giovedì 7 maggio 2026
Sfidando le regole del politicamente corretto, il saggista Salvatore Di Bartolo tratteggia nel suo ultimo lavoro la fisionomia di un personaggio tutt’altro che ignoto alla tradizione storica, l’anticonformista. Insignito del Premio Letterario Castello 2025, Eretici sceglie, con coraggio, di dare voce al pensiero non conforme alla narrazione dominante, mettendo a nudo una realtà complessa e, dunque, degna di quella vivacità intellettuale che oggi sembra sfumare sotto poche ma inderogabili convinzioni.
Chi è l’eretico oggi?
L’eretico oggi non è più soltanto colui che si oppone a un dogma religioso o ideologico strutturato, ma chiunque si sottragga al conformismo dominante. È colui che rifiuta di aderire passivamente a narrazioni precostituite, che esercita il dubbio in un contesto che pretende certezze assolute. In una società che troppo spesso si autoproclama pluralista, l’eretico è chi difende davvero il pluralismo, mettendo in discussione le nuove ortodossie culturali.
Da quali esperienze di vita matura il saggio?
Il saggio nasce da una serie di osservazioni maturate nel tempo, sia personali sia legate al contesto sociale e culturale contemporaneo. In particolare, ho riflettuto su alcune narrazioni dominanti emerse negli ultimi anni — come quelle legate all’esperienza pandemica o al dibattito sui cambiamenti climatici — nelle quali il confine tra consenso scientifico, comunicazione pubblica e dogmatismo si è estremamente assottigliato. Troppo spesso si è assistito a dinamiche di esclusione e delegittimazione nei confronti di chi esprimeva posizioni non allineate, talvolta senza un reale confronto nel merito. A questo si aggiunge una riflessione più ampia, alimentata dallo studio della storia, che mostra come certi meccanismi si ripetano con sorprendente continuità, pur cambiando forma.
Nel saggio si incontrano personaggi storici quali Galileo Galilei, Tommaso Campanella e Giordano Bruno, gli eretici per antonomasia. Qual è l’eredità più grande che lasciano all’uomo moderno?
L’eredità di queste figure è innanzitutto il valore del coraggio intellettuale. Galileo, Campanella e Giordano Bruno rappresentano tre modalità diverse di resistenza al potere, ma condividono la volontà di affermare una verità non conforme. Ci insegnano che il progresso passa inevitabilmente attraverso il conflitto con l’ordine costituito e che il prezzo della libertà di pensiero può essere molto alto. All’uomo moderno lasciano una domanda scomoda: quanto siamo disposti a rischiare per difendere ciò in cui crediamo?
Quale declinazione di eretico senti più vicina?
Mi sento più vicino all’eretico che pratica il dubbio, più che a quello che proclama nuove verità assolute. L’eretico che mi interessa non è un sostituto, posto all’estremo opposto, del dogmatico, ma il suo antidoto: qualcuno che problematizza, che introduce complessità, che rifiuta la semplificazione binaria. È una figura meno spettacolare, forse, ma necessaria.
Cosa intendi nel tuo saggio quando, citando Orwell, parli di “stupidità protettiva”?
Con “stupidità protettiva” si intende quella forma di auto-limitazione del pensiero che protegge l’individuo dal conflitto sociale. È una sorta di rinuncia preventiva alla complessità e al dissenso, adottata per evitare conseguenze negative come isolamento, attacchi ed esclusione. È “protettiva” perché difende, ma è anche “stupidità” perché impoverisce il pensiero critico e riduce la capacità di comprendere la realtà nella sua interezza.
Quando pensi, oggi, all’eretico per eccellenza, chi ti viene in mente?
Più che a un nome specifico, penso a una categoria: individui che, spesso lontani dai riflettori, mantengono una posizione autonoma nonostante la pressione sociale. Possono essere accademici, giornalisti, artisti o anche semplici cittadini. L’eretico contemporaneo non sempre è visibile, perché il sistema tende a marginalizzarlo piuttosto che a renderlo un simbolo.
C’è chi, leggendo il saggio, potrebbe sollevare osservazioni più o meno condivisibili. Ad alcune di queste risponde proprio l’autore:
Il politicamente corretto è una risposta della società ai termini offensivi, razzisti e omofobi promossi da una destra intollerante.
Il politicamente corretto nasce certamente anche come reazione a forme di linguaggio e atteggiamenti discriminatori. Il problema sorge quando, da strumento, diventa fine, e da sensibilità si trasforma in rigidità normativa. In quel momento perde la sua funzione originaria e rischia di diventare un dispositivo che limita il confronto invece di arricchirlo
La cancel culture è una forma di attivismo autoindulgente.
In molti casi sì. Può diventare una scorciatoia morale che consente di sentirsi dalla parte giusta senza affrontare davvero la complessità dei problemi. Piuttosto che costruire, spesso si limita a rimuovere o delegittimare, con il rischio di semplificare la storia e il dibattito pubblico.
La gogna e il linciaggio mediatici sono segno di una società che chiede all’individuo di assumersi la responsabilità delle sue parole, specie se con una certa risonanza.
La responsabilità è fondamentale, soprattutto per chi ha visibilità. Tuttavia, la gogna mediatica raramente produce una responsabilità autentica: più spesso genera paura e conformismo. La responsabilità dovrebbe nascere dal confronto e dalla consapevolezza, non dalla minaccia di una punizione collettiva.
Il diritto di non essere offesi è superiore alla libertà di espressione.
Se il diritto di non essere offesi diventasse superiore alla libertà di espressione, il risultato sarebbe un forte restringimento dello spazio pubblico. L’offesa è una categoria soggettiva e variabile: costruire su di essa un principio gerarchicamente superiore rischia di rendere impossibile qualsiasi forma di dissenso reale.
Come contrastare, allora, l’intolleranza verso il pensiero altro e le conseguenze che ne derivano?
Contrastare l’intolleranza richiede innanzitutto il recupero del valore del dubbio e del confronto. È necessario difendere spazi in cui sia possibile esprimere idee divergenti senza essere immediatamente delegittimati. Questo non significa accettare tutto indiscriminatamente, ma distinguere tra critica e censura. Serve anche una responsabilità individuale: resistere alla tentazione dell’autocensura e accettare il rischio del dissenso. In fondo, una società davvero libera non è quella in cui tutti sono d’accordo, ma quella in cui è ancora possibile non esserlo.
(*) Eretici. Dal virus al clima, dal linguaggio al sesso, la lotta alle eresie al tempo della correttezza politica di Salvatore Di Bartolo, edito da LuoghInteriori, 96 pagine, euro 14, 25
di Siria Santangelo