La tortura dei plexiglass nel carcere di Cosenza

martedì 7 luglio 2026


Nel disinteresse della sinistra, la battaglia “radicale” è di destra

Del caso Alemanno e della giustizia a geometria variabile ‒ indulgente con taluni e intransigente con altri ‒ della necessità, per un Paese civile, dell’implementazione delle pene alternative alla detenzione e dell’inconsistenza concreta di alcune fattispecie di reato, ne ho scritto su questo giornale la settimana scorsa a qualche giorno di distanza dalla scarcerazione dell’ex sindaco di Roma ed ex ministro.

Ma oltre il dato prettamente politico-giudiziario, come in quella sede precisavo, questa vicenda rappresenta soprattutto un report fondamentale sulla condizione delle carceri italiane, dato che Gianni Alemanno ha trasformato il periodo trascorso dietro le sbarre in una battaglia di civiltà attraverso la condivisione di un “diario di cella” costringendo le istituzioni, per forza di cose, all’attenzione sulle condizioni disumane nelle quali molti detenuti sono costretti a vivere.

La piaga comune di gran parte degli istituti penitenziari italiani, infatti, va oltre la pena: celle sovraffollate, caldo insopportabile, carenze igienico-sanitarie, criticità strutturali, assenza di privacy (circostanze di cui si fa sempre un gran parlare, ma mai in concreto).

Il tema delle condizioni di vita all’interno delle carceri rappresenta una questione che investe i principi fondamentali sanciti in Costituzione: il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la capacità di garantire, alle persone private della libertà personale, il rispetto dei diritti inviolabili propri di uno Stato di diritto. Invece, troppo spesso, il carcere è trattato come luogo di scarto sociale che della funzione rieducativa e della dignità della persona umana, fa carta straccia.

Nella casa circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza, dove da anni queste condizioni sono esasperate, per molto tempo se ne è segnalata una pressoché atroce: pannelli in plexiglass installati sulle sbarre delle celle e delle finestre che limitavano sensibilmente il naturale ricambio dell’aria e l’ingresso della luce solare. Una vera forma di tortura; una condizione incompatibile con la dignità umana.

Fino ad oggi la Camera Penale di Cosenza, infatti, dopo una lunga battaglia di sensibilizzazione, nel giro di un mese ha ottenuto dapprima l’istituzione di un tavolo tecnico ministeriale (su iniziativa dei deputati cosentini di centrodestra) e poi, su decisione del DAP, la rimozione di quei pannelli in plexiglass. Il momento decisivo risale al maggio scorso, quando la visita ispettiva organizzata dalla Camera Penale nella persona del Presidente, l’avvocato Roberto Le Pera ‒ alla presenza dei parlamentari cosentini l’onorevole Simona Loizzo (Lega) e il senatore Fausto Orsomarso (FdI) ‒ ha portato all’attenzione delle istituzioni nazionali quelle condizioni di criticità già evidenziate nella relazione della Garante delle Persone Private della Libertà Personale, la dottoressa Emilia Corea.

Ma in questa vicenda, il dettaglio politico eclatante è il j’accuse della consigliera comunale cosentina di centrosinistra, l’avvocato Chiara Penna, Presidente della Commissione “legalità” e in prima linea in questa battaglia di civiltà: “La sinistra è rimasta silente. Nessun parlamentare del Partito Democratico o del Movimento 5 Stelle, pur invitato a partecipare alla visita in carcere, ha ritenuto di essere presente o di manifestare interesse per una vicenda che investe diritti fondamentali e condizioni di vita dignitose”.

Penna ha evidenziato il cortocircuito: il silenzio imbarazzante della coalizione che sostiene l’amministrazione di sinistra della città, una totale assenza, un approccio disinteressato e un’attenzione alla variabile a seconda delle convenienze. Proprio quello che di recente ha dimostrato il referendum costituzionale sull’ordinamento giudiziario dove, in una incresciosa operazione di arroccamento di casta, la sinistra ha preferito rinnegare le proprie posizioni storiche in tema di giustizia liberale, dissimulandole come Taqiyya.

Quelli che si riempiono la bocca di legalità Costituzionale, che blaterano di garantismo e di diritti inviolabili dell’uomo, al momento dell’hic Rhodus, hic salta decidono da che parte stare o quanto impegno profondere in base al posizionamento politico che più si confà all’esigenza del momento.

Lo hanno fatto in modo meschino, come vendetta politica, accanendosi su Alemanno; lo hanno fatto, disinteressandosene, sulla battaglia dei plexiglass del carcere di Cosenza. Ma se la passione militante e la retorica valoriale funziona a corrente alternata, i princìpi non sono princìpi. Sono mezzo manipolatorio di conservazione del potere.

E la Penna, una di quei professionisti che l’impegno politico lo approccia con le spalle larghe della coerenza, non ha avuto problemi a parlare ai “suoi”, spiegare la lezione e sbattere in faccia ai kompagni il loro opportunismo.


di Francesco Catera