La grazia e l’algoritmo: due volti di una stessa potenza

mercoledì 15 luglio 2026


Nei capitoli centrali della sua prima enciclica, Leone XIV impianta il proprio discorso sull’Intelligenza artificiale su un dittico che è al tempo stesso diagnosi e prognosi: da una parte la critica del transumanesimo e del postumanesimo, ricondotti a un unico “mare di presupposti” fatto di “centralità della tecnica” e di “sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana” (paragrafo 116); dall’altra la proposta di un autentico “più che umano”, che non nascerebbe dalle promesse del potenziamento, bensì da quella “trasformazione” che “supera la capacità della natura” perché è opera di Dio (paragrafo 127). Che il transumanesimo debba essere respinto in quanto “svaluta il limite e promette una salvezza puramente tecnica” (paragrafo 117) è tesi coerente con una linea magisteriale che risale almeno all’ammonimento di Romano Guardini sul “retto uso della potenza”, richiamato al paragrafo 93. Ma la portata del dittico si misura sul termine positivo, non su quello critico. E il termine positivo l’enciclica lo edifica affermando che “l’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura, ma è chiamato a trascendere se stesso” (paragrafo 127), e precisando, con Tommaso, che tra la nostra natura e la vita di Dio corre una “distanza infinita” che soltanto “l’Infinito che si dona” può colmare, “superando la sproporzione infinita” (paragrafo 127). Ne consegue quel movimento che l’enciclica chiama “ri-creazione dell’umano” e riassume nella formula paolina della “nuova creatura” in Cristo (2Corinzi 5,17, cit. paragrafo 127); così come, al paragrafo 128, la formula secondo cui si “giunge ad essere pienamente umani” soltanto quando si è “più che umani”, ossia quando si permette a Dio di condurci “al di là di noi stessi”.

Il dispositivo è chiaro: da un lato il transumanesimo, colpevole di voler superare l’uomo per via tecnica; dall’altro il cristianesimo, che in quel medesimo superamento, in quel trascendere, elevare, condurre al di là di sé, riconosce l’esito autentico della propria vocazione, purché il superamento sia operato dalla grazia e non dalla macchina. La differenza radicale, come la chiama l’enciclica al paragrafo 128, starebbe qui, in quel “purché”. Ed è precisamente in quel “purché” che si annida la difficoltà da cui il testo non si lascia congedare. Perché la formulazione, guardata con severità, non oppone due antropologie: oppone due modi di realizzare la stessa antropologia. In un caso e nell’altro l’uomo è pensato come limitato, finito, incapace da solo, bisognoso di essere portato oltre se stesso e i propri limiti; in un caso e nell’altro una potenza lo raggiunge dall’esterno di ciò che egli è per natura, la tecnica o la grazia; in un caso e nell’altro l’esito è la trasformazione dell’umano in qualcosa che, letteralmente, va oltre il suo essere iniziale.

Che la grazia “superi la capacità della natura”, come afferma il paragrafo 127, presuppone uno scarto da colmare e una potenza che lo colmi: la stessa architettura concettuale che sorregge le teorie del potenziamento tecnico. Quando il paragrafo 128 ricorda che “per un algoritmo l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo”, propone una diversa qualità del cambiamento, non un diverso quadro. E quando il paragrafo 232 riassume tutto nell’immagine dell’incarnazione come “movimento opposto” al superamento tecnico del limite, opposto nella direzione lo è certamente, giacché al posto dell’uomo che sale c’è Dio che scende; nella struttura non altrettanto: c’è pur sempre un limite dell’umano, una potenza salvifica che lo attraversa, una trasformazione che ne consegue. Discendere invece di salire non è uscire dal paradigma della salvezza come trasformazione: è restare al suo interno cambiandogli il senso di marcia.

La domanda che allora si impone non è più quale sia la differenza fra transumanesimo e cristianesimo, bensì un’altra, e ben più radicale: che ne è di un’opposizione, quando i due discorsi che la sostengono pensano l’umano attraverso la medesima architettura, quella in virtù della quale l’uomo attende dalla potenza il proprio compimento? L’opposizione, sotto la superficie delle formule, si risolve in una segreta convergenza. Il transumanesimo che l’enciclica denuncia non è un intruso venuto da fuori la storia dell’Occidente: ne è, al contrario, uno degli esiti più fedeli. In esso si compie, nella figura estrema della nostra epoca, quella persuasione antichissima secondo cui salvare l’uomo significa disporre di una potenza in grado di trasformarlo, di sottrarlo alla vulnerabilità, di condurlo oltre sé. Persuasione che pensa la salvezza come produzione di una condizione ancora inesistente, e dunque come coordinazione di mezzi verso uno scopo, e dunque, nel senso più originario e più radicale del termine, come tecnica. Che tale potenza si presenti poi con il volto dell’apparato scientifico-industriale o con quello del dono soprannaturale non intacca la struttura della persuasione: ne modifica soltanto la figura storica.

Nel primo caso essa si manifesta come volontà di potenza indirizzata alla trasformazione del corpo, del genoma, del cervello; nel secondo come volontà di potenza indirizzata a quella “ri-creazione” in cui l’enciclica riconosce l’atto più alto della grazia. L’alternativa che la Magnifica humanitas consegna come insormontabile, quella fra una “divinizzazione tecnologica” e la divinizzazione “operata dalla grazia di Dio” (paragrafo 126), si scopre così alternativa interna a un unico paradigma: quello in forza del quale l’uomo, abbandonato al proprio limite, è ciò che manca a sé, e la salvezza è il frutto della potenza che a tale mancanza soccorre. Muta il soggetto della potenza; permane, immutata e sovrana, la logica per cui pensare l’uomo equivale a pensarlo come res disponibile a una manipolazione salvifica.

La denuncia del transumanesimo diventa fragile, allora, precisamente nel punto in cui vorrebbe essere forte: essa contesta al potenziamento tecnologico di volere ciò che il cristianesimo, in altra forma, ha sempre voluto, e cioè che l’uomo diventi qualcosa che di suo non è. Il transumanesimo è il figlio, magari degenere ma inequivocabilmente legittimo, di quella metafisica occidentale in cui l’ente è stato pensato come oscillazione fra essere e nulla, e in cui la salvezza è stata pensata come potenza capace di stabilizzare l’ente nell’essere sottraendolo al nulla. Il cristianesimo ha pronunciato tale persuasione nel linguaggio della creazione dal nulla, della redenzione, della nuova creatura; la tecnica moderna la sta pronunciando nel linguaggio della bioingegneria, dell’algoritmo, del potenziamento cognitivo. Non due lingue distinte, dunque, ma due inflessioni di un medesimo idioma. Dentro questa unità, Dio si dà come la forma originaria della tecnica, è il primo tecnico; e la tecnica, condotta oggi dalla scienza moderna, è l’ultimo Dio. Sulla soglia di tale riconoscimento la Magnifica humanitas si è portata più volte, nei suoi passaggi decisivi, e da essa ha preferito arretrare.

Resta allora una domanda che nessuna delle due voci in campo, né quella del potenziamento tecnico né quella della grazia, sembra sapere sostenere: se l’uomo dell’Occidente ha da sempre pensato la propria salvezza come trasformazione operata da una potenza, e se questa struttura sopravvive intatta sia nella promessa transumanista sia in quella cristiana, chiedersi se ci sia una “via duscita” dalla tecnica è chiedersi qualcosa che è ancora un modo di volere la salvezza, e dunque di rimanere dentro la tecnica. La questione che l’epoca dell’Intelligenza artificiale rende urgente non è quale volontà di potenza scegliere, ma se sia possibile pensare l’umano non rinchiuso nelle categorie, poco importa se di matrice cristiana o tecnoscientifica, di potenza e salvezza.


di Claudio Amicantonio