venerdì 17 luglio 2026
In questa settimana, mentre il governo incassava l’inciampo alla Camera su un emendamento alla legge elettorale, portava a casa due risultati importanti, e incredibilmente anche di stampo liberale.
Dopo mesi di vuoto e melina, finalmente si è concretizzata la nomina del nuovo presidente della Consob e poi anche dell’Antitrust.
A capo della Consob, è arrivato Guido Stazi, liberale autentico, allievo di Franco Romani (che dell’Antitrust possiamo considerare il padre fondatore), docente e amico della Scuola di Liberalismo da tempo immemore. Non si può che applaudire a questa nomina, per il nome autenticamente liberale, pro-mercato, e per il metodo della scelta. Facciamo un passo indietro e raccontiamo brevemente l’accaduto.
Qualche mese fa sono terminati i mandati dei presidenti delle Autorità indipendenti più importanti per il mercato, Antitrust e Consob. Inizia il gioco degli appetiti politici e la melina, o i veti incrociati su possibili candidati da parte delle segreterie politiche. Stazi sembrava dovesse andare all’Antitrust, un politico alla Consob. Finalmente, dopo mesi di stasi, candidati bruciati e candidature ritirate (o passi indietro che dir si voglia) nella stanza dei bottoni si decide che profili di natura tecnica possano dare un contributo alla nazione ed al mercato e così si arriva all’ipotesi di Stazi alla Consob (autorità in cui era già stato in qualità di Segretario Generale quando il presidente era l’altrettanto liberale Giuseppe Vegas; incredibile, a volte i liberali in Italia riescono anche ad andare al potere) liberando la casella più alta ed importante all’Antitrust per la quale è stato prescelto dai presidenti di Camera e Senato l’avvocato Saverio Valentino, di cui era componente dal 2023.
Il Taccuino, che con la Scuola di Liberalismo ha un legame fortissimo da oltre 30 anni, non può che fare i migliori auguri di buon lavoro ai due presidenti, con l’auspicio che il nuovo incarico non ci sottragga il prezioso contributo di Stazi alla Scuola, ma anzi ne rafforzi la vicinanza, l’amicizia e la collaborazione, di un liberale vero nelle istituzioni.
A breve andrà in scena la sostituzione di Busia all’Anac, e visto che le due nomine appena fatte sono in qualche misura riferibili a FI e FdI, la Lega, rimasta a bocca asciutta dovrebbe poter esprimere un candidato per una “poltrona”, che in questo Paese è comunque molto importante e “scottante”. Spieghiamo perché.
Le novità legislative introdotte nel corso di questa legislatura, ed ancor prima, durante il Covid, rientrano nel decennio 2016-2026 di vigenza della normativa europea. In questo ambito, infatti, ogni 10 anni la normativa europea viene rivista e corretta e vengono emanate nuove direttive, e sicuramente nel decennio 2016-2026, se ne sono viste, in ambito di appalti pubblici, di “cotte e di crude”.
Fa troppo caldo per intrattenere il lettore su alcune tematiche tecniche che darebbero piena spiegazione di quanto affermato, riprenderemo l’argomento sicuramente al termine della calura estiva, magari quando sarà uscito il nome del successore di Busia, ma forniamo volentieri qualche elemento per capire l’importanza anche della nomina che riguarda l’Anac per il sistema Paese, con l’auspicio che la scelta politica dell’indicazione sia ispirata a quella di un tecnico bravo (quindi ok se persona riferibile alla politica, ma uno/a che sappia cosa fare e come farlo), piuttosto che venga operata la scelta di una persona che debba soddisfare solo gli interessi politici dei partiti.
Il primo dato significativo su cui puntare l’attenzione è che dal gennaio 2027 ci saranno le nuove direttive europee in materia di appalti pubblici; sarebbe opportuno governare al meglio in sede europea la scrittura e l’adozione delle nuove direttive (paghiamo ancora lo scotto di aver consentito agli inglesi di imporci lo strumento dell’avvalimento, per il quale il sistema non era pronto) e poi dovremo governare al meglio il recepimento in Italia, paese in cui il 97 per cento circa di tutti gli appalti è assegnato con affidamento diretto.
Senza timore di smentita, si può pacificamente affermare che se ne sono viste talmente tante negli ultimi 20 anni in tema di appalti pubblici, che ora ci vorrebbe una persona di caratura altissima, per mettere in equilibrio un sistema che ha perso innanzitutto il rapporto tra legislatore e operatori pubblici, e che è rimasto in balia di pregiudizi ideologici sia a livello europeo che nazionale, finendo per portare quale risultato quel 97 per cento di affidamenti privi di concorrenza, che la dice lunga sul sistema economico che orbita in quello che viene naturale chiamare “il favoloso mondo degli appalti pubblici”.
Quando due terzi delle norme europee guarda alla sola fase dell’affidamento dell’appalto per garantire la concorrenza, non capendo che in sistemi maturi la concorrenza vera è garantita dalla presenza di operatori economici corretti, cosa che si verifica solo in fase di esecuzione contrattuale, e quando la normativa nazionale, pensa di risolvere i problemi corruttivi con la digitalizzazione degli appalti, è evidente che si tenda a dare risalto alla sola forma e non anche alla sostanza, determinando, la never ending story della manipolazione del mercato, della corruttibilità, della patologia della procedura.
La giurisdizione competente per materia sino all’aggiudicazione, per decenni si è affannata a dirimere la validità dell’apposizione della ceralacca sui plichi cartacei contenenti le offerte, e si è vista svuotata di competenze una volta che sono stati introdotti contributi per istruire i giudizi così onerosi che solo pochi fanno ricorso (dimenticando che a quel punto può nascere un sottobosco di trattative tra operatori) e alla ceralacca di un tempo, oggi ha sostituito le diatribe in merito alle conseguenze del blocco tecnico delle piattaforme digitali o delle pec degli operatori economici spostando, invece, la propria sfera d’influenza sulla normazione secondaria, e ridando vigore a quelle sezioni consultive del Consiglio di Stato, di cui in molti, nei passati decenni forse avevano dimenticato la funzione.
Il prossimo presidente dell’Anac quindi avrà un bel fare, per evitare un recepimento follemente lungo come si ebbe dopo le direttive del 2006 (recepite di fatto completamente solo nel 2010) e quello che accadde dopo il nuovo codice dei contratti del 2016 di recepimento delle nuove direttive, che introdusse la soft law dell’Anac, sconosciuta sino ad allora, e che modificò gli equilibri tra contenzioso giurisdizionale e potere sanzionatorio dell’Anac, sino ad arrivare al codice dei contratti del 2023, che ha visto ad oggi l’introduzione di almeno due grandi correttivi (in due anni) e la sistematizzazione dell’utilizzo degli allegati quali fonti normative, che hanno reso la vita delle stazioni appaltanti affatto semplice e facile, tenendo conto anche del rapporto con gli organi giurisdizionali.
Si spera dunque venga scelta una persona dal lignaggio degno dei compiti che aspettano il nuovo presidente dell’Anac, e il metodo usato per scegliere il presidente della Consob e dell’Antitrust potrebbe essere la via giusta per tale arduo compito. Un tecnico, che seppur riferibile all’area governativa e di maggioranza, sappia (cosa fare e come fare). “Conoscere per deliberare”, ci ha insegnato Luigi Einaudi.
Che il vento liberale spiri dunque, ancora proficuamente per le scelte che riguardano le Autority; paradossalmente contano più le autorità indipendenti che i peones, e se il governo doveva scegliere se fare miglior figura dentro il Parlamento con un emendamento o con le nomine delle autorità indipendenti, visto com’è andata la settimana, thanks to God, is Friday!
di Elvira Cerritelli