Vittorio Messori, il giornalista che indagò i sentieri della fede

martedì 7 aprile 2026


Nella sua casa di Desenzano del Garda, a 84 anni, si è spento la sera del Venerdì Santo, Vittorio Messori, il giornalista e saggista, cattolico, il cui impegno, per anni, si è concentrato soprattutto sullo sforzo di riportare Gesù Cristo al centro del dibattito culturale, interno e internazionale. Il Sabato Santo del 2022, invece, era morta l’amata moglie di Messori, Rosanna Brichetti, la cui scomparsa aveva contribuito fortemente a peggiorare il suo stato di salute.

Il successo dei tanti libri su temi storico-religiosi, e soprattutto cristologici, di Messori, da metà anni ‘70 in poi, dimostra quanto anche oggi, in un mondo così secolarizzato, è grande la domanda di verità sull’uomo e su Dio, ha commentato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Sull’ importanza delle ricerche, e specialmente del lavoro di divulgazione fatto da questo giornalista, in modo sempre accessibile a tutti ma mai banale, si son soffermati anche il Vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, e il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana.

Messori era nato a Sassuolo (Modena) il 16 aprile 1941, in una famiglia segnata dall’anticlericalismo tipico dell’Emilia dell’epoca; e cresciuto in un ambiente che ricordava davvero i romanzi di Giovanni Guareschi e i film di successo che ne erano stati tratti. Dopo la guerra, la famiglia si trasferì a Torino, dove Vittorio frequentò il mitico liceo classico “D’Azeglio” (lo stesso che aveva avuto, tra gli iscritti, Cesare Pavese, Leone Ginzburg e altri) e, in seguito, Scienze Politiche all’Università. Qui fu allievo di Luigi Firpo e Norberto Bobbio: con una formazione razionalista e agnostica (per non dire atea) culminata, nel ‘65, con laurea in Storia del Risorgimento.

Ma tutto cambia nel 1964, quando una lettura intensa dei Vangeli porta il giovane a convertirsi al cattolicesimo: esperienza che segna fortemente la sua vita e orienta la sua ricerca intellettuale, volta a conciliare ragione e fede. Racconterà poi, nel suo bestseller “Ipotesi su Gesù”, di “essere stato convertito da una forza imprevista e irresistibile” (un po’, diremmo, come tanti anni prima, l’ancor più giovane Lorenzo Milani). Inizia allora, in quel 1964 in cui sta per concludersi il Concilio, una ricerca − sulle orme anche di Blaise Pascal − delle “ragioni della ragione”: a conforto di quelle “ragioni del cuore” che l’avevano spinto ad abbracciare la fede cristiana.

Come giornalista, Messori iniziò, dopo esperienze alla casa editrice Sei dei salesiani, a collaborare a “La Stampa” (dove, su invito del direttore Arrigo Levi, nel ‘75 avrebbe partecipato anche al lancio del supplemento culturale “Tuttolibri”): proseguendo poi coi periodici della San Paolo, col “Corriere della Sera”, “L’ Avvenire” e altre testate. Nel ‘79 inoltre, su invito di Don Giuseppe Zilli, all’epoca direttore di “Famiglia Cristiana”, avrebbe partecipato al lancio di “Jesus”, periodico mensile d’informazione religiosa cui avrebbe collaborato per più di vent’anni.

È stato uno degli scrittori e intellettuali cattolici italiani più importanti degli ultimi decenni, apprezzato anche dai laici per la sua costante propensione al dialogo nel rispetto sempre dell’avversario, su basi laiche ma non laiciste. Ha scritto libri divenuti bestseller e tradotti in tante lingue, e primo giornalista a intervistare un prefetto dell’ex Sant’Uffizio, cioè il cardinale Joseph Ratzinger (“Rapporto sulla fede”, Edizioni San Paolo, 1985), e il primo e unico a scrivere un libro-intervista con Giovanni Paolo II (“Varcare la soglia della speranza”, Mondadori, 1994).

Ma il massimo del suo impegno, questo intellettuale atipico, refrattario a mode e salotti, l’ha profuso nei suoi libri su Gesù e le origini del Cristianesimo: a partire da “Ipotesi su Gesù” (Sei, 1976, dopo un lavoro di 12 anni), libro che ha superato il milione di copie in Italia, tradotto in 22 lingue. Da questa esperienza nacquero altri saggi di successo, come “Inchiesta sul cristianesimo” (Sei, 1987), e gli altri: “Patì sotto Ponzio Pilato” (Sei, 1993, che ripercorreva dettagliatamente le tappe della Passione di Cristo) e “Dicono che è risorto” (anch’esso con Sei, nel 2000). In questi saggi, specie nell’ultimo, che affrontava il “mistero dei misteri”, la Resurrezione, Messori si poneva, con grande umiltà, gli stessi interrogativi che, decenni prima, avevano tormentato ingegni come Charles Péguy e Léon Bloy: Gesù era veramente esistito? Era veramente il Cristo? Non poteva esser stato, il suo successo, frutto d’un’allucinazione collettiva?

A tutti questi interrogativi, Messori ha sempre cercato di rispondere dando sì spazio anzitutto alla fede, ma, accanto ad essa, alla ragione (riprendendo anche spunti illuminanti di Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino). E quindi a un’accurata ricerca storica, sulle orme di quel Renzo De Felice che era stato tra i suoi maestri (ricerca volta, quindi, sempre a cercare, per ogni evento, anzitutto, testimonianze e documenti che lo attestino). Pur critico verso il clericalismo, Messori difendeva la Chiesa, definendosi però portatore di un singolare “anticlericalismo cattolico” che rivendica libertà di giudizio e autonomia intellettuale: riassumeva questi concetti sottolineando che la Chiesa ha bisogno di fedeli che siano sì credenti, ma non creduli, pronti a gridare al miracolo ad ogni piè sospinto.


di Fabrizio Federici