Elogio del dubbio davanti ai numeri dell’estate

martedì 25 agosto 2026


Confesso che, all’ennesimo servizio ferragostano che presentava come una sciagura nazionale la cifra dei 6,7 milioni di italiani rimasti quest’anno senza vacanze, dei quali 4,4 milioni per ragioni dichiaratamente economiche, la mia prima reazione non è stata la costernazione che il tono dei conduttori pretendeva di suscitare, bensì un moto di perplessità aritmetica: giacché, se i rinunciatari si fermavano a quella soglia, ne discendeva che la restante popolazione adulta, una massa prossima al 90 per cento, aveva invece regolarmente villeggiato, il che, lungi dal configurare un dramma, avrebbe semmai attestato un benessere diffuso quale poche nazioni al mondo potrebbero vantare. È stato quel disagio a spingermi a verificare da dove quei numeri provenissero; e ciò che ho trovato, di strato in strato, si è rivelato assai più istruttivo della notizia da cui ero partito.

La prima sorpresa mi attendeva alla radice stessa del dato: quei 6,7 milioni non promanano da alcuna rilevazione ufficiale, bensì da un’indagine commissionata da un portale di comparazione tariffaria, Facile.it, a un istituto demoscopico, e condotta su un campione di appena 1.500 rispondenti, poi proiettato sull’intera popolazione adulta. Che da un simile microcosmo si pretenda di inferire il destino vacanziero di 50 milioni di persone è, in fondo, la scommessa di ogni sondaggio campionario, e nulla vi sarebbe di censurabile; il punto dolente affiora non appena si consideri che cosa fosse stato domandato agli intervistati, e soprattutto quando. La rilevazione non registrava vacanze compiute, ma raccoglieva risposte a un questionario somministrato tra il 4 e l8 giugno, a stagione ancora di là da venire: non una fotografia dei fatti, dunque, bensì una proiezione di intenzioni raccolta con oltre due mesi danticipo.

Superato lo sconcerto per la fragilità della fonte, mi sono accorto che il vizio peggiore stava altrove: in quella tacita sottrazione per cui, tolti i rinunciatari dal totale degli adulti, il residuo finisce per essere inteso come l’esercito dei villeggianti. L’operazione reggerebbe solo se la popolazione si dividesse in due schiere nette, chi parte e chi resta; ma basta scorrere lo stesso comunicato per vederne crollare il presupposto, giacché il medesimo istituto, sul medesimo campione, stima in 28,5 milioni i connazionali che una vacanza se la concederanno. Sommati ai 6,7 milioni che vi rinunciano, non restituiscono i 50 milioni della platea adulta: si fermano ben prima, lasciando nell’ombra una massa di indecisi e di reticenti che nessuna delle due cifre contabilizza. Il 90 per cento che se ne inferisce non è, dunque, una stima con un margine d’errore: è una grandezza priva di referente, un fantasma aritmetico.

A questo punto ho provato a cercare altrove una conferma, un numero solido cui ancorarmi, e qui è arrivata la terza sorpresa: di cifre non ne ho trovata una, ma molte, e discordi tra loro. Federalberghi ha parlato di decine di milioni di italiani in movimento nell’arco dell’estate; altri osservatori si sono fermati a soglie assai più basse, riferite al solo Ferragosto o alle intenzioni dichiarate a giugno. Numeri lontanissimi che a prima vista si contraddicono, e che invece non si contraddicono affatto: ciascuno misura un oggetto diverso, le partenze distribuite sull’intera stagione, le presenze concentrate in una settimana, i propositi confessati con mesi d’anticipo. Il vocabolo “vacanza”, che nel discorso corrente suona univoco, si sfrangia così in una pluralità di grandezze incommensurabili, nessuna sovrapponibile alle altre. Ho capito allora che il problema non era scegliere il sondaggio giusto, ma che nessun sondaggio, per sua natura, poteva rispondere alla domanda che mi ponevo.

Restava un’ultima possibilità: le statistiche ufficiali che periodicamente celebrano il turismo italiano come fiorente, anzi da primato. E in effetti l’Istat, per il primo trimestre del 2026, ha registrato oltre 71 milioni di presenze negli esercizi ricettivi, in crescita del 7,5 per cento sull’anno precedente. Ma più della metà di quelle presenze, e quasi per intero l’incremento, si devono alla componente straniera, cresciuta a doppia cifra, mentre gli arrivi dei residenti italiani, nello stesso periodo, sono addirittura lievemente diminuiti. Il “record” misura le notti vendute nelle strutture, tedeschi e americani compresi, non la propensione degli italiani a partire; e conteggia i pernottamenti, non le persone.

È così che sono approdato all’unica fonte che davvero misuri le persone, e non i pernottamenti né le intenzioni: l’indagine dell’Istat sui viaggi dei residenti, i cui dati più recenti risalgono al 2024. Il quadro che ne emerge è assai meno trionfale di quello suggerito dai sondaggi estivi. Nel trimestre estivo di quell’anno gli italiani che hanno compiuto almeno un viaggio sono stati poco più di 19 milioni, e la quota di residenti che in media viaggia in un trimestre si è attestata al 17,8 per cento, in silenziosa e costante flessione negli ultimi anni. La partecipazione degli italiani al turismo, lungi dal segnare il primato che le presenze alberghiere lasciavano immaginare, sta dunque arretrando; e la vacanza, che il discorso pubblico continua a raccontare come consuetudine universale, si rivela piuttosto un privilegio distribuito assai disegualmente lungo le antiche faglie geografiche e sociali del Paese.

Resta un’ultima considerazione. Su quella cifra malcerta, nata da un campione esiguo e da una domanda rivolta a stagione non ancora aperta, si è nondimeno acceso un dibattito pubblico che ha occupato talk-show e prime pagine, alimentando reciproche accuse tra chi vi leggeva la prova dell’impoverimento del ceto medio e chi, all’opposto, la smentita di ogni allarme sociale: come se un fantasma aritmetico potesse fungere da campo di battaglia.

Il fatto è che non tutti i cittadini dispongono del tempo o degli strumenti per risalire alle fonti e distinguere le presenze dalle persone, le intenzioni dai fatti: la maggioranza recepisce il numero così come le viene consegnato, e su di esso, in buona fede, si forma un’opinione. Proprio per questo il compito dell’informazione, quello autentico e non negoziabile, non sarebbe di rilanciare la cifra più suggestiva, bensì di soppesarla, contestualizzarla, all’occorrenza ridimensionarla: in una parola, di informare. Che è cosa ben diversa, e assai più faticosa, dal limitarsi a riferire.


di Claudio Amicantonio