Il femminismo a corrente alternata

venerdì 22 maggio 2026


L’errore più grande del nostro tempo è aver trasformato ogni dibattito culturale in una guerra ideologica. Non esistono più idee da discutere, ma dogmi da difendere. E il femminismo contemporaneo ˗ almeno nella sua versione più radicale e identitaria ˗ rischia sempre più spesso di assumere proprio questa forma: una fede laica impermeabile al dubbio, convinta di possedere sempre la superiorità morale.

Il femminismo storico ha avuto un ruolo fondamentale nella conquista di diritti, libertà e dignità per milioni di donne. Sarebbe intellettualmente disonesto negarlo. Ma ogni movimento, quando perde il contatto con la realtà e con il confronto libero, rischia di degenerare. E oggi, in molti casi, il femminismo sembra essersi trasformato da battaglia per l’uguaglianza a meccanismo identitario, dove il conflitto permanente sostituisce il dialogo e la complessità viene sacrificata sull’altare della propaganda.

Le sue contraddizioni sono ormai evidenti.

Durante alcune adunate degli Alpini sono stati denunciati episodi di molestie e comportamenti vergognosi che meritano una condanna netta e senza ambiguità. Chi molesta una donna deve essere giudicato e punito, sempre. Ma proprio per questo è pericoloso trasformare responsabilità individuali in colpe collettive. In quei giorni si è arrivati spesso a descrivere un intero corpo storico come se fosse composto da molestatori per definizione, cancellando la distinzione fondamentale tra singoli responsabili e migliaia di uomini che nulla avevano a che fare con quei comportamenti.

È qui che il dibattito smette di essere giustizia e diventa ideologia: quando il sospetto sostituisce i fatti, quando la colpa non è più personale ma identitaria, quando un’intera categoria viene trattata come moralmente colpevole in partenza. Nessuna società libera può reggersi su questo principio.

Un’altra contraddizione è sotto gli occhi di tutti: le stesse piazze che denunciano ossessivamente il “patriarcato occidentale” spesso evitano di affrontare con la stessa forza la condizione reale delle donne in molte società profondamente autoritarie o integraliste, dove libertà personali e diritti femminili sono drasticamente limitati. In molti Paesi le donne vengono ancora controllate, segregate, costrette a vivere sottosistemi culturali o religiosi che negano autonomia, libertà e pari dignità. Temi che in Occidente verrebbero considerati incompatibili con qualsiasi idea moderna di emancipazione vengono invece trattati con prudenza, relativismo o silenzio. E questo non per rispetto culturale, ma perché il bersaglio ideologico sembra dover essere sempre lo stesso.

Ma la contraddizione forse più evidente riguarda il rapporto con le donne che non appartengono all’area politica considerata “giusta”.

Piaccia o no, Giorgia Meloni è stata la prima donna Presidente del Consiglio nella storia della Repubblica italiana. Un fatto storico, simbolico, culturale. Un femminismo realmente coerente avrebbe potuto considerarlo anche un passaggio importante sul piano della rappresentanza femminile, pur contestandone duramente le idee politiche.

E invece, troppo spesso, il confronto è degenerato in attacchi personali, delegittimazioni e forme di aggressività verbale che avrebbero provocato scandalo se rivolte a una leader progressista. Criticare una figura politica è normale in democrazia; trasformare l’avversario in bersaglio da disumanizzare è un’altra cosa.

E non si tratta neppure di un fenomeno esclusivamente italiano. Margaret Thatcher fu spesso oggetto di caricature feroci e attacchi personali che andavano ben oltre il confronto politico, nonostante fosse una delle donne più potenti del suo tempo. Al contrario, Angela Merkel ha ricevuto per anni una legittimazione culturale molto più ampia, anche da ambienti progressisti, pur esercitando un enorme potere politico. Questo dimostra che il giudizio pubblico sulle donne al potere non dipende soltanto dal fatto che siano donne, ma soprattutto dal loro allineamento ideologico.

Qui emerge il nodo centrale: molte donne vengono difese solo se appartengono alla parte ideologica corretta. Se una donna esce dal recinto del pensiero dominante, improvvisamente smette di essere considerata un simbolo di emancipazione e diventa un bersaglio legittimo. Il femminismo si trasforma così in un sistema selettivo: non difende le donne in quanto tali, ma soprattutto quelle allineate a una determinata visione politica e culturale.

Lo stesso doppio standard emerge spesso nel racconto della violenza.

Quando il colpevole appartiene alla categoria simbolicamente “giusta” da colpire ˗ il maschio occidentale, il patriarcato, l’uomo bianco ˗ l’indignazione è immediata, totale, mediatica. Quando invece certi episodi mettono in discussione altre narrazioni ideologiche, il linguaggio cambia: tutto si relativizza, si contestualizza, si attenua. Ma i diritti e la tutela delle vittime non possono dipendere dall’identità del colpevole né dall’utilità politica della vicenda.

Ed è proprio qui che il dibattito smette di essere libero. Chiunque osi sollevare queste contraddizioni viene spesso etichettato, isolato, delegittimato. È il meccanismo tipico di ogni ideologia rigida: non si risponde nel merito, si squalifica moralmente l’interlocutore. Non serve discutere; basta applicare un’etichetta per chiudere il confronto.

Una democrazia matura dovrebbe avere abbastanza forza da tollerare il dissenso senza trasformarlo in eresia morale. Perché nel momento in cui il confronto viene sostituito dalla scomunica sociale, non siamo più nel terreno della libertà, ma in quello del conformismo ideologico.

Ed è forse questa la trasformazione più evidente del femminismo contemporaneo: da movimento universale per la conquista dei diritti a soggetto politico e culturale militante, che troppo spesso seleziona battaglie, indignazioni e silenzi in base alla convenienza ideologica del momento. Non più una difesa coerente dei diritti e della dignità di tutte le donne, ma una forza politica attiva che decide chi proteggere, chi attaccare e quali temi rendere centrali o marginali a seconda della narrativa dominante.

Quando un movimento smette di difendere principi universali e comincia a muoversi secondo appartenenze, convenienze e schieramenti, rischia inevitabilmente di perdere credibilità morale. Perché i diritti, se sono davvero diritti, devono valere sempre: anche quando è scomodo, anche quando contraddicono la propria parte politica, anche quando obbligano a mettere in discussione le proprie certezze.

Altrimenti non siamo più davanti a una battaglia universale per l’uguaglianza, ma a una militanza ideologica travestita da emancipazione.


di Claudia Conte