Perché Jep Gambardella è l’unico giornalista che ci resta

venerdì 28 agosto 2026


Abbiamo passato anni a credere che Jep Gambardella fosse solo una maschera grottesca. Un trofeo da festival, un elegante spettro in giacca gialla cucito addosso a Servillo per sbalordire la giuria di Cannes e vincere un Oscar. Ci siamo lasciati cullare dal fascino decadente dei terrazzi romani, convinti che La Grande Bellezza fosse una parabola cinica ma distante, confinata a una certa élite romana con il bicchiere in mano e il vuoto nell’anima.

Ci sbagliavamo.

E il tempo ha trasformato quel ritratto in una spietata previsione metereologica sulla nostra realtà sociale.

​Oggi, osservando la fauna che popola la cronaca recente — i salotti televisivi trasformati in ring di tribunale, i presunti influencer che pontificano sul nulla, i politici-affabulatori capaci di costruire carriere su slogan vuoti, i maître à penser del minuto che dispensano briciole di morale a uso e consumo dei social — una verità fastidiosa emerge con forza: Jep Gambardella siamo noi, o quanto meno è la guida spirituale del nostro tempo.

​Il personaggio creato da Paolo Sorrentino non è mai stato una finzione distante. È l’archetipo dell’uomo contemporaneo: istrionico, disincantato, abilissimo nel camuffare la mancanza di sostanza con uno stile ineccepibile. Gambardella ha capito prima di tutti la regola aurea della modernità: in una società dove la realtà è troppo faticosa o squallida per essere affrontata, la messa in scena diventa l’unica vera valuta.

​Guardate i protagonisti della nostra cronaca politica, mediatica e persino giudiziaria. Non cercano più la verità o l’efficacia; cercano la frase ad effetto, il contropelo polemico, il monologo teatrale, il consenso moltiplicatore di carriere e potere.

Proprio come Jep, che ammette candidamente di essere destinato alla sensibilità e quindi alla condanna di diventare uno scrittore di un solo libro, la nostra classe dirigenziale e la nostra bolla mediatica sono vittime della stessa sindrome: un grande esordio di facciata, seguito da decenni di elegante galleggiamento sul nulla.

​PERCHÉ LA GRANDE BELLEZZA È INCREDIBILMENTE ATTUALE OGGI?

​Perché Sorrentino non ha girato un film sulla decadenza di Roma, ma un saggio antropologico sulla nostra assuefazione al vuoto. Jep è l’unico ad avere il coraggio di ammettere il bluff. Quando azzanna con chirurgica precisione la falsa intellettuale Stefania sul terrazzo, smontando la sua vita apparentemente impeccabile a colpi di ipocrisie smascherate, Gambardella non fa altro che esercitare la forma più pura (e feroce) di consapevolezza moderna: sappiamo tutti che è una commedia, ma nessuno vuole uscire dal teatro.

​Nelle notizie quotidiane scorgiamo continuamente i fantasmi dei convitati di Jep: la santona di turno che promette miracoli, l’artista da performance stravagante che nasconde l’assenza di talento dietro al concetto, il chirurgo estetico che vende l’illusione dell’eterna giovinezza. La cronaca recente non fa che confermare che l’Italia (e forse l’intero Occidente) è diventata un’interminabile festa sul terrazzo, dove la musica è a palla per non sentire il rumore delle nostre solitudini.

​In un mondo che fa di tutto per apparire impegnato, etico e perennemente sdegnato, il cinismo di Gambardella ci serve come uno specchio non deformante.

C’è un’onestà disarmante nel suo essere un “misantropo elegante”. In fondo, il suo dramma non è l’assenza di valori, ma la loro ricerca disperata sottintesa in ogni sguardo perso verso il Tevere o verso una suora che sale le scale.

​La domanda che il capolavoro di Sorrentino ci sbatte in faccia oggi non è più “Chi è Jep Gambardella?”, ma “come facciamo a non essere anche noi comparse nello stesso trenino?”. Quel trenino grottesco che, come nota lo stesso Jep nella frase forse più rivelatrice del film, “è il più bello della città perché non va da nessuna parte”.

​Forse la vera lezione attuale di Jep Gambardella è proprio questa: il pericolo non è perdersi nel vuoto, ma iniziare ad arredarlo e convincersi che quella sia la vita.

E mentre continuiamo a leggere le notizie del giorno, specchiandoci nelle vanità dei nuovi protagonisti della cronaca, resta la sensazione che, sotto il chiasso dei trenini e i bicchieri di gin tonic, stiamo ancora tutti aspettando che qualcuno, finalmente, ci parli d’amore.


di Alessandro Cucciolla