Ospedali, salute, libertà

lunedì 20 aprile 2026


Vorrei accrescere le considerazioni dell’esperienza ospedaliera, anche se quella durante la pandemia fu assai drammatica, ai confini della sopravvivenza, con settimane di coscienza perduta e deliri funesti. In questa occasione si trattava, si tratta, della mia resistenza e della capacità del mio cuore di reggere la vita. Organi sani sono idonei a sopportare, organi infiacchiti cedono o crollano.

Questo equilibrio va compreso, dai curatori e dal soggetto che lo sperimenta: io, nel caso. Ne dirò in seguito. Di rilievo costitutivo nei luoghi in cui i soggetti stanno in condizione difforme, decisivo per il rapporto: chi sta bene, opera, decide, può, potrebbe esagerare avendo a che agire su persone stanche, impedite, e svalutarle. Quest’ultimo è un aspetto essenziale. Senza volontà, spontaneamente la persona invalidata appare minorata, in stato di abbattimento, trattabile a nostra inclinazione.

L’infermiere, per dire, si muove, sta in piedi, dispone del suo corpo, è indispensabile al malato obbligato in un letto e divietato o incapace di movimento. Basta tale difformità a difformare, spesso, i rapporti. L’infermiere, per dire, sente questa superiorità e la rende supremazia perfino involontariamente: non risponde, frettoloso, non accorre, non esaudisce, è brusco nelle incombenze. È uno dei pessimi fenomeni nella condizione ospedaliera. E non manca.

D’altro canto l’opposto, infermieri più che encomiabili. Sia i primi quanto i secondi ignorano la vasta ripercussione che hanno atti semplicissimi: il “paziente”, o almeno io, è in stato di esasperata percezione emotiva, un’occorrenza opportuna o non opportuna rispetto alla vita normale. Sarebbe necessaria una educazione ai comportamenti; esisterà, ma poi l’individuo impone il suo carattere. È determinante. L’infermiere stabilisce un rapporto assiduo, alterandolo, snerva, conflittua la relazione, gli effetti, in specie psicologici, sono debilitanti, spesso, per l’infermiere ed il paziente. Riconosco che talvolta vi sono “pazienti” scomodissimi o turbolenti. Al Sandro Pertini ne ebbi testimonianza. Eccellentemente risolte, le pessime situazioni, almeno a quanto conobbi.

Il protagonista dell’Ospedale è il Medico, una specie di sovrano, innanzitutto per gli infermieri e, certo, per i malati. Sono stupito dalla giovane età dei medici, taluni. Lo stesso degli infermieri. Al San Carlo, sia medici sia infermieri. Giovani, giovanissimi, attivi, laboriosi, sani, uno spettacolo di gioventù seria che smentisce l’opinione di una gioventù parassitaria, festaiola, bighellona.

Ebbi maggiori rapporti con la Dottoressa Claudia Mandolini, a Villa Tiberia, e ne ho apprezzato la disponibilità informativa. Anche il Dottor Martino Meda, al San Carlo, pur nel breve dialogo, ci fu chiarezza e comprensione vicendevole. E perfino con il medico estremo, che tuttavia dubitava della mia uscita, Francesco Maria Ajmone, giovanissimo e garbatissimo.

Ma in questa testimonianza devo rinominare l’infermiera Piccarda ed i conducenti del Servizio Ambulanze che mi hanno condotto da Villa Tiberia al San Carlo: ne avevo i nomi, che non trovo, li nominerò, davvero “umani”. Il conducente Simone Paciucci e l’infermiera Valentina Tomei, che mi condussero al Pert esemplari. Sembrano minuzie. Niente affatto. Le vicende si stringono alle circostanze. Persone degne. Persone indegne. Piccarda, Simone, Valentina, brevi tempi di incontro ma li ricorderò! Confortano. Questa dovrebbe essere la “Società”!

Ora sono a casa. Francamente, devo ritrovare me stesso. Due vicende ospedaliere, il cambio degli ospedali, le cause diverse dei ricoveri mi hanno abbastanza straniato. Ambienti variati, trasferimenti, letto, letto, letto, ridotto sonno, tempi morti, nervosismi, qualche tensione, incertezza sulla conoscenza della mia salute, ed il perenne estraniamento, devo ritrovarmi, a parte il cuore, la facile stanchezza, ritrovarmi, questo soprattutto mi ha spinto a negare l’intervento. Non mi sentivo me stesso. Non mi sentivo nelle mie forze. Chi non è in sé è debilitato e non intendevo ricevere un intervento in condizioni inadatte. Quando ritornerò in me affronterò ogni condizione. Niente mi ha impedito la lotta, purché senta di fare quel che faccio. C’è un momento per tutto.

Ora devo ritrovarmi in totalità. Io devo interamente tornare me stesso. Il mio cuore mi comprenderà’!

Con ogni salvaguardia della società, decisiva è la libera determinazione dell’individuo sul proprio destino. Perfino il rischio della morte scelto in prima persona vale maggiormente di una presunta salute imposta. Quest’ultima può suscitare dominio coattivo. La libertà sulla propria sorte che non reca danno agli altri la preferisco ad una salute imposta! Libero di vivere e di morire, io, individuo, padrone della mia sorte! Non contro la società, ma non determinato dalla società.


di Antonio Saccà