Memoria e ricordo: la Germania nazista e l’Olocausto

martedì 17 marzo 2026


Seconda parte

Dopo un periodo di rimozione collettiva, la storiografia ha analizzato e indagato in ogni direzione la natura e le cause del genocidio del popolo ebraico, cosicché Auschwitz è diventato, nella coscienza delluomo contemporaneo, il nome-simbolo del male, un buco nero che risucchia tutto il Novecento, un fondo irrazionale che rende la Shoah unesperienza unica e irripetibile.

Cosicché, proprio il peso storico “riassuntivo” di ogni genocidio che Auschwitz ha assunto ha portato alla rottura del paradigma che collegava strettamente umanità e progresso, facendo leggere il Novecento come “il secolo delle tenebre”.

Tuttavia, sullo sfondo appaiono alcune difficoltà di comparazione storica della Shoah, nella sua unicità, con il profondo sedimento culturale, ancora irrisolto, che continua a porre una sorta di veto sul confronto tra sterminio di razza e sterminio di classe, dimenticando in tal modo che il sistema concentrazionario sovietico non rappresenta una sorta di incidente di percorso, ma corrisponde alla volontà dichiarata da Lenin di ripulire la terra russa dagli “insetti nocivi”, dai “parassiti”, dalle “pulci”, di cui i Kulaki rappresentavano la categoria più numerosa.

Come ha scritto invece Victor Zaslavky, “la vera novità dei totalitarismi del XX secolo consiste nei lorio tentativi di creare una società nuova, sopprimendo ed eliminando interi gruppi sociali realmente esistenti e intere aggregazioni umane individuate sulla base di certe caratteristiche ascrittive e arbitrarie, suggerite dalla ideologia dominante del regime totalitario”.

 

Ma prima di addentrarci in particolari salienti dell’olocausto e per meglio definirlo e comprenderlo, occorre innanzitutto concettualizzare lessenza stessa del nazismo, anche alla luce di parecchi studi che vedono nel Terzo Reich e nel movimento nazionalsocialista espressioni manifeste di più profondi ambiti esoterici, occultistici e magici, sebbene il piano esoterico, a differenza delle numerose interpretazioni politiche, sociologiche, economiche, psicoanalitiche, ecc., viene considerato piuttosto superfluo se non proprio squalificato a mero elemento folcloristico.

A voler cercare le radici esoteriche del nazismo tra occultismo e svastica, tra il 1880 e il 1920 nascono nuove forme di spiritualismo, contrapposte al positivismo scientifico e scientista, da cui Hitler non è immune.

È per l’appunto su questo sfondo angosciante che nei Paesi tedeschi si plasmano reviviscenze occultistiche, a partire dal teosofismo (sapienza del divino), teorizzato da Madame Blavatsky, a cui viene attribuito un ruolo fondamentale nella definizione della dottrina razziale del Terzo Reich. Infatti, nel 1888, in La Dottrina segreta, l’autrice spiega come la terra sia attraversata dal quarto ciclo cosmico e che lumanità attuale sia la quinta razza madre”, erede dellaquarta atlantidea”, che corrisponde a quella ariana. Nel 1892 una importante rivista tedesca sfoggiava in copertina la svastica, il futuro simbolo prima del nazionalsocialismo e poi del Terzo Reich, un simbolo ariano sacro in quanto rappresentava il “Feuerquirl” (simbolo di fuoco), grazie al quale il dio delle origini aveva trasformato il caos del cosmo. D’altra parte, anche in precedenza, la cultura teutone era avvezza a usare la magia e ad utilizzare codici magici, attraverso i quali entrare in contatto con “dimensioni parallele”. In realtà, il “ritorno dei teutoni” è appunto l’auspicio formulato da alcuni autori che si realizzerà proprio con l’attualizzazione grafica di un’antica runa come simbolo delle SS. In conseguenza, la svastica sembra essere il filo rosso che collega gli sviluppi delle esperienze occultistiche prima, antisemite poi e infine nazionalsocialiste.

Già un autore, Lanz, nel 1899, spiega che il regno di satana ha avuto origine da Adamo, dal quale deriva una razza semi-animale, mentre gli dei, progenitori dei germanici, sono di natura superiore e nettamente distinti dalla stirpe adamitica, che va sterminata o sterilizzata per porre fine alla contaminazione tra le due distinte razze, cosicché, sostiene ancora Lanz, per ritornare all’“Epoca dOro degli ariani” si rende necessaria una guerra apocalittica. Ma la stessa venatura Volkisch o Volksgemeinschaft, comunità di sangue e di razza, riassunta nella dicitura “Blut und Boden” (sangue e terra) dell’ideologia nazionalsocialista, ha derivazioni esoteriche.

 

La chiave di volta del passaggio dallocculto al nazionalsocialismo, cioè l’anello di congiunzione tra l’ambito occultista ed esoterico da una parte e la politica nazionalsocialista dall’altra, si concretizza grazie alla Società di Thule, vale a dire il Germanen Orden, la setta monacense che studia le radici storiche tedesche da una collocazione politico-ideologica decisamente reazionaria, tatticamente riorganizzato e ristrutturato e che appunto nel 1918 assume la denominazione sopraindicata.

In questa Thule si ritrovano nominativi come Alfred Rosemberg, futuro ministro della cultura, Dietrich Eckart, Rudolf Hesse e Hans Frank.

Nel gennaio del 1919 viene fondato il “Dap Deutshe Arbeiterpartei”, Partito Tedesco dei Lavoratori, che l’anno dopo, presieduto da Hitler, si trasforma in Nsdap, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, che assumerà la svastica come simbolo.

Il nesso tra Thule e Nsdap è profondo e Rosemberg, così come ci descrive Giorgio Galli, ne è lideologo di punta e il teorico dellantisemitismo nei suoi contenuti più virulenti e radicali. Infatti, nel corso della Seconda guerra mondiale, sull’onda dell’appropriazione nazista del Lebesraum, lo “spazio vitale” ad Oriente, oggetto del Drang nach Osten, a scapito dei popoli slavi, come ministro dei territori occupati all’Est, avrà pesanti responsabilità nella deportazione di decine di migliaia di ebrei. Hans Frank, governatore generale della Polonia, dopo l’invasione tedesca del ’39, sarà un attivissimo organizzatore dello sterminio degli ebrei e dell’intellettualità polacca.

Secondo lo storico Antonio Spinosa, forse non basta chiedersi se Hitler fosse un criminale o un mostro, o più semplicemente un folle ed oggi più che mai ricorre la domanda se egli fosse dotato di poteri demoniaci, se praticasse le scienze esoteriche, se avesse doti di chiaroveggenza e se ascoltasse le voci misteriose di istruttori occulti.

Di certo i tedeschi si aspettavano un Capo che non fosse un qualsiasi uomo politico, un governante come altri, ma il loro redentore inviato dalla Provvidenza divina. Ed è anche acclarato che già nel 1913 Hitler si trovava a Monaco, città culturalmente avanzata, dove s’interessa all’arte e scopre la sua inclinazione per l’esoterismo.

Il numero due di Hitler, Himmler, si dedica a pratiche esoteriche a addirittura crede di incarnare il duca di Baviera Enrico XII, detto der Lovve (il leone). Le Schutzstaffeln, di cui è comandante proprio Himmler, il quale esuma l’Ordine dei Cavalieri Teutonici e nel suo castello in Westfalia promuove riti esoterici, adottano una simbologia estetica che riflette caratteristiche della mistica in un miscuglio di elementi cristiani e pagani fra simboli di morte, a partire da teschi e tibie.

Himmler vuole trasformare l’élite delle sue SS in un nuovo Ordine dei Templari e per questo scopo sceglie il castello di Wewelsburg in Westfalia, dal perimetro a forma di lancia, di cui intende fare un centro sacro dove forgiare l’élite SS, dove cioè insegnare ai “guerrieri ariani” l’uso delle rune, l’antica scrittura magica del Nord Europa, tant’è che il simbolo scelto per le SS è proprio la runa che indica la vittoria.

Insomma, anche Himmler opera su uno sfondo inequivocabilmente occultista, influenzando in questo senso le politiche del Reich.

Non v’è dubbio, pertanto, che il tratto esoterico e occultistico abbia avuto una rilevanza fondamentale nella formazione dell’ideologia hitleriana, un tratto che si estrinseca in tre direzioni: la disparità del genere umano, il primato ario-tedesco e lavversione morbosa nei confronti degli ebrei.

Una rivoluzione culturale quella nazista che, distruggendo radicalmente i principi della filosofia liberale, recuperava appieno la natura come elemento basilare di ogni azione dell’uomo, inteso biologicamente, per cui biologia e natura divenivano i nuovi principi della concezione del mondo nazista, il cui asse portante, il centro vitale, era rappresentato dalla razza, principio e fine della visione del mondo. Lineguaglianza tra le razze è una realtà biologica e la razza più forte prevarrà sulle altre: questa sarà la razza germanica, fatta di uomini e donne che forniscono migliori “prestazioni” e “rendimenti”, anche dal punto di vista procreativo. Proprio il cristianesimo era, per i nazisti, la causa principale della decadenza, una religione che altro non era se non una “dottrina orientale importata dai deserti e apportatrice di devastazioni culturali, demografiche e geografiche”. Il cristianesimo, quindi, veniva indicato come la causa principale della decadenza, la causa principale dei mali della Germania. La guerra razziale diventava dunque lantidoto, poiché da tale scontro sarebbe emersa la razza superiore: la razza germanica. In conseguenza, gli ebrei dovevano scomparire in quanto elementi nocivi, anzi patogeni; gli slavi avrebbero dovuto lavorare come schiavi in favore della razza germanica.

Senza dilungarci ulteriormente su siffatti aspetti, che possono sembrarci oggi frutto di fanatismo o di banali storture storiche e filosofiche, occorre evitare ogni commento ironico o sarcastico e riflettere invece sul fatto che tutto il quel corpus dottrinario ha caratterizzato una delle più orrende fasi della storia dellumanità.

 

Ma per meglio comprendere la immane tragedia in cui precipitò lEuropa con l’olocausto, occorre ripercorrerne, seppur brevemente, alcuni passaggi significativi.

Tornando dunque ad Himmler, se in un primo momento egli pensò, per così dire, ad una selezione solo positiva della razza, in un secondo tempo presero sempre più consistenza lidea e la prassi della selezione negativa, mediante la sterilizzazione e lannientamento in massa delle razze inferiori. In conseguenza, per quanto già innanzi evidenziato, lantisemitismo diventò veramente una paurosa ossessione collettiva, non senza una buona dose di farneticazioni anche maniaco-sessuali.

La messa al bando degli Ebrei procedette in realtà attraverso fasi graduali. La loro indiscriminata eliminazione fisica fu lo stadio finale del processo di segregazione e di condanna alla morte civile, attuato in un primo momento mediante l’isolamento all’interno del popolo tedesco e il boicottaggio delle loro attività economiche; seguì successivamente la tendenza a favorirne lallontanamento dal Reich, ma infine, allorché l’espansione hitleriana al di là dei confini di Versailles avrebbe portato sotto la dominazione tedesca milioni di ebrei, soprattutto dell’Europa orientale, l’impossibilità di uscire dal dilemma nel quali li aveva costretti il contatto con la realtà, ben più complessa delle loro semplicistiche farneticazioni, spinse gli uomini del Terzo Reich a bruciare ogni possibile situazione gradualistica e a concepire freddamente la più mostruosa strage che la storia ricordi.

Il 15 settembre 1935 il Reichstag, riunito a Norimberga sotto la presidenza del maresciallo Goering, approvava all’unanimità le cosiddette “leggi di Norimberga”, con le quali gli ebrei ricevevano lo status giuridico di facenti parte della razza inferiore, dal che derivavano varie gravissime conseguenze; tra cui, il divieto di matrimonio tra ebrei e soggetti di sangue tedesco o affine, il divieto dei rapporti sessuali extramatrimoniali tra ebrei e cittadini di sangue tedesco, il divieto per gli ebrei di esporre la bandiera del Reich ed alcuni altri.

I più fortunati abbandonarono il Reich tra il 1935 e il 1938, prima che subentrasse la seconda fase della politica antisemita, caratterizzata da una accentuazione della pressione terroristica e intimidatoria. Ma la svolta della persecuzione antisemitica si ebbe il 9 novembre 1938, sebbene tutto quell’anno fosse stato caratterizzato da un ritmo crescente di misure che facevano prevedere il sopraggiungere di sviluppi decisivi nella questione razziale.

La data del novembre 1938 è passata alla storia come la “notte dei cristalli”, a definire l’azione indirizzata principalmente alla devastazione di negozi e proprietà ebraici. Se fino a quel momento, dunque, la persecuzione era rimasta a livello episodico e individuale, dopo il novembre del 38 essa assumeva il carattere collettivo e sistematico che avrebbe poi trovato il suo culmine corale nella tragedia di Auschwitz o di Theresienstadt, del ghetto di Varsavia o di Treblinka. In quelle stesse settimane ebbero inizio le prime deportazioni di massa e Buchenwald accolse le prime migliaia di deportati ebrei.

Ma i tempi stringevano per una soluzione più organica e, in questo senso, un ulteriore passo avanti fu compiuto a seguito delloccupazione dellAustria nel 38 e della Cecoslovacchia lanno successivo, allorquando nei territori del Reich affluirono le grosse comunità ebraiche di quei paesi; fu allora che Heydrich affidò ad un funzionario del servizio di sicurezza, Adolf Eichmann, l’incarico di reggere il dipartimento degli affari ebraici presso la centrale del Servizio di sicurezza.

Lo scoppio della guerra inasprì sempre di più la situazione per gli ebrei all’interno del Reich, i quali dal gennaio 1941 furono costretti a portare come segno distintivo la stella gialla e dal mese di ottobre furono sottoposti a lavoro coatto per l’economia di guerra. Tramontata la possibilità di servirsi della Polonia, nella zona tra la Vistola e il confine con l’Unione Sovietica, per farne un ghetto colossale in cui trasferire tutti gli ebrei del Reich, dell’Austria e del protettorato di Boemia e Moravia, nonché l’attuazione di un piano di evacuazione degli ebrei nel Madagascar, maturò quindi lidea dello sterminio, vale a dire della loro estirpazione fisica e biologica: il Giftpilz il “fungo velenoso”, come era definito l’ebreo nei libri scolastici.

Un mese e mezzo dopo l’aggressione contro l’Unione Sovietica, che segnò anche il passaggio a forme di indiscriminata brutalità contro intere popolazioni, il Maresciallo Goering incaricava Heydrich di “disporre tutti i preparativi necessari dal punto di vista organizzativo, pratico e materiale per una soluzione complessiva della questione ebraica nei territori europei sotto l’influenza tedesca”.

Da questo momento la macchina di distruzione e morte messa in moto da Heydrich, il quale soccombeva nel giugno del 1942 a seguito di un attentato da parte di patrioti cechi, e dai suoi collaboratori, Eichmann in primis, non avrebbe conosciuto soste. Con l’inizio delle deportazioni e delle eliminazioni di massa, l’istituzione già così mostruosa dei campi di concentramento si trasformò in una immane fabbrica della morte, dai cui comignoli si sprigionava il fumo di centinaia di forni crematori, un simbolo sinistro della fertile inventiva di tecnici e scienziati postisi al servizio di uno spietato regime senza nome: era oramai in atto la “soluzione finale”, il cui risultato fu lomicidio di massa di sei milioni di ebrei.

La crudeltà elevata a professione di Stato, il sadismo esercitato ai danni dei deportati, furono i risultati a cui approdarono la forsennata predicazione dellodio di razza − come già visto, proveniente da lontano − il fanatismo ideologico e nazionalistico, lo sfrenato attivismo e la violenza sistematica indissolubilmente legati allideologia e alla pratica di governo del nazismo.

 

A completamento dell’argomento occorrerà dare un cenno anche ai riflessi della politica razziale del Reich sulla scena politica italiana, ancorché spesso si tenda ad amalgamare, in modo superficiale, i due regimi anche su questo fronte.

Agli inizi degli anni Trenta, “Critica Fascista”, la più autorevole rivista italiana del regime, diretta da Giuseppe Bottai, sottolineava con enfasi la distanza che separava l’Italia fascista dalla Germania hitleriana in materia di politica religiosa e sui contraccolpi subiti dal cristianesimo tedesco in conseguenza dell’avvento al potere delle camicie brune. L’accento cadeva innanzitutto sulla sfida lanciata dal razzismo antisemita, che aveva stimolato la fioritura di movimenti religiosi, i quali rifiutavano la matrice giudaica della fede cristiana e si richiamavano agli antichi culti germanici.

Si trattava di precise affermazioni che rispecchiavano fedelmente la posizioni di Mussolini, a giudicare proprio dalle dichiarazioni pubbliche che il Duce fece nel 1934. Infatti, in più occasioni egli prese le distanze dalla lotta che il regime nazionalsocialista stava conducendo contro il cristianesimo ed espresse tutta la sua avversione per le teorie razziste sulle quali avrebbe dovuto fondarsi la nuova fede della Germania hitleriana, rivendicando nel contempo al fascismo il merito di aver affrontato con notevole moderazione il problema religioso, senza provocare divisioni e conflitti all’interno della comunità nazionale, avendo peraltro risolto, con il Concordato del ’29, un annoso conflitto tra Stato e Chiesa.

Proprio il corrispondete berlinese di “Critica fascista”, nell’aprile del ’35, si soffermava in particolare sulle idee dei cristiani tedeschi − credenti in un “Cristo ario-nordico e razzista” e decisi a buttare a mare il cristianesimo delle due confessioni “ebreo-cristiane”, quella "ebreo-romana” e quella evangelica, anche essa tarata di “giudaismo” − e su quelle del movimento per la Nuova fede germanica (Deutsche Glaubensbewegung) costituitosi nell’estate del 1933, che propugnava una religiosità neopagana. Secondo i suoi sostenitori − continuava il corrispondente – “la nuova religione del Terzo Reich” doveva nascere su un fondamento di una “verità assoluta ed eterna”: l’esistenza di “una razza tedesca con unanima che le è originariamente e immutabilmente propria, nella sua essenza”.

La situazione era però destinata ad evolversi: a partire dal 1936 Mussolini avviava una politica di riavvicinamento alla Germania, mossa dall’esigenza di uscire dall’isolamento creato dalla crisi etiopica. In quella stessa estate si ebbe anche la svolta decisiva nei rapporti italo-tedeschi, quando prese corpo limpegno comune nella guerra civile spagnola. Il 1° novembre, a seguito della visita in Germania del ministro degli esteri italiano Galeazzo Ciano, fu annunciata da Mussolini la nascita dellAsse Roma-Berlino. Come ha notato De Felice, oltre ai motivi di politica estera, concorse in larga misura anche il mito dellanuova civiltà” che incominciò a suggestionare Mussolini a seguito della conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, inducendolo a porre in secondo piano le differenze tra il fascismo e il nazionalsocialismo per valorizzare al massimo gli elementi comuni ai due movimenti: l’avversione per il vecchio ordine e la netta antitesi rispetto alle concezioni ideali che lo connotavano, cioè la democrazia borghese e il bolscevismo.

Senza volerci addentrare nella complessità di tali rapporti dal ’36 in poi, e comunque a dimostrazione di una crescente sudditanza di Mussolini nei confronti del dittatore tedesco, si stava comunque avvicinando la svolta antisemita del fascismo, culminata poi nella introduzione delle leggi razziali in Italia, nellautunno del 1938.

Anche “Critica fascista” sostenne vigorosamente la campagna razziale del regime, in nome di una concezione spirituale e non materialistica della razza, distinta dunque dal modello germanico.

Cosicché, in una situazione internazionale già di per sé complicata, arrivarono le Leggi Razziali, un fatto su cui occorre soffermarsi, trattandosi di un altro passaggio cruciale che investiva la Corona, a cui una letteratura postbellica oltremodo faziosa, anche alla luce della immane tragedia che si è poi rivelata la persecuzione ebraica, ha ingiustamente addebitato al Re pesanti corresponsabilità in proposito.

Le cretine leggi razziali presero avvio dal “Manifesto della Razza”, firmato da pur importanti scienziati italiani, con la pubblicazione su “Il Giornale d’Italia” il 14 luglio 1938, leggi che il Re assolutamente non voleva e che minavano non soltanto i rapporti con la Corona ma anche quelli fino ad allora cordiali col mondo cattolico, una cordiale intesa che comunque, dopo la tempesta del 1931 sulla questione dell’Azione Cattolica, si era pienamente ripristinata. Da esse inizierà inesorabilmente il processo di progressivo distacco della Chesa dal regime, nonostante la temporanea, pur sofferta condivisione dell’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940 a fianco della Germania nazista.

D’altra parte, il 13 marzo di quell’anno l’Austria era stata occupata ed annessa alla Germania, per cui cadeva definitivamente la prospettiva, ampiamente apprezzata da molti ambienti cattolici, ma anche politici vicini alla Corona, di unalleanza tra tutti gli Stati cattolici − guidata dall’Italia − che comprendesse anche la Spagna, l’Austria e l’Ungheria, capace di far fronte alla pressione comunista e, nel contempo, alle mire espansionistiche della nuova Germania hitlerina. Però oramai Mussolini tendeva ad un’alleanza sempre più forte con Hitler, per cui in Italia prendevano sempre più piede le sue dottrine e i suoi metodi, cosicché anche la materia razziale giungeva in Italia, ancorché tali leggi, di certo vergognose e assurde, lasciassero intravedere parecchie scappatoie e distinguo che consentivano una certa difesa agli ebrei, che comunque non venivano né incarcerati né uccisi.

Ben diversa, ovviamente, sarà la situazione dopo l’8 settembre 1943, allorquando, per mano dei tedeschi e con la formazione della Repubblica Sociale Italiana, si sarebbe consumato l’olocausto anche degli ebrei italiani, con stragi e deportazioni verso i campi di sterminio della Germania.

La politica razziale condusse ad un aperto conflitto con la Chiesa in ordine all’interpretazione delle norme concordatarie, ciò che darà luogo ad una vibrata protesta papale per il vulnus al Concordato.

Questa era la dimostrazione chiara che lo strumento concordatario voluto dalla Santa Sede per restaurare in Italia lo Stato cattolico rappresentava una garanzia largamente insufficiente di fronte alle pretese di un regime che tendeva a diventare sempre più totalitario.

Di ciò ne faceva le spese anche la Monarchia, poiché il Re invano tentava di far capire al Duce, parlandogli da uomo a uomo, la gravità del male che stava arrecando al Paese; né, peraltro, tutti i gerarchi erano d’accordo, tant’è che, ad esempio, lo stesso Italo Balbo, nella sua Ferrara, ostentava il suo dissenso in proposito, accompagnandosi pubblicamente con un suo amico intellettuale ebreo.

Com’è noto, per ben tre volte Vittorio Emanuele III rifiutò di controfirmare siffatte infami leggi, ma alla fine, da Sovrano costituzionale parlamentare, dovette cedere, proprio in considerazione del fatto che tutto il Parlamento si era espresso a favore in modo quasi unanime e quindi il Re non aveva trovato alcuna sponda alla sua tenace opposizione.

Lunico responsabile delle leggi razziali, pertanto, era solo e soltanto Mussolini!

Di certo il Sovrano, stante tale verdetto parlamentare, in forza della norma statutaria di cui all’articolo 65, tornando ad assumere per un momento la veste di un monarca costituzionale puro, avrebbe potuto destituire Mussolini dall’incarico di Capo del Governo, dando luogo così ad una crisi istituzionale; peraltro, appare del tutto pacifico che, nonostante la vigenza dell’articolo in questione, si sarebbe trattato di un simil-colpo di Stato, in quanto il Re, come capo dello Stato in un acclarato sistema sostanzialmente parlamentare, e pertanto come organo di fatto estraneo ai provvedimenti governativi, non avrebbe potuto rifiutare la firma. Insomma, non si era riprodotta la situazione del 28 ottobre, in quanto in quel frangente l’operato del Sovrano era stato sostanzialmente ratificato dal parlamento a larga maggioranza, ciò che invece sarebbe mancato in questa occasione. Per di più, oltre alla gravissima impasse istituzionale, un Mussolini destituito e al quale non erano mai venute meno le sue inclinazioni antimonarchiche, avrebbe chiamato a raccolta il popolo, Vittorio Emanuele sarebbe stato detronizzato in poco tempo e il duce sarebbe stato acclamato a furor di folle Capo dello Stato, ciò che, d’altra parte, era già avvenuto nella Germania nazista. Insomma, il pur traballante sistema diarchico sarebbe stato completamente spazzato via e il Paese si sarebbe trasformato in uno Stato totalitario. Peraltro, il regime proprio in quei momenti si trovava all’apice del consenso generale, mentre in mezza Europa iniziava un grande pogrom antiebraico.

Ma bisognerà passare ora ad esaminare l’alta tragedia del secolo delle ideologie, vale dire i genocidi in Istria e Dalmazia dopo la guerra.

Continua…

Leggi qui la prima parte


di Francesco Giannubilo