Italia, il prezzo della fuga dei cervelli

giovedì 16 luglio 2026


L’Italia ha un problema, di cui poco si parla, ma che è destinato a condizionare il futuro almeno quanto il debito pubblico. Il nostro Paese, seguendo i dettami di un rigoroso tafazzismo, spreca denaro ed energie per formare talenti, dopodiché li regala, di fatto, ad altri Paesi.

Il paradosso è evidente: mentre le associazioni degli imprenditori non perdono occasione per denunciare la mancanza di personale qualificato, continuiamo a perdere ogni anno giovani laureati a migliaia.

I numeri illuminano una realtà che non può essere più ignorata. In Italia soltanto il 30,6 per cento dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo di laurea. Si tratta di una delle percentuali più basse tra i Paesi Ocse. La media internazionale supera il 45 per cento. Sempre secondo le analisi Ocse, tra il 2011 e il 2024 circa il 6 per cento dei giovani (poco più di mezzo milione) tra i 18 e i 34 anni ha lasciato il Paese. Fra costoro la metà è partita con una laurea in valigia (spesso anche con un dottorato).

Stiamo perdendo a ritmo crescente capitale umano (peraltro già inferiore rispetto ai principali concorrenti) ad alta specializzazione. All’estero trovano migliori condizioni di lavoro, percorsi professionali più rapidi e una maggiore valorizzazione del merito.

A tal proposito, vale la pena di ricordare che il 35,9 per cento dei laureati italiani tra i 25 e i 34 anni svolge mansioni per le quali vengono richieste conoscenze e qualifiche inferiori al titolo posseduto. In altre parole, oltre un laureato su tre in Italia non riesce a utilizzare appieno la propria formazione. Tutto quello che sta accadendo avrà conseguenze economiche pesantissime per il nostro Paese.

Ogni giovane professionalizzato che varca i confini rappresenta una perdita secca per l’Italia, che spende circa settemila euro all’anno per studente. Questi una volta formato produrrà ricchezza, innovazione e gettito fiscale altrove. Siamo, come dicevamo, perfetti seguaci di Tafazzi: lo Stato sostiene il costo non irrilevante della formazione universitaria, ma i benefici vengono raccolti da Paesi nostri competitori. Non si vuole qui negare l’importanza della mobilità intellettuale. Ricercatori e professori devono potere studiare e lavorare ovunque.

Il vero fallimento si realizza quando partire diventa una necessità e tornare un’eccezione. Molti analisti sostengono che, per invertire questa tendenza, siano necessarie scelte politiche e accademiche coraggiose: aumentare la quota di investimenti destinati alla ricerca, rafforzare i rapporti fra atenei e imprese e rendere più trasparenti i meccanismi di accesso e di carriera nelle università, dove, ancora oggi, persistono ampie zone d’ombra.

In un Paese che invecchia, con una natalità ai minimi storici e una crescita economica irrilevante, perdere anche i giovani più talentuosi significa rinunciare alla principale risorsa su cui costruire il futuro.


di Francesco Carella