Carcere: il pm “vede”, e poi?

mercoledì 2 settembre 2026


Il quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, un paio di giorni fa ha pubblicato una significativa intervista a un magistrato, il pubblico ministero Marco Imperato. Il titolo dell’intervista, curata da Chiara Gabrielli, è già un programma: Viaggio alla Dozza, il pm: In carcere non si respira”. Imperato il 24 agosto scorso ha fatto parte della delegazione che ha visitato il carcere bolognese della Dozza. Al termine ha dichiarato: “Lì non si respira, non mi aspettavo nulla di diverso. Ma un conto è conoscere un problema in modo astratto, altro conto è toccarlo con mano. Vedi queste persone sedute, immobili, lo sguardo nel vuoto. È qualcosa che distrugge. Possibile, viene da chiedersi, non ci sia un modo migliore di impiegare il tempo? Il tutto in un contesto di sovraffollamento e degrado. Se lo scenario è questo, come possiamo pensare che, quando i detenuti finiscono di scontare la pena, possano uscirne migliorati e poi reinserirsi nella società, come ci chiede l’articolo 27 della Costituzione? Chiunque uscirebbe prostrato da una simile esperienza”.

In buona sostanza, il magistrato ha preso atto di condizioni di diffusa e radicata illegalità, una palese, non episodica, violazione dell’articolo 27 della Costituzione e delle più elementari norme sulla dignità e incolumità della persona. Una situazione che, chi ha un po’ di conoscenza del mondo carcerario, che non è solo esclusiva del carcere della Dozza. Ma visitando il carcere della Dozza il dottor Imperato ha preso atto, di “un problema non in modo astratto, ma toccandolo con mano”.

A questo punto: dopo averlo fatto, dopo aver toccato con mano questa illegalità diffusa e radicata, dopo averne dato conto al Resto del Carlino, che è accaduto? Si va dal capo della procura per sollecitare un’indagine che accerti le responsabilità, dolo e colpa per quello che accade? In questo caso, non scatta l’obbligatorietà dell’azione penale?

Ad ogni modo, è lodevole che un magistrato sia andato in visita in un carcere; c’è da augurarsi che l’esempio del pubblico ministero Imperato sia seguito da tanti altri suoi colleghi. Perché è vero: un conto è conoscere un problema in modo astratto, altro toccarlo con mano.


di Valter Vecellio