Intimidazioni e diritto di cronaca

mercoledì 3 giugno 2026


Intervista ad Adriano Cappellari, giovane giornalista vicentino

A soli 20 anni, Adriano Cappellari, giovane giornalista vicentino, si è trovato a fare i conti con gravi intimidazioni legate al suo impegno pubblico sui temi della legalità. Dopo aver espresso il proprio sostegno a don Maurizio Patriciello, sacerdote simbolo della lotta contro il degrado e la criminalità a Caivano, è stato bersaglio di minacce culminate nel ritrovamento di bottiglie incendiarie e messaggi intimidatori. L’episodio ha suscitato una vasta ondata di solidarietà da parte delle istituzioni e del mondo dell’informazione.

In questa intervista racconta la sua esperienza, il significato del suo impegno e la sua riflessione sul valore della libertà di stampa.

Adriano, il tuo sostegno a don Maurizio Patriciello nasce da un rapporto personale e dalla conoscenza diretta del suo impegno a Caivano. Cosa ti ha colpito maggiormente della sua testimonianza e perché hai deciso di esporsi pubblicamente al suo fianco?

Il rapporto con don Maurizio Patriciello nasce dopo l’incontro avvenuto a Enego nel 2024, organizzato dal Tavolo della Legalità, di cui facevo parte anch’io. Quello che più mi ha colpito di lui è stata la sua determinazione nel denunciare il degrado di Caivano, ma soprattutto il fatto che sia riuscito concretamente a far cambiare le sorti di una realtà molto difficile. Non si può negare che qualcosa sia cambiato e, a chi non ci crede, consiglio di visitare il Centro Sportivo Pino Daniele: basta vedere con i propri occhi per capire la differenza. Tutto questo mi ha motivato a schierarmi pubblicamente al suo fianco, soprattutto dopo il proiettile ricevuto in chiesa.

Dopo l’atto intimidatorio subito da don Patriciello, hai scritto un articolo in sua difesa. Qual era il messaggio che volevi lanciare a chi leggeva e alla comunità locale?

Il messaggio che volevo lanciare era quello di ricollegare quanto accaduto all’evento di Enego, ma soprattutto di ribadire che nessuno è immune dalle mafie. Tutti noi dobbiamo combatterle, senza pensare che siano problemi lontani o che riguardino soltanto alcune zone d’Italia.

Nelle scritte e nei messaggi intimidatori che hai ricevuto comparivano i nomi di don Patriciello e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Come hai interpretato questo richiamo e che significato gli attribuisci?

Per me il richiamo ai nomi di don Patriciello e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni serviva a far credere che dietro alle minacce ci fosse qualcuno di potente, per farmi spaventare seriamente. Personalmente, però, ritengo che dietro questi episodi ci sia qualcuno del posto.

Non ti sei mai occupato di criminalità organizzata o di inchieste antimafia. Ritieni che l’attenzione nei tuoi confronti possa essere stata legata più alle persone e ai valori che hai sostenuto pubblicamente che alla tua attività giornalistica?

Io non mi sono mai occupato direttamente di criminalità organizzata o di inchieste antimafia. Il problema delle minacce, secondo me, nasce soprattutto dal fatto che scrivo per una testata giornalistica. Evidentemente dà fastidio che io svolga questa attività, anche se il motivo preciso non riesco a spiegarmelo.

Dopo aver vissuto personalmente un episodio così grave, hai avuto paura per la tua sicurezza? Hai mai pensato di smettere di fare il giornalista a causa delle intimidazioni?

Credo che chiunque avrebbe paura dopo una cosa del genere. Sul momento certamente ne ho avuta anch’io, anche perché non riuscivo a capire quali potessero essere tutte le conseguenze. Però la paura bisogna affrontarla e superarla subito. Non ho mai pensato di smettere di fare il giornalista e non ho nessuna intenzione di abbandonare questo mestiere, che nonostante tutto continua a darmi molte soddisfazioni.

Alla luce dell’attentato subito, ritieni che in Italia esista un problema di condizionamento o pressione nei confronti di chi esercita liberamente il diritto di cronaca?

Alla luce di quanto accaduto, penso che in Italia esista ancora un problema di pressioni e intimidazioni nei confronti di chi esercita liberamente il diritto di cronaca. Quando qualcuno prova a raccontare fatti, situazioni o realtà scomode, può capitare di diventare bersaglio di minacce o tentativi di condizionamento. Proprio per questo è importante non abbassare l’attenzione e difendere sempre la libertà di informazione.


di Claudia Conte