sabato 18 aprile 2026
Nel dibattito recente sulla scuola italiana si è tornati a parlare, spesso in modo confuso e polemico, del rapporto tra insegnamento e orientamento politico. L’episodio che, qualche settimana fa, ha di nuovo sollevato il problema è stata un’iniziativa promossa da Azione studentesca, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, che ha invitato gli studenti a segnalare insegnanti ritenuti politicamente orientati a sinistra. Quest’iniziativa ha suscitato reazioni forti, in larga parte prevedibili e anche condivisibili, perché ha posto la questione nel modo sbagliato, tanto sbagliato da denotare l’assenza di una vera cultura democratica dei promotori, che sembrano ignorare che le convinzioni politiche di un insegnante, specialmente in certe discipline, non sono mai completamente scorporabili dal suo modo d’insegnarle e che in Italia è costituzionalmente garantita la libertà d’insegnamento.
Le conseguenze di tale iniziativa si sono viste subito: molti docenti hanno reagito dichiarando pubblicamente, anche in forma provocatoria, il proprio orientamento politico, spesso rivendicando di essere “di sinistra”. Il dibattito si è così rapidamente polarizzato, scivolando in una contrapposizione sterile che non aiuta a capire nulla e non risolve alcun problema. Eppure, un problema – più serio e più profondo – esiste davvero. Ma è un altro: che cosa sanno realmente gli studenti italiani della storia del Novecento? Quali eventi conoscono, quali ignorano, quali vengono trattati in modo approfondito e quali restano marginali? Si può a riguardo segnalare un episodio che, pur con tutti i limiti di un’indagine locale, è molto indicativo. In un liceo toscano, circa una ventina di anni fa, gli studenti stessi, nella veste di redattori di un giornale scolastico, sottoposero ai compagni un questionario anonimo, con alcune domande concernenti la storia del Novecento, come, per esempio, le seguenti: “Sai cosa sono i lager?”, “Sai cosa sono i gulag?”, “Sai quante persone sono morte nei lager?”, “Sai quante persone sono morte nei gulag?” I risultati furono questi: circa il 90 per cento sapeva cosa fossero i lager nazisti; solo il 20 per cento conosceva l’esistenza dei gulag sovietici. E tra questi, appena un terzo aveva un’idea del numero di coloro che vi persero la vita. Non mancarono risposte che rivelavano in merito un vuoto totale di conoscenza, tant’è che uno studente rispose che i gulag erano una marca di gelati.
Si può discutere quanto questo dato sia rappresentativo, ma una domanda resta: è possibile che uno squilibrio di questo tipo sia casuale? O non riflette piuttosto una selezione culturale che nel tempo ha privilegiato alcuni contenuti rispetto ad altri? Questo è il punto vero: non l’opinione del singolo insegnante, ma la qualità e l’equilibrio delle conoscenze trasmesse. E qui emerge un fatto che dovrebbe far riflettere: se davvero, come spesso sostenuto nell’area politica del centro-destra, esiste da anni uno squilibrio nella formazione storica degli studenti, com’è possibile che nessuno abbia mai cercato di verificarlo seriamente? Nessuna forza politica, nessuna fondazione culturale, nessun centro di ricerca, nessun grande giornale ha mai promosso un’indagine nazionale sulle conoscenze storiche degli studenti italiani in modo mirato su questi temi e su queste differenze.
Si è parlato molto, ma non si è misurato nulla, e questo ha prodotto un duplice effetto negativo: da un lato ha indebolito la critica, perché senza dati ogni accusa resta facilmente respingibile; dall’altro ha lasciato irrisolto il problema. Per questo, anche alla luce degli errori emersi, potrebbe aprirsi uno spazio per un’iniziativa importante. Ma se si vuole affrontare seriamente la questione, occorre cambiare metodo: non segnalazioni generiche, ma dati verificati; non sospetti, ma analisi; non polemiche, ma ricerca documentata. Promuovere un’indagine nazionale sulle conoscenze storiche degli studenti; coinvolgere istituti di ricerca indipendenti; analizzare i manuali scolastici; confrontare i risultati nel tempo e con altri Paesi europei: queste sarebbero davvero le cose da fare per chi volesse riportare la discussione su un terreno serio e costruttivo. Perché una scuola democratica non si difende chiedendo agli insegnanti di nascondere le proprie opinioni – cosa che, oltre a essere sbagliata e illiberale, è anche impossibile e di fatto incontrollabile – ma garantendo agli studenti una formazione pluralista, non selettiva e non omissiva.
Oggi, paradossalmente, ciò che non hanno fatto partiti, istituzioni culturali, centri di ricerca, lo ha fatto, anche se in forma approssimativa, un giornale scolastico. Un’iniziativa spontanea ha posto una domanda che nessuno, a livelli più alti, ha voluto affrontare con rigore. E quando quella domanda è riaffiorata nel dibattito pubblico, è stata deviata verso un terreno improprio. Senza un serio lavoro di analisi si rischia infatti di reagire nel modo sbagliato, spostando l’attenzione dalle idee ai loro portatori e perdendo così l’occasione di riportare davvero la scuola dentro un orizzonte di conoscenze e formazione autenticamente pluralista e democratico.
di Gustavo Micheletti