La scuola non diventi il ministero dell’anima

mercoledì 27 maggio 2026


Dall’istruzione alla gestione dell’anima: il rischio di uno Stato etico che, con il pretesto del benessere, trasforma la vulnerabilità dei figli in una procedura burocratica.

La notizia sembra, a prima vista, inattaccabile. Parte AscoltaMI, il servizio di supporto psicologico agli studenti promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi. Ne potranno usufruire gli alunni dell’ultimo anno delle medie e del primo biennio delle superiori. I genitori presenteranno domanda tramite la piattaforma Unica; ottenuto il voucher, sceglieranno uno psicologo; gli incontri si svolgeranno online, individualmente, per cinque sedute.

Tutto appare ordinato, moderno, premuroso. La parola d’ordine è “ascolto”. Il lessico è quello della prevenzione, del benessere, della fragilità, del diritto allo studio.

Invero, nessuno può negare che molti ragazzi vivano difficoltà reali, né si può liquidare il disagio adolescenziale come un’invenzione. Ma proprio perché il tema è serio, occorre evitare la risposta più comoda e più pericolosa: trasformare i bisogni umani in servizi pubblici, le fragilità in procedure, i problemi educativi in nuove competenze ministeriali.

Il punto non è stabilire se uno psicologo possa essere utile. Può esserlo, e spesso lo è. Il punto è piuttosto capire chi debba orientare, scegliere e accompagnare. La famiglia o lo Stato? Il rapporto fiduciario personale o la piattaforma ministeriale? La libera decisione dei genitori o un circuito nazionale di voucher, requisiti, accreditamenti e videoconferenze? In questa differenza si gioca una questione molto più ampia del singolo servizio.

La scuola italiana soffre già di un eccesso di funzioni. Le si chiede di istruire, educare, includere, assistere, compensare, prevenire, orientare, sorvegliare, correggere. Ora le si affida anche il compito di intercettare e gestire la vulnerabilità psicologica degli studenti. Ma una scuola caricata di tutto rischia di non fare più bene la cosa essenziale: trasmettere conoscenze, formare il giudizio, abituare allo studio, alla responsabilità e al merito.

Il linguaggio ufficiale insiste sul carattere volontario e non terapeutico del servizio. È una precisazione importante, e tuttavia non basta a sciogliere il nodo. Anche ciò che nasce come facoltativo può cambiare lentamente il rapporto tra cittadino e potere pubblico. Se la fatica emotiva, il disagio scolastico, la difficoltà relazionale e la vulnerabilità adolescenziale vengono ricondotti a un canale nazionale gestito dal Ministero, il messaggio culturale diventa chiaro: davanti alla fragilità, il primo interlocutore non è più la famiglia, né la comunità educativa, e neppure il professionista scelto privatamente, bensì l’istituzione pubblica.

È questa la vera novità. Non cinque incontri online, ma l’ingresso stabile dello Stato in uno spazio intimo della crescita personale. La scuola non si limita più a insegnare; diventa luogo di osservazione, presa in carico e indirizzo. E quanto più il servizio viene presentato come universalmente benefico, tanto più diventa difficile discuterne i presupposti senza apparire indifferenti al disagio dei giovani.

Eppure, una società libera si riconosce proprio dalla capacità di distinguere tra aiuto e statalizzazione dell’aiuto. Sostenere non significa necessariamente centralizzare. Prevenire non significa costruire una nuova infrastruttura burocratica. L’accesso a un sostegno qualificato può essere agevolato senza inserire la fragilità adolescenziale dentro un ingranaggio nazionale. Le famiglie possono essere aiutate senza ridurle a richiedenti di voucher. Il valore della psicologia può essere riconosciuto ma senza trasformare il disagio in un’altra materia amministrata. Il rischio è sempre lo stesso: ogni difficoltà diventa argomento per allargare il perimetro pubblico. I ragazzi stanno male? Serve un servizio nazionale. Le famiglie faticano? È necessaria una piattaforma. La scuola è in difficoltà? Occorre istituire un fondo. Il meccanismo è ripetitivo: dal problema nasce una struttura, dalla fragilità una competenza, dall’emergenza una dipendenza.

Il benessere dei ragazzi – dovrebbe essere chiaro a tutti – non passa da un’applicazione ministeriale. Dipende da famiglie più solide, scuole meno burocratizzate, insegnanti messi nelle condizioni di insegnare, comunità vive, rapporti fiduciari, libertà di scelta e responsabilità personale. Dipende anche dalla possibilità, per i genitori, di scegliere percorsi, professionisti e metodi educativi coerenti con la propria visione della persona.

C’è poi un profilo culturale ancora più delicato.

Quando il disagio viene continuamente istituzionalizzato, si rischia di indebolire l’idea stessa di crescita. L’adolescenza è anche fatica, incertezza, conflitto, formazione del carattere, rapporto con il limite. La difficoltà non è sempre patologia; la vulnerabilità non è materia da presa in carico pubblica; lo smarrimento non deve diventare automaticamente un protocollo.

La centralità della persona non si proclama: si rispetta lasciando spazio alle relazioni che vengono prima dello Stato. La famiglia, la responsabilità educativa dei genitori, il rapporto fiduciario con chi viene scelto liberamente non possono essere ridotti a passaggi secondari di una filiera pubblica. Quando ogni fragilità viene intercettata e incanalata dall’apparato, la persona non è più al centro: è dentro il sistema.

Il supporto psicologico può essere prezioso, ma proprio per questo dovrebbe restare legato alla scelta, alla fiducia e alla prossimità familiare. Quando invece viene incardinato in una piattaforma ed è presentato come risposta istituzionale, diventa qualcosa di diverso: un altro passo verso la “scuola totale”, espressione emblematica di uno Stato etico incaricato non solo di istruire, quanto di interpretare e amministrare la vita interiore degli studenti.

Una società libera non lascia soli i ragazzi, ma non li consegna con leggerezza alla tutela crescente dell’apparato pubblico. Il confine è sottile, e proprio per questo va difeso. Perché lo Stato che ascolta può sembrare più mite di quello che comanda; tuttavia, anche l’ascolto, quando diventa funzione pubblica permanente, può trasformarsi in controllo gentile, dipendenza organizzata, amministrazione dell’intimità.

In conclusione, la scuola torni a fare scuola. Le famiglie tornino a essere considerate il primo luogo dell’educazione. E il disagio dei ragazzi non diventi l’ennesimo argomento per estendere il potere pubblico là dove dovrebbe entrare solo con estrema prudenza: nella vita personale, affettiva e morale dei figli.


di Sandro Scoppa