mercoledì 3 giugno 2026
Gli impiegati delle poste sono ormai i nostri confessori, gli organizzatori delle parti meno ostentabili delle nostre vite, badanti che scuotono la testa quando ci allontaniamo, e non smettono di farlo per gli altri 50 vecchietti surreali della giornata. Gli uffici postali non spediscono più nulla al caro amore, e quasi nulla all’illustrissimo. Sono diventati una sorta di souk per anime vaganti che si fermano solo se costrette a scegliere un modulo e a compilare quello sbagliato. La sala è grande, gli unici sorridenti stanno al centro, in una specie di salotto dove si investono i soldi che pochi hanno, mentre il tabellone elettronico prosegue con la prossima lettera, che raramente è la “P” di pacchi. Perché pesano, ed è meglio che se ne occupi il collega maschio. Che oggi non c’è, ma non fa nulla.
Le auto parcheggiate sono una cinquantina, e si entra pensando di trovare l’ufficio pieno zeppo. Invece, solo sei persone, tre al confessionale, tre in attesa frenetica, avanti e indietro con mumble mumble poco disneyani. L’uomo a destra è vecchio dentro, ma fuori è ben vestito, al limite del fighetto. Deve fare lo Spid, ma è allergico all’online, e di questo avverte l’impiegata, la quale è indecisa se fargli un corso o accettare l’analfabetismo digitale di cui sembra andare fiero. E poi, questo, chi è? Come definirlo? Il cliente? Forse le Poste vorrebbero chiarire il proprio riposizionamento sul mercato, ma, se fosse, quale sarebbe? E poi lei, all’ avventore precedente, aveva detto che il suo problema l’avrebbe toccata per cinque secondi, dopo di che non le importava niente di niente.
Ecco, avventore è il termine giusto, per molti questa è una minuscola avventura che gli habitué sanno vivere con finta gioia, sussurrando facili ricette di cucina o raccontando scenette familiari di interesse zero. Come ai tempi in cui alle poste si impostava. Due sportelli più in là (tre in tutto) c’è lo showman che le spara per far ridere l’impiegata, e poi si volta per estendere lo spettacolo aspettandosi un applauso. Resta circa un’ora e venti, sembra che debba compiere un’operazione al di là dei limiti umani. I pochi astanti, sempre più nervosi, sanno di dover fare cose marziane, per cui i moduli sono sicuramente finiti. L’impiegata minuscola con occhiali pirotecnici, quella dei cinque secondi, si pente di aver digitato una p fatale: l’orribile individuo che aveva il cartellino, anzi, il ticket maledetto, deve restituire due immensi pacchi Amazon. Lei apre la gabbia, lui ne appoggia uno in terra, lei gli urla “sul carrelloooo!”, lui obbedisce, lei chiude, ma poi dovrà parcheggiare i cartoni. Sbuffa, medita vendetta: c’è un QR, ma è su fondo nero, il lettore non legge. Lei sembra felice di non poterlo accontentare, ma lui ricorda qualcosa sul modo di sbiancare il fondo, ci riesce, l’occhialuta reprime a metà un moto di rabbia, poi chiede il numero di ognuno dei due pacchi.
All’espressione smarrita dell’ometto la donna preconizza una brutta fine per la restituzione: è venuto impreparato, io che ci devo fare? Con voce flebile lui spera che i due numeri non siano stati invertiti, ma la faccia dietro gli occhiali da strega Nocciola fa trasparire il sogno che non gli rendano nemmeno il becco di un quattrino. Intanto gli atterriti vaganti guardano la postazione centrale, con una ragazza a tratti persino sorridente, nella speranza che sia lei a chiamare il loro numero. Ma il verdetto si fa attendere. perché dopo ogni impresa, gli impiegati si alzano e vanno chissà dove. Forse a ritemprarsi, forse a consolarsi della necessità di avere ancora a che fare con il genere umano, ora che i loro capi li hanno edotti sulla nuova era di quel baraccone che conserva il nome di Poste solo per convenzione.
L’uomo negato per lo Spid non ha capito che fra poco anche quest’ultimo girone purgatoriale sta per crollare, e non avrà più la libidine di essere maltrattato da esseri umani, molto peggio, da uno schermo che lampeggia e aspetta in eterno, finché lui non si spingerà oltre le regole del secolo scorso. Raccomandata, assicurata, ricevuta di ritorno che non arriva, quanto costa spedire a Londra, sa, mia nipote lì fa carriera, io, povero vecchio, sto qui, dove vuole che vada? Ma la five seconds woman non ascolta, attende solo il fine turno. E considerando che non ha capito che cosa stia lì a fare e fra quanto tempo quell’edificio crollerà, almeno virtualmente, è difficile darle torto. Non ci vede chiaro, non ci sono occhialoni che tengano, cerca di dimenticare gli interrogativi che nemmeno si pone. E forse si chiede se fuori esista ancora il mondo. Ma non saprà mai che esiste, eccome, ed è pure vicino a lei, pieno di ragazzi che corrono su piccoli mezzi elettrici, sorridono per ovattare le multe che portano, continuano a pedalare virtualmente mentre pensano a quel sito che stanno elaborando con due amici e che li proietterà in un futuro che è già loro. Un mondo grugnito-free.
di Gian Stefano Spoto