venerdì 15 maggio 2026
C’è un limite sottile, ma invalicabile, che separa la critica giornalistica dal bullismo istituzionale. Quel limite è stato calpestato con stivali pesanti da Massimo Giannini, le cui recenti esternazioni hanno trasformato la disabilità in una clava politica, scatenando la reazione furiosa, commossa e quanto mai necessaria di Giusy Versace nell’Aula del Senato. Non è stata solo una replica: è stata una lezione di civiltà impartita a chi, dall’alto di una scrivania editoriale, sembra aver smarrito la bussola dell’umanità.
IL “FATTO”: SE LA DISABILITÀ DIVENTA UNA COLPA POLITICA
Tutto nasce dalle parole di Massimo Giannini, che in un intervento mediatico ha utilizzato la condizione fisica di alcuni esponenti politici per attaccare la compagine governativa. Il giornalista ha operato una crasi pericolosa: ha associato la disabilità alla “minorità” intellettuale o politica, suggerendo che certe nomine o presenze fossero quasi “macchiette” o strumenti di pietismo. Un attacco che non colpisce le idee, ma i corpi. Un’argomentazione che puzza di un abilismo becero, travestito da sferzante satira politica.
LA RISPOSTA DI GIUSY VERSACE: “NON SIAMO OGGETTI”
In un intervento che ha fatto calare il silenzio assoluto in Parlamento, Giusy Versace non ha parlato da senatrice, ma da donna che ogni giorno sfida i limiti della fisica e del pregiudizio. “Le parole di Giannini fanno schifo. Punto”. Ha dichiarato non usando giri di parole. La Versace ha rivendicato il diritto di essere giudicata per le proprie azioni, per i propri voti e per le proprie proposte di legge, non per le protesi che indossa. Ha sottolineato come l’attacco di Giannini sia un insulto a milioni di italiani che combattono per l’integrazione, per lo sport, per il lavoro. Giusy ha ricordato a tutti che la disabilità non è un limite della persona, ma un limite della società che non sa guardare oltre.
IL POTERE DELLA STAMPA: UN’ARMA IMPROPRIA?
Perché questa vicenda è così grave? Perché la stampa ha un potere pedagogico. Se un giornalista di chiara fama legittima l’idea che la disabilità sia un argomento di derisione o un termine di paragone negativo, autorizza implicitamente l’ultimo dei bulli in rete a fare lo stesso. La libertà di stampa è sacra, ma non può essere lo scudo dietro cui nascondere la mancanza di rispetto. Quando la penna diventa un bisturi che incide sulla dignità umana, il giornalismo smette di informare e inizia a deformare la realtà. Pensare che questo sia un “problema dei disabili” è il primo errore. Questa vicenda riguarda chiunque creda nella civiltà. Se riduciamo una persona alla sua sedia a rotelle o alle sue protesi, annulliamo la sua intelligenza e il suo lavoro. Invece di discutere di riforme, ci troviamo a discutere se sia lecito o meno deridere un corpo. È un regresso culturale di cinquant’anni. Normalizzare il disprezzo verso la fragilità significa costruire una società cinica, dove conta solo chi è “perfetto” secondo canoni estetici o funzionali arbitrari.
LA RIFLESSIONE OLTRE L’INDIGNAZIONE
L’intervento di Giusy Versace ci costringe a specchiarci. Quanti di noi, nel quotidiano, guardano alla disabilità con quel misto di pietà e fastidio che Giannini ha tradotto in parole? La politica si combatte sulle idee, sui numeri, sulle visioni del mondo. Lasciare fuori i corpi da questa battaglia non è “buonismo”, è il requisito minimo per definirsi esseri umani evoluti. Massimo Giannini ha perso un’occasione per stare zitto; Giusy Versace ha colto l’occasione per ricordarci che la vera disabilità è quella di chi non sa vedere la dignità dell’altro.
Il giornalismo deve essere un cane da guardia del potere, non un lupo che azzanna la dignità.
di Alessandro Cucciolla