venerdì 17 aprile 2026
Ci sono lingue che accompagnano la genesi di una civiltà. E ce ne sono altre che finiscono per coincidere con il suo destino. L’ebraico appartiene alla seconda categoria. Al Centro Culturale “Il Pitigliani” di Roma, la seconda tappa del ciclo Lechaim – Alla vita! Viaggio nell’identità ebraica, dedicata alla rinascita della lingua ebraica, ha avuto il merito di sottrarre il tema a ogni formula didascalica e di restituirgli la sua densità storica, spirituale e conoscitiva.
A dialogare erano il giornalista di Linkiesta.it Ruben Della Rocca, rav Benedetto Carucci Viterbi, preside del Liceo Renzo Levi, e Sara Ferrari, professoressa di Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano e di Ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante del capoluogo lombardo, nonché autrice del volume La lingua ebraica, uscito per Carocci nel 2025. L’incontro svoltosi martedì sera ha saputo fondere insieme la filologia, la memoria e l’identità senza mai scivolare nella pedanteria accademica.
Il primo equivoco che l’incontro ha contribuito a dissipare riguarda l’idea stessa di “rinascita”. Parlare dell’ebraico come di una lingua morta e poi miracolosamente risorta è una semplificazione comoda, ma fuorviante. L’ebraico ha certamente smesso, per lunghi tratti della sua storia, di essere la lingua ordinaria della vita quotidiana. Non ha però mai cessato di essere una lingua di studio, di preghiera, di commento, di poesia, di corrispondenza: in breve, una lingua di civiltà. L’ebraico, dunque, non è un idioma cristallizzato e rimasto sospeso nel vuoto. Ha continuato a vivere nella coscienza di un popolo disperso, nella trama dei suoi libri, nel respiro della liturgia, nella disciplina dell’esegesi. È la profonda continuità temporale a rendere unico il caso ebraico.
La distinzione fra Theodor Herzl ed Eliezer Ben-Yehuda si rivela fondamentale. Herzl fu il promotore del sionismo politico, l’uomo che intuì la necessità storica di uno Stato ebraico. Ben-Yehuda fu invece il protagonista della rivoluzione linguistica, colui che ebbe l’audacia di restituire all’ebraico una voce domestica, quotidiana e familiare. Alla fine dell’Ottocento il futuro dell’ebraismo non si decideva soltanto nei congressi o nei programmi istituzionali, ma anche nella scelta di parlare una lingua antica a tavola, in casa, rivolgendosi direttamente ai propri figli. In quel gesto, all’apparenza trascurabile, si compiva un atto di portata storica immensa. L’ebraico cessava di essere soltanto la lingua della memoria e tornava a essere la lingua della vita.
Sara Ferrari ha spiegato in maniera esaustiva come la vicenda dell’ebraico non si lasci ricondurre a una narrazione diacronica lineare. La sua storia è fatta di stratificazioni, graduali slittamenti semantici, adattamenti alle circostanze contingenti e incontri con altre culture. Esistono numerose varianti di ebraico: biblico, rabbinico, medievale, liturgico, poetico, moderno e israeliano. È altresì possibile individuare il rapporto costante con altre lingue del mondo ebraico, dallo yiddish al ladino, dal giudeo-arabo ai dialetti giudeo-italiani, oltre alla compenetrazione decisiva con l’aramaico. Anziché dissolvere l’unità di Am Yisrael, questo pluralismo linguistico lo rende più ricco. L’ebraico non appare come un monumento monolitico, bensì come una realtà viva e pulsante, capace di attraversare i secoli mutando, ma senza mai incrinarsi.
L’intervento di rav Benedetto Carucci Viterbi ha suscitato l’interesse del pubblico grazie alla sua profondità interpretativa. Definire l’ebraico una semplice “lingua sacra” rischia di impoverirne il significato. La tradizione ebraica parla della Lashon ha-Qodesh, la “lingua della santità”, o persino la “lingua del Santo”. Tale espressione sposta subito il discorso su un altro piano. Per sua stessa natura, la lingua ebraica non può essere considerata un puro strumento neutrale, un veicolo intercambiabile, o un codice paragonabile agli altri, perché conserva nel suo patrimonio millenario un ordine, una memoria e una visione della realtà. Anche per questo motivo, l’idea di trasformarla in lingua politica e popolare suscitò accese resistenze negli ambienti Haredi.
Il fascino dell’incontro è dipeso dalla sua capacità di sottrarsi alla falsa diatriba tra nostalgia e modernizzazione. L’ebraico contemporaneo non è una copia archeologica della lingua biblica, ma neppure una creatura del tutto separata dalle sue origini. Il legame tra le due espressioni dell’ebraico resta fortissimo sul piano lessicale, morfologico e sintattico. Chi frequenta il testo della Torah, o ascolta la lettura della parashah ogni Shabbat, continua a riconoscere nell’ebraico moderno termini, radici etimologiche, cadenze e significati sottesi che attraversano i millenni. Qui risiede una delle ragioni per cui la rinascita dell’ebraico non ha equivalenti perfetti nella storia europea. Il vincolo di parentela tra l’ebraico biblico e quello moderno non assomiglia al rapporto che intercorre tra il latino e le lingue romanze: la distanza tra i due idiomi è minore e la continuità linguistico-concettuale più duratura.
È stata davvero apprezzabile la riflessione sulla diaspora, intesa non come un luogo di conservazione, ma come uno spazio di produzione culturale. Un popolo privato della sua indipendenza ha trovato nello studio, nel commento, nella letteratura e nella preghiera una patria interiore. Così l’ebraico ha continuato a vivere anche lontano da Sion, incontrando altre tradizioni e lasciandosi fecondare da esse, pur mantenendo con tenacia la sua origine. Ciò valse per la grande stagione ispano-ebraica, che Ferrari ha rievocato smentendo la mitologia della “convivenza perfetta” tra arabi e comunità giudaiche, e valse per l’Italia ebraica, con figure come Immanuel Romano, Mosè da Rieti, Leone da Modena e Mosè Zacuto. In ciascuno di questi casi, la lingua ebraica si mostra capace di accogliere forme esterne e di trasfigurarle, facendole proprie.
L’esempio esegetico proposto da rav Carucci Viterbi su Rashi è stato rivelatore. Commentando il versetto in cui Giacobbe dice di aver soggiornato presso Labano, Rashi legge nella parola garti tanto il valore numerico che rimanda alle 613 mitzvot, i precetti alla base dell’esistenza ebraica, quanto il senso lessicale del “soggiornare da straniero”. È una lettura che condensa, in un solo dettaglio linguistico, un intero universo spirituale. La lontananza geografica e la fedeltà identitaria smettono di giustapporsi, dal momento che è possibile vivere altrove senza diventare altro. È difficile immaginare una sintesi più efficace del destino della diaspora.
Ferrari ha infine riportato il discorso fino ai nostri giorni, evocando il 7 ottobre 2023 come un trauma davanti al quale Israele si è ritrovato, almeno per un tempo, quasi senza parole. È un passaggio che ha dato all’incontro una gravità ulteriore. La questione della lingua ha saldato la lunga durata della storia all’urgenza del presente. La poesia risulta la prima forma di risposta, poiché immediata e vicina alla ferita del lutto; la narrativa richiede invece distacco, sedimentazione e tempo per essere elaborata. Dopo la Shoah, come dopo la guerra dello Yom Kippur, il problema non fu di raccontare le pagine più buie della storia, quanto piuttosto di trovare una lingua che fosse in grado di sorreggere il peso dell’esperienza.
La storia dell’ebraico coincide con la storia di un popolo che, pur disseminato nel mondo, non ha mai smesso di abitare le proprie parole. E quando quelle parole sono tornate a farsi lingua nazionale, politica, pubblica, non hanno smesso di portare con sé la trascendenza della Scrittura, la spiritualità della liturgia, il dramma dell’esilio, lo studio e la memoria. Si capisce allora perché l’ebraico continui a esercitare un fascino che oltrepassa i confini della disciplina linguistica. In esso si riflette una concezione della civiltà, della continuità storica e della libertà interiore che il nostro tempo, così incline all’oblio, farebbe bene a meditare.
di L. C.