lunedì 13 luglio 2026
Per anni Report ha provato ad “impartire” una lezione al Paese. Non bastavano le sentenze. Non bastavano le assoluzioni. Non bastavano le smentite. Per capire il potere bisognava guardare altrove: alle relazioni, alle frequentazioni, alle amicizie, alle cene, ai numeri di telefono, ai contatti riservati. Perché, ci è stato ripetuto per anni, il potere si manifesta soprattutto attraverso la rete dei rapporti personali.
Era questo il metodo Report.
Un metodo rigoroso. Inflessibile. Talvolta persino spietato.
Un metodo che ha chiesto conto a ministri, imprenditori, manager, magistrati e uomini delle istituzioni delle loro frequentazioni, sostenendo che nessuna relazione fosse irrilevante quando era in gioco l’interesse pubblico.
Oggi quello stesso metodo si è trasformato nel più severo giudice del suo autore. Perché Sigfrido Ranucci non è un cronista qualsiasi. È il simbolo di quel giornalismo che si vanta da sempre di essere trasparente, come principio assoluto. E proprio per questo non può pretendere un trattamento diverso da quello riservato per anni agli altri.
Il punto non è che un giornalista abbia fonti. Il punto non è neppure che frequenti persone discusse. Il punto è che Ranucci ha raccontato di avere avuto un rapporto di amicizia con Valter Lavitola.
Non una semplice fonte. Non un contatto occasionale. Non un informatore. Un amico. Ed è una parola che pesa.
Perché se c’è una cosa che Report ha insegnato ai suoi telespettatori è che le amicizie non sono mai un dettaglio. Sono un elemento di valutazione pubblica. Sono un tassello utile a comprendere contesti, interessi, influenze e dinamiche di potere.
Era vero allora. Deve esserlo anche oggi.
Ranucci afferma che quella relazione non ha mai inciso su alcuna inchiesta. È una posizione chiara e, allo stato, non esistono elementi giudiziari che dimostrino il contrario. Ma questa risposta non basta. Perché il problema non è soltanto l’eventuale condizionamento delle inchieste.
Il problema è la coerenza. Per anni Report ha sostenuto che la semplice esistenza di un rapporto personale meritasse di essere raccontata ai cittadini. Oggi, invece, si chiede che quel rapporto venga considerato irrilevante proprio perché riguarda il conduttore della trasmissione.
È qui che il metodo entra in crisi. Non perché Ranucci sia indagato: non lo è. Non perché sia accusato di avere commesso reati: non lo è. Ma perché le regole che Report ha imposto al dibattito pubblico sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando investono il suo protagonista.
È un doppio standard difficile da ignorare. L’inchiesta della Procura, che vede Lavitola indagato come presunto mandante dell’attentato proprio contro il suo “amico” Ranucci appartiene al piano giudiziario e sarà la magistratura a stabilire la verità. Lavitola respinge ogni accusa e vale integralmente la presunzione d'innocenza.
Ma il giudizio sul metodo giornalistico appartiene all’opinione pubblica. E su quel terreno la domanda è inevitabile.
Se Report ritiene legittimo scandagliare le relazioni degli altri fino a trasformarle in chiave di lettura delle proprie inchieste, perché dovrebbe sottrarsi allo stesso scrutinio?
Perché ciò che per anni è stato considerato un elemento essenziale dell’interesse pubblico dovrebbe diventare improvvisamente un fatto privato? La risposta non può essere una semplice autodichiarazione di correttezza.
Perché è esattamente questo il tipo di risposta che Report non ha mai ritenuto sufficiente quando riguardava gli altri.
La Rai ha il dovere di difendere Ranucci da ogni intimidazione e di garantire la libertà di informazione. Ma ha anche il dovere di pretendere che il volto simbolo del giornalismo investigativo accetti di essere sottoposto allo stesso livello di trasparenza che la sua trasmissione pretende da chiunque finisca sotto i suoi riflettori.
Il punto non è la colpevolezza. Il punto è la credibilità. Per anni Report ha costruito la propria autorevolezza su un assunto: nessuno può chiedere fiducia senza accettare il controllo. È arrivato il momento che quella regola venga applicata anche a chi l’ha trasformata nel proprio marchio di fabbrica.
Perché la trasparenza non può essere un’arma da rivolgere soltanto contro gli altri. Se diventa selettiva, smette di essere un principio e si trasforma in un privilegio.
Ed è proprio questo il rischio che oggi il caso Ranucci-Lavitola mette drammaticamente in evidenza.
di Claudia Conte