Jasmine Haffadi, scegliere con coraggio

giovedì 6 agosto 2026


Ha trasformato una storia personale segnata da bullismo e discriminazione in un percorso imprenditoriale di successo. Oggi Jasmine Haffadi è una delle imprenditrici più giovani e dinamiche del panorama italiano, fondatrice di una rete con oltre cinquanta centri in franchising e vincitrice del riconoscimento Woman in Franchising 2026. In questa intervista racconta il valore dell’identità, il coraggio di mettersi in gioco, la leadership al femminile e la convinzione che il vero successo si misuri dalla capacità di creare opportunità anche per gli altri.

Lei è arrivata in Italia da bambina e ha raccontato di aver scelto il nome “Jasmine” dopo aver vissuto episodi di bullismo e discriminazione. Oggi quel nome è diventato un marchio imprenditoriale e una voce pubblica. C’è stato un momento preciso in cui ha capito che il dolore poteva trasformarsi in forza?

Sì, c’è stato un momento preciso. Ho capito che continuare a cercare di essere accettata dagli altri mi avrebbe fatto perdere me stessa. Da bambina ho vissuto episodi di discriminazione che mi hanno fatto sentire fuori posto. Scegliere il nome “Jasmine” è stato un modo per riprendere in mano la mia identità. Oggi quel nome rappresenta un’impresa, ma soprattutto rappresenta la dimostrazione che il passato non determina il futuro. Credo che le ferite possano diventare una straordinaria fonte di forza quando smettiamo di subirle e iniziamo a trasformarle in responsabilità verso gli altri.

A soli 23 anni ha aperto il suo primo centro senza capitali iniziali, in un periodo tra i più difficili per l’economia. Molti giovani oggi hanno idee ma temono di non avere le risorse per realizzarle. Qual è stata la scelta più coraggiosa che le ha permesso di trasformare un’intuizione in un’azienda con oltre cinquanta centri?

La scelta più coraggiosa non è stata aprire il primo centro, ma farlo senza aspettare il momento perfetto. Non avevo grandi capitali, ma avevo una visione molto chiara. Ho imparato che spesso le risorse arrivano dopo il coraggio, non prima. Ai giovani direi di non aspettare di sentirsi pronti al cento per cento: prepararsi è fondamentale, ma a un certo punto bisogna decidere di partire. La differenza non la fanno le condizioni iniziali, ma la costanza con cui si affrontano gli ostacoli.

Nel mondo del franchising si parla spesso di espansione, ma molto meno di sostenibilità. La vostra rete ha superato i cinquanta centri senza registrare chiusure: quanto conta il modello di business e quanto, invece, la selezione delle persone che decidono di entrare nel progetto?

La crescita sostenibile nasce dall’equilibrio tra modello di business e persone. Un buon modello rende l’azienda replicabile, ma sono le persone a renderla duratura. Noi non abbiamo mai cercato semplicemente di aprire più centri possibile; abbiamo cercato imprenditori che condividessero i nostri valori e fossero disposti a costruire un progetto nel lungo periodo. Preferisco rinunciare a un’apertura piuttosto che inserire qualcuno che non sia realmente allineato alla nostra visione. Credo che sia questa attenzione ad aver contribuito a costruire una rete solida.

Lei è una delle imprenditrici più giovani ad aver costruito una rete di questa dimensione ed è stata premiata come Woman in Franchising 2026. Ha mai avuto la sensazione di dover dimostrare il doppio rispetto ai suoi colleghi uomini? E cosa direbbe oggi a una ragazza che sogna di mettersi in proprio?

In alcune situazioni ho avuto la sensazione di dover dimostrare più degli altri, soprattutto all’inizio del mio percorso. Essere giovane e donna può portare qualcuno a sottovalutarti. Ho scelto di non rispondere con le parole, ma con i risultati. Oggi penso che la credibilità si costruisca nel tempo attraverso il lavoro quotidiano. A una ragazza che vuole fare impresa direi di non cercare il permesso di nessuno: preparati, studia, circondati di persone competenti e credi nella tua visione. La leadership non dipende dall’età o dal genere, ma dalla capacità di creare valore per gli altri.

Nel suo libro Il nome che ho scelto racconta una storia personale che parla di identità, inclusione e seconde generazioni. Qual è il messaggio che spera arrivi ai giovani che oggi si sentono “diversi” o non ancora pienamente accettati?

Il messaggio che vorrei arrivasse è semplice: essere diversi non è una debolezza, è un’opportunità. Ognuno di noi porta con sé una storia unica e non dovrebbe mai sentirsi costretto a nasconderla per essere accettato. La mia storia dimostra che le origini non definiscono i limiti di una persona. Ai giovani dico sempre di non lasciare che siano gli altri a decidere chi possono diventare. L’identità è qualcosa che si costruisce ogni giorno, con le proprie scelte.

Dopo aver consolidato il progetto in Italia, state guardando agli Stati Uniti, all’intelligenza artificiale applicata al fitness e persino alla creazione di una fondazione per favorire l’autonomia professionale di chi parte da condizioni svantaggiate. Tra tutti questi obiettivi, quale sente più vicino al cuore e quale pensa possa lasciare il segno più profondo nella società?

L’espansione internazionale e l’innovazione tecnologica sono obiettivi importanti, ma il progetto che sento più vicino al cuore è creare opportunità per chi parte da condizioni difficili. Se un giorno il mio percorso potrà essere ricordato non solo per aver costruito un’azienda, ma anche per aver aiutato altre persone a costruire la propria indipendenza economica e professionale, allora sentirò di aver lasciato un segno autentico. Credo che il successo abbia valore solo quando genera nuove possibilità anche per gli altri.


di Claudia Conte