martedì 16 giugno 2026
Il disagio giovanile non può essere ridotto a una somma di emergenze separate. Bullismo, isolamento emotivo, dipendenze digitali e fragilità relazionali sono spesso manifestazioni diverse di una stessa realtà che interroga famiglie, scuola, istituzioni e società. È da questa convinzione che parte l’impegno di Mauro Sica, presidente dell’Associazione Uguali per i Figli, realtà impegnata nella promozione dei diritti dei minori e nella costruzione di una cultura educativa fondata sull’ascolto, sulla corresponsabilità e sulla prevenzione.
Intervenuto alla Maratona sul Bullismo, Sica ha lanciato una riflessione che va oltre il singolo fenomeno: “Il disagio dei ragazzi ‒ sostiene ‒ non riguarda soltanto i giovani ma racconta anche il mondo adulto, i modelli che propone e la qualità delle relazioni che è in grado di costruire”.
In questa intervista affronta i temi dell’ascolto, dell’educazione, dell’impatto dei social media, del ruolo delle istituzioni e della necessità di creare una vera comunità educante capace di mettere al centro l’infanzia e l’adolescenza.
Presidente Sica, nel suo intervento durante la Maratona sul Bullismo lei afferma che “il disagio giovanile ci mette a disagio”. Secondo lei, qual è oggi la più grande difficoltà del mondo adulto nel comprendere davvero i giovani e i loro bisogni profondi?
Credo che la difficoltà più grande non sia comprendere i giovani, ma accettare ciò che ci stanno raccontando. Troppo spesso guardiamo il disagio come qualcosa che appartiene ai ragazzi, quando in realtà parla anche di noi adulti, dei contesti che abbiamo costruito, dei modelli che proponiamo e delle relazioni che offriamo loro. I giovani crescono in un mondo che cambia a una velocità senza precedenti, mentre le nostre categorie educative spesso restano ferme. Per questo il disagio giovanile ci mette a disagio: perché mette in discussione le nostre certezze e ci obbliga a interrogarci sul tipo di società che stiamo costruendo.
Nel testo emerge una critica forte alla logica delle “emergenze separate” ‒ bullismo, isolamento emotivo, dipendenze digitali ‒ affrontate come problemi distinti. Quale modello culturale ed educativo propone invece Uguali per i Figli per leggere il disagio adolescenziale in modo più integrato?
Il bullismo non è il problema. L’isolamento non è il problema. Le dipendenze digitali non sono il problema. Sono manifestazioni diverse di una stessa realtà che chiede di essere letta nella sua complessità. Un ragazzo non cresce a compartimenti stagni: vive contemporaneamente la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, il digitale, lo sport, la cultura e il territorio. Per questo noi proponiamo un approccio integrato che metta al centro la persona e non il singolo fenomeno. Se continuiamo a intervenire sui sintomi senza guardare il contesto, rischiamo di rincorrere le emergenze senza mai affrontarne le cause profonde.
Lei descrive una società “iperconnessa ma frammentata, performativa ma svuotata di valori”. Quanto incidono oggi i modelli sociali e digitali nella costruzione della fragilità emotiva dei ragazzi?
Il digitale non è il nemico. Sarebbe una lettura troppo semplice. Il punto è che oggi gli adolescenti costruiscono la propria identità all’interno di un ecosistema che amplifica continuamente confronto, giudizio e ricerca di approvazione. Vivono esposti a modelli di successo spesso irraggiungibili e a una pressione costante verso la performance. Quando il valore personale viene misurato in termini di visibilità, consenso o risultati, il rischio è che la fragilità emotiva aumenti. Per questo non dobbiamo demonizzare la tecnologia, ma educare i ragazzi a viverla con consapevolezza, senso critico e solidità relazionale.
Nel suo messaggio ritorna più volte il tema dell’ascolto. A suo avviso, quali segnali il mondo adulto continua a sottovalutare nei giovani e cosa significa, concretamente, “intercettare i loro silenzi”?
Spesso immaginiamo il disagio come qualcosa che si manifesta in modo evidente. In realtà molti ragazzi non chiedono aiuto con le parole. Lo fanno attraverso il ritiro, l’apatia, la rabbia, la perdita di interesse, l’iperconnessione o, paradossalmente, attraverso una ricerca esasperata della perfezione. Intercettare i loro silenzi significa imparare a leggere questi segnali prima che diventino emergenze. Significa creare contesti nei quali un ragazzo non debba sentirsi giudicato per poter esprimere una fragilità. L’ascolto autentico non consiste nel parlare ai giovani, ma nel costruire le condizioni perché possano sentirsi visti, compresi e accolti.
Uguali per i Figli parla della necessità di una “piattaforma civile permanente” capace di mettere in rete istituzioni, scuola, famiglie e terzo settore. Come immagina il funzionamento concreto di questa rete e quali risultati dovrebbe produrre nei prossimi anni?
Noi immaginiamo una comunità educante che smetta di lavorare per compartimenti separati. Oggi esistono competenze straordinarie nella scuola, nelle istituzioni, nella ricerca, nella salute mentale, nello sport, nella cultura e nel terzo settore. Tuttavia, troppo spesso queste energie non dialogano tra loro in modo strutturato. Una piattaforma civile permanente significa creare connessioni, condividere dati, esperienze, buone pratiche e costruire strategie comuni. L’obiettivo non è creare un nuovo contenitore, ma una nuova capacità di lettura e di intervento. Nei prossimi anni dovremmo riuscire a passare dalla gestione delle emergenze alla costruzione di ambienti di crescita più sani, inclusivi e capaci di prevenire il disagio prima che si manifesti.
Lei sostiene che “i minori non sono una categoria sociale, ma il termometro della salute educativa, morale e democratica di una nazione”. Che Paese ci stanno raccontando oggi i nostri ragazzi e quale responsabilità collettiva abbiamo davanti a questo scenario?
I nostri ragazzi non ci stanno raccontando una generazione sbagliata. Ci stanno raccontando una società che ha perso, in molti luoghi, la capacità di generare appartenenza, fiducia e senso. Quando un adolescente si isola, quando un bambino manifesta rabbia, quando cresce il disagio emotivo, quando la violenza diventa linguaggio o il digitale sostituisce la relazione, non siamo davanti soltanto a un problema individuale. Siamo davanti a un messaggio collettivo. I minori sono il punto in cui una nazione non può più nascondere le proprie contraddizioni. Nei loro silenzi, nelle loro fragilità e nelle loro domande si vede la qualità reale delle nostre famiglie, della scuola, delle istituzioni, della cultura, dei territori. Per questo non basta proteggere i ragazzi. Dobbiamo imparare a lasciarci interrogare da loro. La responsabilità che abbiamo davanti è enorme: rimettere l’infanzia e l’adolescenza al centro non come tema sociale, ma come criterio con cui misurare ogni scelta pubblica. Perché un Paese che non sa ascoltare i propri figli smette di capire il proprio futuro.
di Claudia Conte