martedì 21 luglio 2026
Nella stanza della clinica, silenzio e solitudine. È il malanno dei malanni. Il tempo passa e non passa, talvolta si ferma, talvolta addirittura ti sembra che non resterai chiuso, estraneo al mondo e rivedrai la casa, le tue abitudini, le riprenderai, i tuoi oggetti, le persone. Talvolta ti sembra che resterai confinato e anche peggio. Il pensiero nella solitudine fermenta tra realtà e immaginazione.
L’immaginazione spesso vince sulla realtà. Del resto, non vi è una reclusione per nulla, ma vi è un malessere e, se vi è un malessere, vi è un pericolo. Come passare il tempo? Leggere? Scrivere? Possibilmente leggere e specialmente scrivere. Ma in quel silenzio, in quella solitudine e in quell’attesa manca ciò che mi fa compagnia perpetua, la musica.
Vita e musica in me coincidono. La musica fonda l’accordo con la vita, la bellezza, la pienezza, il suono, la cadenza della vita. Non le immagini, non la parola, certo, l’immagine e la parola. Ma ciascuno ha un modo personale di immedesimarsi nella realtà e di immedesimare la realtà, e per me è la musica, con l’accrescimento del canto, che stringe parola e suono. E nella stanza la musica non c’è. Mi viene suggerito di ricorrere all’onnipossente telefono, il quale sprigiona anche musica e canto, ed avviene. Come se il telefono, nella sua meccanica intelligenza comprendesse la mia esigenza, mi balza, mi investe una voce originalissima, espressa con una naturalezza di canto parlato, interiore, partecipe, limpido. Con una interpretazione mai udita di una canzone celeberrima: “Torna a Surriento”. Con tonalità tenorile, ma sfumature, tocchi originali mai uditi, dicevo un parlato cantato. L’originale sta negli sfumati, lunghissimi, lineari, sussurrati ma ben udibili. Al dunque, “Torna a Surriento” viene intimizzata, come fosse una carezza a Sorrento e alla sua bellezza. Non riconosco il cantante, mi sorprende l’originalità interpretativa e mentre canta, canto anch’io per farmi compagnia nella sua compagnia.
Cambio per trovare ulteriormente e mi raggiunge la vellutatissima interpretazione di: “Una furtiva lacrima”. Come questa voce sconosciuta abbia potuto sostenere questi sfumati, tuttavia, ben precisi e però al minimo filo di voce, non ho mai udito altrimenti con tale riuscita. Continua per tutta l’aria e non è enfatico dire: celestiale. Stavolta voglio capire chi è e rimango stupefatto: Enrico Caruso! Enrico Caruso? Ma come? Il Giove tonante, l’uomo dal petto vulcanico, la gola da terremoto, aveva anche questa emissione lievissima, soffusa e precisa, nessun piagnisteo, è capace di durare strepitosamente ed io mi fermo per ascoltarlo, non gli faccio compagnia con la sua compagnia. Ancora: “Oh dolci baci, oh languide carezze”. Mi immedesimo. Immagino un appassionato di musica e canto, che ascolta Enrico Caruso, queste esibizioni, questo Caruso. Difficilissimo reggere. Quando la capacità espressiva è di tale consistenza, la gioia diventa insostenibile. C’è perfino un limite alla gioia.
Nei panni di un compositore, ad esempio Giacomo Puccini, si comprende come attendesse che Enrico Caruso gli interpretasse le opere, anche se credo lo stesso accadesse per Verdi con Tamagno.
L’arte come medicina è antica ed io l’ho sperimentata. E si chiama Enrico Caruso.
di Antonio Saccà