Il welfare che dà la famiglia per scontata

giovedì 27 agosto 2026


Per anni abbiamo ripetuto che la famiglia è il primo ammortizzatore sociale del Paese. Lo abbiamo detto quasi con orgoglio, come se fosse la dimostrazione della solidità di un modello italiano fondato sulla prossimità e sulla capacità di prendersi cura gli uni degli altri. Forse avremmo dovuto domandarci prima che cosa nascondesse quella frase. Perché un ammortizzatore serve proprio ad assorbire gli urti che altrove non vengono assorbiti.

Secondo l’Istat, nel 2024 il 36,2 per cento delle persone di 18 anni e più presta almeno un tipo di aiuto gratuito a persone che non vivono con loro. Parliamo di oltre 17 milioni di persone, un numero cresciuto sensibilmente negli ultimi 20 anni. E tutto questo accade mentre la famiglia sulla quale abbiamo costruito buona parte del nostro sistema di assistenza sta cambiando. Oltre un terzo delle famiglie italiane è ormai composto da una sola persona, diminuiscono i figli e diventa sempre più difficile condividere il peso della cura.

Anni fa incontrai Carlo e Marisa. Lei era nella fase terminale di un tumore. Carlo, suo marito, aveva poco più di 65 anni e un giorno si presentò ai servizi insieme alla figlia 35enne. Chiedevano una cosa apparentemente semplice, qualcuno che li aiutasse nell’igiene e nella gestione quotidiana di Marisa. Ma bastava ascoltarli per capire che dentro quella casa non c’era una sola persona da assistere. C’era un marito che raccontava con pudore la fatica e il dolore, cercando persino nelle parole di proteggere la dignità della moglie. C’era una figlia che affrontava quella stessa sofferenza in modo diverso, talvolta con una durezza che sembrava non concedere spazio alla fragilità del padre. La malattia di Marisa aveva modificato gli equilibri di tutti.

È questo l’equivoco che continuiamo a commettere quando parliamo di welfare. Immaginiamo che esista una persona malata e, attorno a lei, una famiglia. Molto spesso la malattia entra invece nella famiglia e la trasforma. Cambia i ruoli, modifica il tempo, mette alla prova le relazioni. Soprattutto costringe qualcuno a diventare ciò che fino al giorno prima non era, assistente, infermiere improvvisato, organizzatore di visite, custode delle notti e delle paure.

Abbiamo costruito una parte del nostro welfare non sulla famiglia, ma dando la famiglia per scontata. Dando per scontato che ci sarà una moglie, una figlia, un fratello disponibile, che qualcuno ridurrà il proprio lavoro, rinuncerà a una vacanza, dormirà meno, imparerà a somministrare un farmaco, accompagnerà a una visita. E quando tutto questo accade continuiamo persino a chiamarlo, con una parola bellissima, cura. Ma l’amore non può diventare l’alibi attraverso il quale una comunità delega ciò che dovrebbe condividere. La cura, quando viene lasciata interamente sulle spalle di qualcuno, può diventare solitudine.

Non significa chiedere allo Stato di prendere il posto della famiglia. Significa domandarsi che cosa sia accaduto intorno a quella famiglia. Perché tra la porta di casa e un servizio pubblico dovrebbe esistere uno spazio che abbiamo progressivamente svuotato, la comunità. Nelle grandi città capita ormai di non conoscere il nome della persona che abita sullo stesso pianerottolo. E ciò che fino a qualche tempo fa consideravamo una conseguenza della vita metropolitana sta accadendo, almeno al Nord, anche nei paesi e nelle province. Si può vivere a pochi metri di distanza senza sapere che dietro una porta qualcuno non dorme da settimane perché assiste il marito, che una figlia ha cominciato a ridurre le ore di lavoro per stare con la madre, che un anziano non riesce più a uscire di casa.

Abbiamo trasformato molti di questi problemi in questioni private. La malattia è della famiglia, la disabilità è della famiglia, l’anziano è della famiglia. Poi, quando la famiglia non ce la fa più, chiediamo ai servizi di intervenire. Tra il prima e il dopo manca qualcuno. Mancano gli altri.

Ricostruire una comunità non significa trasformare ogni relazione in assistenza. Può essere un vicino che suona una porta, un amico che continua a esserci quando la malattia dura anni, una parrocchia, un’associazione, qualcuno che semplicemente si accorge che dietro quella finestra la vita è diventata più difficile. I servizi sono indispensabili, ma nessuna prestazione professionale può sostituire interamente una comunità che riconosce la fragilità di uno dei suoi membri come qualcosa che la riguarda.

Forse dovremmo allora smettere di dire che la famiglia è il pilastro del nostro welfare. O almeno avere il coraggio di completare la frase. La famiglia può reggere soltanto se qualcuno regge anche lei. E quel qualcuno non può essere soltanto lo Stato. Perché anche i pilastri, se continuiamo ad aumentare il peso senza guardarli, prima o poi mostrano una crepa. E quando accade, non crolla soltanto una famiglia. Crolla l’illusione che potesse reggere tutto da sola.


di Fabio Cavallari