Caso Monaldi, parla Deborah Impieri presidente Animec

giovedì 16 aprile 2026


Il 23 dicembre 2025, all’Ospedale Monaldi, è stato eseguito un trapianto di cuore su un bambino di circa due anni affetto da una grave cardiopatia. L’organo, prelevato a Bolzano e trasportato a Napoli, sarebbe però arrivato già compromesso a causa di errori nella conservazione e nel trasporto. Nel corso delle indagini, al chirurgo sono state attribuite diverse possibili responsabilità. In primo luogo, quella di non aver verificato adeguatamente, prima dell’impianto, l’integrità e l’idoneità del cuore, un passaggio considerato essenziale in un intervento di questa natura.

In secondo luogo, viene contestato un difetto di comunicazione con la famiglia del piccolo paziente, che non sarebbe stata pienamente informata delle condizioni dell’organo e dei rischi connessi. Infine, uno degli aspetti più delicati riguarda la decisione di procedere comunque con il trapianto: secondo le ricostruzioni, il chirurgo si sarebbe reso conto che il cuore era già gravemente danneggiato, ma avrebbe ugualmente portato avanti l’intervento, anche alla luce del fatto che il cuore del bambino era stato ormai rimosso e non vi erano alternative immediate. L’organo, una volta impiantato, non ha mai ripreso a funzionare. Il piccolo è rimasto per settimane in condizioni gravissime, sostenuto da macchinari, ed è poi deceduto il 21 febbraio 2026.

La vicenda ha dato origine a un’inchiesta giudiziaria che punta a chiarire le responsabilità lungo l’intera catena del trapianto. L’Opinione intervista l’avvocato Deborah Impieri presidente dell’Animec (Associazione Nazionale Medicina e Consumo).

Il vostro intervento nasce dal caso dell’Ospedale Monaldi. Perché avete deciso di agire?

Perché siamo di fronte a una vicenda gravissima che ha coinvolto più bambini e che ha scosso profondamente l’opinione pubblica. Al di là delle responsabilità individuali, che spetta alla Magistratura accertare, emerge con forza la necessità di verificare se tutto abbia funzionato correttamente nel sistema.

Cosa vi chiedono le famiglie?

Le famiglie chiedono verità, prima di tutto. Vogliono capire cosa è successo ai loro figli e avere la certezza che nessun altro debba vivere lo stesso dramma.

Quali azioni avete avviato concretamente?

Abbiamo richiesto un incontro urgente con la Regione e la Direzione Sanitaria, e stiamo valutando un’azione collettiva. Sono strumenti necessari per garantire trasparenza e tutela.

Cosa vi aspettate dalle istituzioni sanitarie?

Ci aspettiamo collaborazione totale, accesso ai dati, verifiche interne serie e, se necessario, interventi immediati. La fiducia dei cittadini si costruisce con la trasparenza.

Questo caso può essere isolato o indica un problema più ampio?

È proprio questo che va chiarito. Se emergono più episodi, è doveroso capire se si tratta di coincidenze o di criticità sistemiche. In entrambi i casi, non si può ignorare.

Perché parlate di salute pubblica?

Perché quando più minori sono coinvolti in una stessa struttura sanitaria, il tema non è più solo individuale ma collettivo. La sicurezza delle cure riguarda tutti.

C’è il rischio di minare la fiducia nella sanità?

Il vero rischio è il contrario: perdere fiducia perché non si fa chiarezza. Una sanità che affronta i problemi apertamente è una sanità più forte, non più debole.

Qual è il vostro obiettivo principale?

Evitare che situazioni simili possano ripetersi. Se ci sono state falle nei controlli, nei protocolli o nell’organizzazione, vanno corrette subito.

Che messaggio lancia oggi?

Nessun bambino deve correre rischi evitabili in una struttura sanitaria. La tutela dei minori deve essere una priorità assoluta, sempre.

E alle famiglie?

Siamo al loro fianco. Continueremo a batterci perché venga fatta piena luce e perché dal loro dolore nasca un cambiamento concreto.


di Margherita Cellini