Navigare per il mare tempestoso dell’energia è un’Arte

mercoledì 25 marzo 2026


Nell’annuale meeting di Arte, l’associazione dei reseller e trader dell’energia, si mettono a nudo tutti i limiti e le contraddizioni dell’illiberale e inconcludente politica energetica dell’Ue

Nella splendida cornice del Hotel Parco dei Principi a Roma, si è tenuto la quarta Assemblea generale di Arte, l’Associazione più grande e importante di Reseller e Trader dell’energia con 200 iscritti, 85.000 addetti e un fatturato complessivo che si aggira intorno ai 13 miliardi, per 4,5 milioni di contatori serviti.

Nata nel 2020 in un periodo molto difficile, nel corso di questi pochi anni è divenuta la realtà maggiormente rappresentativa del mondo energy, il trait d’union fra i consumatori finali – industriali, commerciali e domestici – e i produttori, fermamente tesa verso un mercato energetico più equo e liberale.

L’annuale rendez-vous rappresenta dunque l’occasione importante per fare il punto dello stato di salute del sistema energetico e del grado di competitività del mercato italiano, in un momento fra i più difficili nella storia economica del Paese.

Nella sala gremita da 600 stakeholder giunti da tutte le parti d’Italia, ha preso avvio il dibattito relativo ai due fondamentali temi di preoccupazione che agitano il mercato energetico italiano ed europeo: gli extra costi che sosteniamo in bolletta e la transizione energetica imposta dall’Ue.

Oggi in Italia, paghiamo in media, fra i 135 e i 145, con oscillazioni di 20 – 25 punti. È un gap enorme per le nostre imprese rispetto ai nostri diretti concorrenti di Francia e Germania, ed è addirittura imbarazzante il confronto verso la Spagna che veleggia su livelli di prezzo inferiori alla metà rispetto a quelli italiani.

Le aziende perciò perdono terreno, licenziano occupati o peggio chiudono. Le famiglie, dal canto loro sono stremate e arrancano sempre più, non potendo comprimere i propri consumi oltre un certo volume.

Dall’altra parte l’Unione Europea con il Green Deal ed il Re-power Ue impone una transizione energetica a marce forzate che prevede degli ulteriori costi aggiuntivi per poter convertire il sistema produttivo e di consumo (fonti rinnovabili, auto elettriche, efficientamento energetico ecc.) per raggiungere un sistema meno impattante per l’ambiente. Nobile obiettivo che nel suo intento di massima non si può che condividere. Ma è la tempistica che è sbagliata, anche perché l’Europa intera pesa nelle quote mondiali di CO2 meno del 9 per cento! Sono ben altri gli emettitori, gli inquinatori del nostro pianeta, a cominciare da Cina e India che, in forza della loro distorta libertà ambientale, riescono a conquistare quote di mercato nel nostro continente sempre più grandi.

Se non si interviene immediatamente e drasticamente si perderà, per sempre, la capacità industriale di buona parte dell’Europa, in primis quella italiana, perché si andranno a devitalizzare le due componenti interne del sistema produttivo nazionale: la domanda interna che ha sempre meno soldi da spendere e l’offerta che ha sempre più elevati costi da sostenere.

Non casualmente il portavoce dell’Associazione, Diego Pellegrino è tranchant nell’analisi della situazione: “L’energia in Europa è la più cara del mondo e la transizione energetica dell’Ue rischia di divenire un onere insostenibile per cittadini ed imprese se non si affronta con urgenza il paradosso dei costi”. Non solo, ma ha altresì aggiunto che: “La sicurezza energetica non è più assicurata con le modalità del passato, ma è divenuta il nuovo campo di battaglia politico, economico e ambientale su cui si cimentano le nazioni. L’energia è diventata ancor di più uno strumento di potere geopolitico!”

 
Nelle due round table che hanno avuto luogo subito dopo, si sono alternati esperti e analisti di ogni singolo comparto dell’energia, come anche esponenti politici di maggioranza e opposizione. Pur avendo analizzato i fatti e le ragioni che hanno portato all’esorbitante aumento del prezzo dell’energia (le guerre in corso, il divieto di importare gas dalla Russia preferendo quello ben più costoso dagli Usa, le errate politiche energetiche del passato sia nel finanziamento costosissimo delle rinnovabili e la rinuncia pregiudiziale del nucleare), rimane irrisolto, perché irrisolvibile il punto fondamentale di qualunque dinamica economica: il tempo.

Il sistema energetico e di riflesso il mercato che su di esso si organizza e si struttura è la risultante di programmazione e organizzazione, non di una continua improvvisazione, di una toppa dietro l’altra che vengono apposte per cercare di tenere la barca a galla. Al riguardo si rilevano alcuni passaggi fondamentali su cui la politica è stata gravemente deficitaria: per ogni fonte di approvvigionamento scelta, di volta in volta da una o dall’altra maggioranza, non è stato fatto l’investimento necessario (industriale, di infrastruttura, di finanza pubblica) funzionale al suo sviluppo. Possiamo ricordare in pillole:

 

1) Nucleare: lo si è abbandonato senza organizzare un piano per i rifiuti radioattivi (il famoso deposito nazionale tuttora mancante) e senza lasciare spazio all’innovazione tecnologica: solo un “No” ideologizzato senza volontà di confronto sul tema;

2) Gas: si è voluto procedere a marce forzate nel primo decennio di questo secolo alla riqualificazione degli impianti termoelettrici che erano a gasolio, senza sviluppare di pari passo un potenziamento degli stoccaggi a terra che permettessero la copertura di almeno la metà della domanda nazionale, costituendo una riserva permanente, facendo si che il prezzo possa essere sempre calmierato, anche nel caso di tensioni estreme come le guerre;

3) Fonti rinnovabili: il decennio successivo, si voluto imporre una violenta e impetuosa sterzata sulle FER, con una spesa di 250 miliardi di euro in 20 anni(!), senza prevedere, al momento delle erogazioni dei fondi, l’obbligatorietà di stoccaggi per ogni impianto, né una diversa modalità di finanziamenti per far fronte alla mostruosa spesa sostenuta con il “feed in premium” anziché il “feed in tariff” ovvero anche, addebitando gli oneri di sistema nella fiscalità generale;

4) Reti elettriche: assolutamente inadeguate, all’inizio del periodo regolatorio a favore delle FER, per lo sforzo di allaccio degli impianti rinnovabili, cresciuti nel tempo, ad oltre 2 milioni di unità! L’inadeguatezza delle reti causa sensibili aumenti dei costi, a causa delle perdite nel dispacciamento, stimabili in un rimarchevole 10 per cento - sapientemente tolto dalla visibilità della bolletta! E tali costi aggiuntivi sono poi sempre ripianati dal consumatore e mai dal trasportatore.

In sostanza, scontiamo gli errori del passato e la miopia della nostra classe politica che non ha voluto ammettere che siamo in guerra dall’11 settembre del 2001, cioè da un quarto di secolo. Ed in tutto questo tempo l’Italia non intrapreso nessuna azione preventiva di sicurezza energetica, ma è sempre stata a rimorchio dell’Ue, senza neanche essere capace di sfruttare le dotazioni naturali che possiede, come il gas dell’Adriatico, che se lo sta prendendo tutto la Croazia, o il petrolio in Basilicata. Potenzialità che non risolvono, certamente, ma che posso dare il loro contributo e ampliare l’occupazione e il know how.

Speriamo che i conflitti si stemperino il prima possibile, dandoci modo di intervenire tempestivamente per mitigare le numerose e articolate storture che affliggono il nostro sistema. Ma ci vorrà coraggio e fermezza di rotta. Ed in tal senso sembra andare la linea del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica dell’Italia, l’onorevole Gilberto Pichetto Fratin, che ha confermato l’imminenza del decreto energia per calmierare e modulare i prezzi nei differenti ambiti di mercato (grossisti, consumatori finali, Pmi, commerciale), cui si aggiunge il revamping per i nostri numerosi impianti idroelettrici.

Di grande impatto è stato anche la conferma come specifico impegno del Ministero della proposta del mini-nucleare in Italia, per rinforzare l’autonomia energetica del paese; infine ha confermato la posizione dell’Italia in Europa per la sospensione dell’applicazione del sistema degli ETS per un tempo consono allo stato emergenziale.

Senza dubbio note di speranza in questa fase così turbolenta, caratterizzata da elevatissima incertezza e connotata da conseguenze così imprevedibili da potersi rivelare anche nefaste.


di Pierpaolo Signorelli