Dura lex. Sed?

venerdì 17 luglio 2026


Sulla sentenza che ha condannato definitivamente il gioielliere di Grinzane Cavour, Mario Roggero, alla non lieve pena di 14 anni di carcere si può discutere a lungo ma una cosa è certa: la possibilità o, anzi, la probabilità che il Presidente della Repubblica conceda la grazia è sicuramente minore, dopo l’immediata e grossolana pretesa di Salvini, di quanto sarebbe stata se, ad agire, fosse stata un’opinione politica più diplomatica, robusta quanto basta ma sommessa. E soprattutto consapevole del fatto che è proprio in casi davvero eccezionali come questo che la bilancia della giustizia può e forse deve affidarsi alla saggezza istituzionale, e personale, del Capo dello Stato.

Ma quali sono i termini della questione? A scontrarsi sono i due orientamenti fondamentali della giustizia che tutti abbiamo imparato sui banchi universitari: la giustizia punitiva e la giustizia riparativa. La prima mira a punire chi lede la legge e, lì, sostanzialmente, si ferma. La seconda mira a valutare e, di conseguenza, a punire chi provoca un danno ma nella primaria prospettiva di ripararlo.

Nel caso del gioielliere di Grinzane Cavour questi due orientamenti si incrociano dando luogo ad una sovrapposizione tutt’altro che semplice da dirimere.

In effetti sussistono ben due circostanze penalmente rilevanti: una riguarda i malviventi che assaltano la gioielleria e, l’altra, riguarda la reazione del gioielliere che molti, e in primis i giudici, ritengono essere stata eccessiva. Ma, senza peraltro entrare nei dettagli giuridici sui quali non ho alcuna competenza specifica, il vero punto, sotto il profilo logico, sembra essere: quale danno hanno provocato i malviventi e quale l’aggredito?

In realtà si dovrebbe parlare, per quanto riguarda la rapina, del danno che i rapinatori avrebbero procurato se le cose fossero andate per il verso che essi intendevano. Il danno peggiore l’hanno però sicuramente subìto due di loro, uccisi dal gioielliere. Ma lo stesso gioielliere e i familiari presenti nel negozio, minacciati e legati, hanno sicuramente sofferto traumaticamente ciò che stava avvenendo anche se, per loro, non è previsto alcun risarcimento.

Tuttavia, al di là di tutto questo, non si può non vedere almeno una circostanza tutt’altro che accessoria. In un’epoca, come la nostra, in cui molti giuristi propendono per la cosiddetta concezione “evolutiva” del diritto – quella che insiste sulla necessaria connessione della legge ai processi reali della società – stupisce che la dura condanna stabilita nel caso in questione non abbia o non abbia sufficientemente tenuto conto del contesto, parola chiave della dottrina evolutiva.

Ma, purtroppo, la ragione pare piuttosto semplice: il contesto in cui il gioielliere si è trovato era puramente individuale e dunque di ordine psicologico mentre il costante riferimento dei giuristi evolutivi guarda ai contesti sociali visti come un coacervo di motivazioni che finiscono per attenuare, e persino giustificare, la violenza in varie occasioni. È una sola contingenza, fra le tante, che mette in luce la difficile coesistenza, in una società che si dice liberale, fra ciò che ha origine dall’individuo o, nella versione cattolica, dalla persona, e ciò che proviene da gruppi o movimenti, spesso violenti, che agiscono sulla scorta di velleità ideologiche più o meno comprensibili. Ma che, esibendo il sapore del “sociale”, divengono degni di attenta considerazione pseudo-sociologica, limitando l’azione penale alla rigorosa osservanza del principio dell’accertamento dell’eventuale responsabilità individuale, mancando la quale violenze e distruzioni finiscono nel nulla.

La “mente” collettiva, insomma, sembra valere più della mente di un individuo, solo e magari aggredito, e i processi che avvengono nella prima meritano maggiore comprensione rispetto a quelli che possono agitare la seconda.

Dura lex, dunque? E sia. Ma, come vuole il principio che risale al 1795 francese, davvero uguale per tutti e non solo per un singolo cittadino esasperato dalla malavita che l’ha tormentato per anni.


di Massimo Negrotti