lunedì 16 marzo 2026
Con la scomparsa di Jürgen Habermas, avvenuta lo scorso 14 marzo, si chiude una delle grandi stagioni della filosofia europea del Dopoguerra. Con lui si spegne una voce che per oltre mezzo secolo ha cercato di tenere insieme ciò che molti pensatori suoi coevi consideravano inconciliabile: la critica radicale della società moderna e la fiducia nella forza risolutiva della ragione.
Nato nel 1929, egli apparteneva a una generazione diventata adulta in mezzo alle laceranti ferite morali e materiali di una Germania all’anno zero. Un cammino lacerante che segnò la sua riflessione filosofica. Per una vita intera, Habermas si chiese in che modo un Paese che si è reso responsabile di una catastrofe di tali dimensioni possa riuscire a trovare in sé la forza per ricostruire la propria legittimità. La via maestra per un simile percorso non può che essere data – ripeteva − dalla “conoscenza e dalla coscienza di quanto accaduto”.
Consapevole di questo partecipò ai grandi dibattiti che si svilupparono sul nazionalsocialismo nella Repubblica Federale Tedesca. Furente fu lo scontro che ebbe con lo storico Ernst Nolte nel 1986 sulla Historikerstreit. Nolte era convinto che i crimini del nazismo dovessero essere interpretati nel contesto della lotta contro il bolscevismo, arrivando a suggerire che fossero in parte da intendere come una reazione ai crimini dello stalinismo. Habermas lo accusò di volere relativizzare e normalizzare il nazismo. “La Shoah − scrisse − è da considerare un evento storico unico e non giustificabile come semplice risposta ad altri totalitarismi”.
Erede critico della tradizione della Scuola di Francoforte, Habermas prese le distanze dal pessimismo dei suoi maestri − fu assistente di Theodor W. Adorno e frequentò Max Horkheimer − i quali erano convinti che “la razionalità moderna fosse irrimediabilmente degenerata in dominio tecnico e amministrativo”. Egli cercò, invece, uno spazio in cui la ragione potesse ancora funzionare come pratica emancipatrice.
Nel grande progetto teorico culminato nella “Teoria dell’agire comunicativo” sostenne che la razionalità non vive solo nei sistemi economici o scientifici, ma soprattutto nelle pratiche quotidiane della comunicazione. Nella struttura reale del dialogo (anche se apparentemente fragile) egli vide il nucleo normativo della democrazia, ovvero la nascita della sfera pubblica moderna come luogo di confronto razionale tra cittadini.
Nel corso dei decenni quella intuizione si trasformò in una vera e propria teoria della democrazia deliberativa: le decisioni sono legittime, quando possono essere giustificate pubblicamente attraverso argomenti accessibili a tutti. All’interno di tale riflessione si colloca uno dei concetti più interessanti del suo pensiero politico: il “patriottismo costituzionale”. Di fronte al problema della Germania del Dopoguerra − come costruire un senso di appartenenza e di legittimità senza ricadere nel nazionalismo − Habermas propose “la tesi secondo cui la lealtà dei cittadini non dovrebbe fondarsi su etnia, lingua, storia o identità culturale, ma su princìpi democratici incarnati dalla Costituzione. Ci si riconosce non in una comunità di destino, ma in un insieme di diritti, procedure e valori condivisi”.
Contro il disincanto postmoderno e contro il cinismo della politica contemporanea difese fino alla fine l’idea che la modernità non fosse da intendere come un errore da archiviare, ma come un progetto incompiuto. La sua opera resta una scommessa sulla ragione condivisa, fragile, contestata, ma ancora indispensabile. Per Habermas la democrazia vive dove i cittadini accettano di discutere, di giustificare le proprie posizioni e di riconoscere la forza dei migliori argomenti. Con la sua scomparsa perdiamo l’ultimo vero illuminista.
di Francesco Carella