martedì 23 giugno 2026
Magnifica Humanitas e lo “strappo metafisico”
Magnifica humanitas è la prima lettera enciclica di Leone XIV. Il documento pontificio ha suscitato numerosi dibattiti sin dall’inizio, soprattutto sul tema della cosiddetta “Intelligenza artificiale”, ma sarebbe riduttivo leggere e presentare questo documento come un intervento solo su questo tema. Certo, l’argomento “tecnica” è di certo importante, ma il cuore della lettera è, a mio avviso, di natura metafisico-antropologica: come si evince dal titolo, il Papa pone la sua attenzione sulla “custodia della persona umana” in un tempo, il nostro, in cui il rischio di “nuove forme di disumanizzazione” è dietro l’angolo, pertanto “abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani custodendo con amore quella magnifica umanità che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore” (1). La questione dell’Ia, dunque, è una delle questioni non la questione presente nella lettera enciclica, anzi la comprensione della posizione di Leone XIV sul tema è possibile solo tenendo conto delle categorie metafisiche e antropologiche della philosophia perennis (2).
Bene hanno detto Giulia Bovassi e Aldo Rocco Vitale in un recentissimo articolo: “La realtà umana, infatti, specialmente quella occidentale odierna sempre più frammentata secondo una lacerante dicotomia di ordine antropologico che si riflette inevitabilmente anche nell’ambito più strettamente giuridico, è oggi profondamente intrecciata alla dimensione tecnologica che ne descrive e riscrive dalle fondamenta non soltanto le potenzialità tecniche, ma anche e soprattutto le capacità intellettuali, culturali e, infine, relazionali, a tal punto da richiedere una sempre nuova e sempre costante forma di riflessione critica” (3). Questa “lacerante dicotomia” è prima di tutto uno “strappo metafisico” che Leone XIV cerca di ricucire facendo ricorso ad una nota immagine agostiniana: i due amori, le due città. È questa, secondo la mia lettura, la categoria metafisica fondamentale per comprendere il documento (4), presente sin dall’apertura dell’enciclica (5) quale luce che illumina l’intero testo, una luce che si concreta, secondo il Papa, in due icone bibliche: la costruzione della torre di Babele (Confronta Genesi 11, 1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Confronta Ne 2-6) (6). Questi due episodi sono la traduzione scritturistiche dei due amori di Agostino, amori che non solo descrivono il nostro mondo interiore (il nostro tormentato animo), quindi una chiave antropologica, ma soprattutto sono l’espressione di una metafisica della trascendenza, unica in grado – secondo l’Ipponate e il Papa – di portare l’uomo fuori dalla propria inquieta finitezza e permettere così all’anima una “ginnastica del desiderio” nella palestra del mondo seguendo le regole “dell’ordo amoris” (7).
Questo orientamento metafisico è una cornice teoretica necessaria per il Papa: senza di esso, l’agire dell’uomo diverrebbe – in alcuni casi è già così – preda di un vuoto nichilismo, del non senso e ciò condurrebbe inevitabilmente all’affermazione della legge del più forte (8). In fondo, è proprio quello troviamo nei grandi classici del pensiero, a partire, per fare un esempio, da Platone che nei suoi testi politici (9) non esita a sottolineare che la mancanza di una “stabilità metafisica” non può che condurre, come conseguenza necessaria, al dominio dell’istinto di pleonexia (πλεονεξία), quel desiderio di volere sempre di più che cresce a dismisura senza la misura dell’amore. Secondo questa prospettiva, la dottrina sociale della Chiesa, che il Papa presenta per sommi capi dal punto di vista storico e dottrinale nei capitoli 1 e 2, sono l’espressione socio-politica della ricucitura metafisica che Leone cerca di operare in continuità con la tradizione della Chiesa: non distruggere, negando ogni valore alla città terrena, ma aprire le porte della città celeste per superare l’angusto limite dell’immanentismo dove, per parafrasare un’espressione di Cornelio Fabro, la finitezza divora la soggettività come avviene con le teorie del cosiddetto transumanesimo: dal potenziamento cognitivo all’ingegneria genetica, dall’estensione della vita all’ibrido organismo-macchina (10), tutte espressione dello scacco metafisico di cui sopra.
Il già citato Platone aveva riscontrato nella prima navigazione dei filosofi naturalisti proprio questo limite, il limite della ricera dell’arché nell’immanenza e il Papa non fa che riprenderlo e applicarlo alle sfere antropologica, sociale e politica nel nostro tempo: “Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine” (11).
Leone XIV, Magnifica Humanitas, numero 118.
di Giovanni Covino