domandarsi: quanto è autentica quella scelta? Quali alternative sono state offerte? Quanta cura ha ricevuto quella persona prima di chiedere di morire? Vi sono pressioni indirette? E qui emerge una contraddizione che il Veneto avrebbe dovuto affrontare con particolare serietà. Se una persona domanda di morire perché teme di essere un peso, la risposta di una società solidale dovrebbe essere rendere quella persona meno sola e meno gravata dalla sofferenza, oppure certificare che la sua morte costituisce una scelta accettabile? Questo è il problema antropologico del fine vita. La vulnerabilità non intacca la dignità. La vulnerabilità è una condizione costitutiva dell'essere umano. E proprio per questo la società deve essere giudicata anche da come tratta chi non è più autonomo, chi dipende dagli altri, chi è malato, anziano, disabile o prossimo alla morte.
C’è poi un’altra questione spesso sottovalutata: la libertà non riguarda soltanto chi chiede di morire. Riguarda anche il medico, l’infermiere, il farmacista, il professionista chiamato a intervenire, i familiari e tutti coloro che diventano parte di quella decisione. Se la morte medicalmente assistita viene trasformata in un diritto soggettivo, inevitabilmente qualcuno diventa titolare di un dovere corrispondente. Ed è qui che la questione dell’obiezione di coscienza non può essere liquidata come un residuo ideologico: è una questione di libertà e di integrità morale del professionista, che è molto più e infinitamente altro rispetto a un mero esecutore di servizi/volontà.
Perciò subentra il famoso “pendio scivoloso”, l’effetto sociale della legalizzazione. La stessa Corte Costituzionale, nella sentenza numero 135 del 2024, ha richiamato il rischio che una legislazione permissiva priva di adeguate garanzie possa generare una “pressione sociale indiretta” su persone malate, anziane o sole, inducendole a sentirsi un peso per i familiari o per la società. Questo passaggio dovrebbe essere centrale nel dibattito. Perché una presunta libertà di darsi la morte, formalmente garantita può diventare, in determinati contesti, una pressione socialmente percepita. Fino a che punto, allora, sussistono i presupposti per discutere di scelte libere e di autodeterminazione? Quali strumenti per verificare l’assenza di coercizione indiretta e diretta?
Occorre spostare il baricentro della questione da uno Stato o un federalismo della morte assistita alla cura totale della persona, anche quando guarire non è possibile. All’atteggiamento di alleviare dalla pena e accompagnare nel morire, non a morire: due atti moralmente opposti. La palliazione rappresenta una delle espressioni più alte dell’arte medica: accettare il limite senza abbandonare la persona. Accostare suicidio assistito alla medicina palliativa è offensivo. Il compito della medicina non è sconfiggere la morte, nemmeno eliminare il malato quando non può più eliminare la malattia, bensì vedere la persona malata dietro alla cartella clinica. La possibilità di gestire il dolore, anche nella fase più acuta, c’è ed è possibile. Il suicidio assistito, dunque, è la risposta sbagliata alla paura di soffrire. L’etica medica fornisce anche i criteri procedurali per una buona pratica clinica, che escluda tanto la distanasia (accanimento terapeutico) e l’abbandono, di cui la morte medicalmente assistita è espressione. Esistono l’alleanza terapeutica, la proporzionalità delle cure, il consenso informato, il rifiuto delle cure.
Per questo il Veneto, prima ancora di interrogarsi sulle modalità di accesso alla morte medicalmente assistita, avrebbe dovuto porsi una domanda molto più urgente: abbiamo fatto tutto ciò che era possibile per rendere non soltanto sopportabile, ma realmente accompagnata, la vita della persona fragile? Dunque, a coloro che hanno deciso di voltarsi dall’altra parte, ebbene lo facciano, ma non per far finta di non vedere e un domani poter dire a se stessi “era un declino imprevedibile, non potevamo sapere e comunque la responsabilità è di altri”. No, si voltino dall’altra parte per far propria la lezione di disumanità gratuita che ci viene trasmessa da Stati che non sanno più come invertire una rotta drammaticamente sbagliata.
Si aggiunga: per le Istituzioni, la morte medicalmente assistita è la negazione del diritto stesso. Una volta accettata questa deriva nulla, della difesa della vita, sarà più difendibile o credibile. Per i politici che si dicono conservatori e cristiani, non c’è niente di conservatore e men che meno di cristiano nell’aiutare qualcuno ad uccidersi o nell’uccisione del consenziente. Quindi si decida da che parte stare e quale identità far propria. I temi bioetici toccano tratti talmente sacri della natura umana che o si crede in essa e la si difende oppure si decide che ognuno può opinare sul bene e sul male, nel pieno relativismo. Ma se prevale questa convinzione di un’etica fai da te, allora si rinunci a legiferare su qualunque tema bioetico perché ogni norma, compresa quella contro la maternità surrogata, diventa bene o male a seconda della sensibilità del singolo e ciò rende impossibile finanche inutile il diritto stesso.
di Giulia Bovassi