Macerie d’interesse pubblico

martedì 25 agosto 2026


Come Bari ha trasformato i diritti privati in macerie istituzionali

C’è una costante che attraversa la storia di Bari degli ultimi trentacinque anni, un filo rosso che lega la cenere di un palcoscenico bruciato al polverone dei condomini abbattuti sul litorale sud. È l’illusione, coltivata dalle istituzioni e somministrata alla collettività con la complicità della retorica civica, secondo cui il “bene pubblico” possa essere edificato sulle macerie del diritto privato.

Se si vuole comprendere la trasformazione politica e culturale del capoluogo pugliese dagli anni ‘90 ad oggi, bisogna smettere di leggere le vicende del Teatro Petruzzelli e di Punta Perotti come isolate anomalie procedurali o disastri urbanistici. Sono, al contrario, le due facce della stessa medaglia: il paradigma di una città che ha scientemente sostituito la certezza del diritto con la prepotenza dell’opportunismo politico.

​Le analogie giuridiche tra il destino del Politeama e quello del cosiddetto “ecomostro” sono profonde e inquietanti. In entrambi i casi, la mano pubblica ha agito con la medesima spregiudicata disinvoltura: prima ha consentito, ratificato o beneficiato dell’iniziativa dei privati, poi — di fronte alle fiamme della tragedia o alle maree dello sdegno mediatico — ha cambiato arbitrariamente le regole del gioco.

Per il Petruzzelli, la proprietà della famiglia Messeni Nemagna è stata trattata per decenni come un orpello ingombrante, una colpa da espiare, piegando lo strumento dell'esproprio a una vera e propria confisca di Stato, fino a quando la Corte d’Appello non ha ristabilito una verità contabile e giuridica essenziale: il teatro è privato. E mentre da cinque lunghi anni si attende in silenzio una parola definitiva dalla Corte di Cassazione, la struttura vive in un limbo in cui il privato garantisce il contenitore e l’ente pubblico ne gestisce la vetrina.

​Per Punta Perotti la dinamica è stata persino più brutale, trasformatasi in un cortocircuito istituzionale che ha varcato i confini nazionali. L’amministrazione prima rilasciò i permessi di costruire nel pieno rispetto dei piani regolatori vigenti, per poi bollare quegli stessi edifici come abusi edilizi, radendoli al suolo a favore di camera. Una vera e propria confisca senza condanna che ha costretto la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo a infliggere una condanna pesantissima all’Italia, sanzionando la violazione sistematica dell’articolo 1 del Protocollo 1 della Cedu: la protezione della proprietà. Un principio elementare in qualunque democrazia liberale, calpestato per erigere il feticcio dell'interesse collettivo.

​Rileggere questi trentacinque anni significa disvelare un vizio d’origine della politica locale: la demonizzazione del privato come scorciatoia per coprire i fallimenti della pianificazione pubblica. Quando la politica non sa governare la complessità o non sa proteggere il proprio patrimonio, inventa un nemico o una causa nobile con cui giustificare la prevaricazione.

Si è preferito trasformare legittimi proprietari e costruttori in “usurpatori” pur di non ammettere le colpe di apparati burocratici incapaci e di una classe politica incline al consenso facile.

​Cosa resta oggi di queste due macerie giudiziarie? Resta un grande vuoto. Nel caso di Punta Perotti, resta un parco incompiuto e la certezza che le sanzioni europee le abbiano pagate i contribuenti. Nel caso del Petruzzelli, resta l’attesa paralizzante del Palazzaccio e l’ombra di un’espropriazione culturale prima ancora che immobiliare. Ma resta soprattutto una lezione amara per la Bari di oggi: una comunità che tollera la prevaricazione dello Stato a danno del singolo non sta costruendo il proprio futuro, sta solo preparando il terreno per le prossime macerie.


di Alessandro Cucciolla