L’ambizione totalitaria di una fiera letteraria

mercoledì 17 giugno 2026


Il lasciapassare antifascista di “Più libri più liberi” e il giuramento del 1931

“Giuro di essere fedele al re, ai suoi reali successori e al regime fascista, di osservare lealmente lo statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere a tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria ed al regime fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio”. Questo fu il giuramento imposto nel 1931 dal regime fascista ai docenti delle università italiane, pena la perdita della cattedra. Solo in dodici rifiutarono di giurare. Gli altri sbagliarono? Il grande latinista italiano, Concetto Marchesi, concordando con Palmiro Togliatti, consigliò i compagni professori di prestare giuramento. Dalla cattedra avrebbero potuto infatti continuare “un’opera estremamente utile per il partito e per la causa dell’antifascismo” (Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista di Helmut Goetz, La Nuova Italia, 1999, pagina 16). Benedetto Croce invitò Guido Calogero e Luigi Einaudi a rimanere all’università, “per continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà” (pagine13-14). L’economista piemontese temeva che le cattedre abbandonate dai colleghi non fascisti, in caso di mancato giuramento, sarebbero finite “in mano ai più pronti ad avvelenare l’animo degli studenti” (Discorsi parlamentari di Antonio Pesenti, 1990, pagina 32).

La sottoscrizione richiesta da quest’anno dal regolamento della Fiera Più libri più liberi rivela un’aspirazione non mento totalitaria del giuramento del 1931. Il documento da sottoscrivere per partecipare alla fiera libraria prevede infatti di “riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana”. È indubbiamente un salto di qualità da parte di un privato rispetto a quanto statuito dal potere pubblico, che le disposizioni transitorie e finali della Costituzione e le leggi Scelba e Mancino colpiscono comportamenti, atti ma non sindacano le coscienze, salto che rischia però di finire nelle sabbie mobili. Quell’aspirazione, difatti, è accompagnata da una vaghezza che rischia di ridurla a mero flatus vocis. Cosa sono difatti esattamente i valori antifascisti? È possibile stilarne un catalogo unanimemente condiviso? Prendiamo ad esempio il fenomeno che oggi l’opinione pubblica più avvertita assumerebbe probabilmente come spartiacque tra la concezione fascista e antifascista della società: la famigerata remigrazione. Leggo dalla proposta di legge di iniziativa popolare del Comitato remigrazione e riconquista che l’auspicata remigrazione, di natura “volontaria”, consisterebbe “nell’istituzione di un accordo tra lo Stato e il singolo che consenta allo straniero regolarmente soggiornante in Italia di ricevere un contributo economico per il rientro nel Paese d’origine a fronte della rinuncia definitiva e irrevocabile a ogni diritto di soggiorno e cittadinanza in Italia”.

La proposta di un tale accordo, pur volontario, può certamente essere considerata oscena, cinica, moralmente rivoltante ma può essere considerata oggettivamente, unanimemente, fascista? Il sostegno finanziario e militare all’Ucraina può essere considerato altrettanto oggettivamente e unanimemente rispettoso dell’articolo 11 della Costituzione antifascista che esclude la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”? Un editore trumpiano può essere accolto all’interno del perimetro antifascista o merita un ulteriore e occhiuto supplemento d’indagine? E quello putiniano? Cosa aspettarsi, infine, dalle case editrici in odore di neofascismo? Non saprei; la scelta più onorevole, più intellettualmente onesta e limpida sarebbe quella di rispedire al mittente la dichiarazione di fede politica e disertare l’appuntamento ma non mi sentirei di condannarle qualora dovessero optare per la ‘doppiezza’ togliattiana, che in questo modo non priverebbero i frequentatori della fiera di conoscere il loro catalogo vanificando gli atteggiamenti paternalistici e censori dell’Associazione italiana editori.


di Luca Tedesco