martedì 5 maggio 2026
Le sale di Villa Wolkonsky, tra le immagini della mostra fotografica A riveder le stelle che celebra la visita di Re Carlo III e della Regina Camilla in Italia, sono diventate il palcoscenico di una riflessione che va ben oltre il protocollo diplomatico. In un momento di transizione per la rappresentanza britannica a Roma, con l’annuncio dell’insediamento a giugno 2026 del nuovo Ambasciatore Stephen Hickey, il dibattito si sposta sulla natura stessa del potere britannico.
Il saggio Exit Queen, scacco alla Regina, scritto da Francesco Spartà insieme a Marco Ubezio, si inserisce in questo contesto non solo come analisi storica, ma come un vero laboratorio di geopolitica. Il libro esplora la complessa metamorfosi di un ex impero che, attraverso la Brexit e il nuovo regno di Carlo III, cerca di ridefinire la propria identità in un mondo frammentato, oscillando tra il desiderio di sovranità assoluta e la necessità di mantenere un’influenza globale.
Abbiamo incontrato Francesco Spartà per capire come Londra stia affrontando questa “partita a scacchi” con la storia.
Dottor Spartà, nel suo libro lei e Marco Ubezio parlate di un “impero che non ha ancora metabolizzato la propria trasformazione”. In che modo la figura di Carlo III, a un anno dalla sua storica visita in Italia, sta gestendo questo passaggio psicologico e politico per il popolo britannico?
Il Regno Unito sta vivendo un periodo fortemente complicato, con problemi di produttività e un’instabilità politica interna dovuta, in primis, a una mancanza di leadership nei due principali storici partiti, Tories e Labour. Questo ha fatto emergere nuovi movimenti politici populisti (di cui uno fortemente antimonarchico) che ormai primeggiano nei sondaggi. In tutto ciò, il sovrano, sin dall’inizio è stato chiamato a una sfida difficilissima: sostituire Elisabetta II dopo 70 anni di regno. Dopo la lunga stabilità incarnata dalla madre, il nuovo sovrano si è dunque trovato a dover ridefinire il ruolo della monarchia in un contesto meno coeso, più frammentato e attraversato da tensioni sociali e politiche. Nonostante queste difficoltà, dovute anche alle sue condizioni di salute e allo scandalo Epstein che ha coinvolto in primo piano anche i Windsor con l’arresto di Andrea, Re Carlo a Washington ha dimostrato che il soft power monarchico può ancora dire la sua. Tuttavia, bisogna al contempo dire che la monarchia, pur continuando a essere un elemento identitario forte, non è più indiscutibile come in passato.
La Brexit viene spesso letta come un evento isolazionista, ma lei suggerisce che sia quasi un “riflesso di memoria imperiale”. È possibile che l’idea di “Global Britain” sia in realtà un tentativo di tornare a quel controllo delle rotte e degli equilibri lontani che ha caratterizzato Londra per secoli?
Sicuramente richiama la stagione in cui Londra era il fulcro di una rete globale di scambi, influenza e controllo strategico. Tuttavia, oggi quel paradigma è difficilmente replicabile. Il mondo è multipolare, e il Regno Unito non dispone più degli strumenti materiali di un impero. Ciò che rimane è una capacità di proiezione indiretta: finanza, intelligence, cultura e diplomazia. In questo senso, Global Britain è meno un ritorno al passato e più un tentativo di reinterpretarlo, cercando nuovi spazi di influenza senza la struttura imperiale che lo sosteneva.
Recentemente abbiamo assistito al cambio della guardia a Villa Wolkonsky, con Stephen Hickey nominato nuovo ambasciatore. Dal punto di osservazione del suo saggio, quanto conta oggi il “soft power” rappresentato dalla monarchia e dalla diplomazia culturale nel mantenere solido l’asse tra Regno Unito e Italia in epoca post-Ue?
Come dicevo, il “soft power” è oggi uno degli strumenti più rilevanti per il Regno Unito, soprattutto dopo la Brexit. Venuto meno il quadro istituzionale europeo, Londra ha dovuto ricalibrare la propria presenza nel continente puntando su ciò che continua a garantirle accesso, influenza e credibilità: la capacità di attrazione. La monarchia, insieme alla rete diplomatica e culturale, rappresenta una risorsa strategica fondamentale per mantenere relazioni solide con partner europei come l’Italia.
Il titolo del suo lavoro, Exit Queen, scacco alla Regina, evoca un momento di rottura definitiva. Qual è oggi il principale rischio che il Regno Unito corre nel tentativo di giocare da “attore pienamente sovrano” in una scacchiera geopolitica dominata da blocchi contrapposti come Usa e Cina?
Il Regno Unito resta legato agli Stati Uniti e deve confrontarsi con la Cina, quindi ormai lo spazio per una sovranità davvero piena è limitato. Ed è proprio qui che entra in gioco il senso più profondo di Exit Queen. Il titolo non si riferisce solo alla possibilità che la monarchia britannica possa cadere, ma rappresenta la fine di un’intera architettura simbolica e geopolitica. La “Regina”, come spiega spesso Ubezio, è stata anche metafora di un ordine: quello in cui il Regno Unito poteva esercitare un’influenza globale quasi naturale, sostenuta da tradizione, prestigio e memoria imperiale. E in un periodo storico in cui il populismo dilaga e il malcontento avanza, se quel prestigio e quella magia rappresentati dalla corona vengono meno, il rischio che il popolo metta in discussione l’istituzione più sacra non è più così remoto.
di Domenico Letizia