Il ricordo della “strage dimenticata” di Vergarolla

mercoledì 22 luglio 2026


All’Archivio-Museo Storico di Fiume di Via Cippico, nel Quartiere-Villaggio Giuliano-Dalmata − che documenta la storia di Fiume dal Medioevo al passaggio sotto sovranità di Belgrado (1947), e, infine, croata, dopo la guerra del 1991-’95 che segnò la fine della Jugoslavia − si sono svolti vari momenti della Scuola estiva per docenti organizzata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Insegnanti di vari ordini di scuole di tutta Italia han frequentato in questi giorni, a Roma, un corso d’aggiornamento sulla storia della frontiera giuliana e la memoria, nella Capitale, dell’Esodo istriano, giuliano e dalmata degli anni dal ‘45 a metà dei ‘50 (che interessò, in totale, più di 300.000 persone).

Dopo la partecipazione a laboratori di approfondimento, importante è stata la visita all’Archivio-Museo storico di Fiume: diretto dallo storico Marino Micich, e ripercorrente la storia di Fiume, dalla dominazione asburgica, iniziata nel XV secolo, sino al Trattato di Roma del 1924. Che, dopo Grande guerra e Impresa dannunziana, sancì l’annessione della città all’Italia. Poi, vennero le tragedie della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione, prima nazista, e dopo titina.

Oggi, lungo Via Laurentina, accanto a un cippo in pietra carsica ricordante, dal 1961, tutti i caduti giuliano-dalmati di ambedue le guerre mondiali, una panchina è dedicata a Norma Cossetto, la giovane studentessa a lungo seviziata, violentata e gettata, ancora viva, in una foiba, da partigiani comunisti slavi ed elementi italiani, la notte fra il 4 e il 5 ottobre 1943. La collocazione di questa e altre importanti panchine-ricordo (peraltro avvenuta, spesso, col contributo economico solo di privati e associazioni) è un   esempio significativo della collaborazione creatasi, negli ultimi anni, tra il Coordinamento delle Associazioni storiche del settore (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Società di Studi Fiumani, Archivio - Museo Storico di Fiume e altre) e le istituzioni. 

Accompagnati dalle “guide” Giorgio Marsan, già docente di inglese, Donatella Schurzel, Presidente del Comitato provinciale di Roma dell’Anvgd, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e vicepresidente nazionale della stessa, e Marino Micich, i docenti iscritti alla Scuola estiva del Mim hanno visitato poi i punti più significativi del Villaggio Giuliano-Dalmata. Come, a Piazza dei Giuliani e Dalmati, la chiesa di San Marco Evangelista all’Agro Laurentino, costruita nel 1970-72.  Sul pronao dell’ingresso centrale, campeggia, dal 2016, la statua del Leone di San Marco, simbolo caro alla memoria storica delle terre dalmate; mentre l’interno ospita opere di arte contemporanea, con speciale attenzione ai Santi protettori dei vari paesi d’origine dei profughi giuliano-dalmati.

In ultimo, il gruppo ha incontrato, nella Biblioteca annessa alla chiesa, anziani protagonisti dell’Esodo dal ’47 in poi, testimoni e studiosi: come Raoul Pupo, già docente di Storia Contemporanea all’ Università di Trieste, tra gli autori della relazione pubblicata, nel 2001, dalla “Commissione storico-culturale italo-slovena”, incaricata dai Governi di Roma e Lubiana di definire un’interpretazione condivisa dei rapporti tra i due Paesi dal 1880 al 1956.

La giusta attenzione è stata dedicata anche al prossimo ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla (18 agosto 1946): che “inaugurò” la lunga catena di sanguinosi attentati, e torbidi retroscena politici, destinata a punteggiare la storia della Repubblica, da Piazza Fontana in avanti. Ma si tratta, per Vergarolla, di una strage (almeno 100 le vittime, di cui un terzo bambini) mai entrata nei libri di storia del dopoguerra. Alle 14 e 15 di quella calda domenica d’agosto, su quella spiaggia, rientrante nel Comune di Pola (all’epoca ancora italiana, anche se sotto governo militare angloamericano), esplosero ben 28 bombe antisommergibile e testate di siluro, accatastate sull’arenile e da tempo disinnescate (ma allora, chi, e perché, le riattivò?). Molte persone furon letteralmente polverizzate: da allora, non è stata mai aperta alcuna seria inchiesta (a parte quella avviata d’ufficio dagli Alleati), e nessun Presidente della Repubblica si è mai recato su quella spiaggia. Solo “due anni fa quando testimoni e indizi erano quasi scomparsi”, precisava nel 2018 la studiosa Maria Antonietta Marocchi, figlia di esuli di Capodistria, nel suo saggio “Rose-Per l’Istria Fiume e la Dalmazia” (Book Sprint ed.), “sono usciti i primi studi di giovani storici”. “Ma... le carte degli archivi di Londra, Washington, Zagabria, Roma e Belgrado” hanno da sempre avvalorato l’ipotesi “che dietro l’eccidio di italiani ci fossero il maresciallo Tito e la polizia segreta jugoslava”, volti a spegnere qualsiasi speranza che Pola, e l’Istria in genere, potessero restare italiane.       

In chiusura, Augusto Gregori, vicepresidente del IX Municipio, ha evidenziato la positiva collaborazione nata, negli ultimi anni, tra associazioni per la cultura e la memoria istriane, giuliane e dalmate e istituzioni romane: “Che sta facendo, di questo Villaggio, un importante luogo della memoria non solo locale, ma anche, in prospettiva, nazionale”.  


di Fabrizio Federici