La casa nel bosco: luci e ombre del sistema di gestione dei minori

martedì 10 marzo 2026


La vicenda della famiglia di origine anglofona oramai nota a tutti da alcuni mesi quale quella della “casa del bosco” continua a far parlare di sé tra luci e ombre, con momenti di grande eco mediatico che si alternano a lunghe pause. Queste, da un lato, farebbero auspicare a una soluzione del conflitto vero e proprio, più che delle incomprensioni nate tra culture e modi di intendere la vita tra la coppia dei genitori dei bambini (da tutelare) e gli assistenti sociali, fino a giungere agli organi giudicanti che si sono espressi attraverso atti che hanno fatto molto discutere l’opinione pubblica, fino poi a giungere a improvvisi provvedimenti di una gravità tale da non poter impedire che le telecamere dei  principali telegiornali inquadrassero un piccolo spazio di territorio italiano che sarebbe sconosciuto ai più proprio per le sue caratterizzazioni rurali e ai margini del vissuto urbano.

È di ieri la notizia dell’allontanamento della madre dalla “casa famiglia” (ricordiamo il padre era già stato oggetto di divieto a vivere con i minori), per un considerato atteggiamento cosiddetto “oppositivo” nei confronti dei modelli educativi ed assistenziali che sarebbero stati oggetto di somministrazione ai bambini, oramai, credo possa essere oggettivo affermarlo, fortemente provati dai continui sconquassi emotivi ed affettivi ai quali, in presunzione del loro supremo bene, vengono sottoposti.

Dopo decenni di silenzi, reticenze, insabbiamenti per non dire addirittura depistaggi, il “sistema Bibbiano” che prende nome da una località in provincia di Reggio Emilia dove erano collocati in una comunità i minori strappati alle loro famiglie di origine, sfruttando una conflittualità fisiologica in particolare in sede di separazione non consensuale tra coniugi, e oggetto di veri e propri abusi, torna seppur nel particolare a far parlare di sé con connotati diversi ma sempre attuali: lo scopo ideativo del profitto di strutture convenzionate (dopo che gli orfanotrofi pubblici vennero definitivamente chiusi nel 2006 in attuazione della Legge 28 marzo 2001, n. 149) mascherato in termini assai paludati nel rastrellamento (nessuno se ne voglia di questo termine) di bambini da “accudire”, dietro diaria giornaliera, che furono non abbandonati dai genitori naturali, ma da questi in termini presuntivi mal seguiti, curati o addirittura educati.

In  un modo “green” dove anche la famosa casa automobilistica tedesca Porsche si è sentita in dovere di produrre modelli sportivi elettrici, finendo sul lastrico, o ancora lo stesso Stato italiano ha spinto in chiave di asserito rilancio (rivelatosi un flop totale col senno di poi) dell’economia il 110 per cento bonus volto al miglioramento della classe energetica degli edifici, chi, in una nuova formula hippie ha deciso di vivere immerso nella natura, procurandosi il pane zappando la terra e mungendo le capre, si è visto letteralmente sottratto i figli minori a seguito di un ricovero ospedaliero per una intossicazione di funghi che si legge non poco sovente accadere anche ai migliori appassionati ed esperti della ricerca del tanto amato Porcino, o addirittura decessi per cause da meglio accertare di intere famiglie per essersi incautamente o, forse meglio, sfortunatamente cibati di crostacei e piatti a base di pesce nel ristorante sbagliato.

Da qui in avanti la narrazione giudiziaria di provvedimenti, non senza contestazione dai diretti interessati, di non conformità dei parametri di abitabilità della appunto soprannominata “casa del bosco” che ha portato anche i più generosi d’animo ad offrire in comodato d’uso gratuito appartamenti costruiti a regola d’arte in condomini a norma, senza però che questa soluzione venisse ritenuta sufficiente dai magistrati assegnatari della pratica per il ricongiungimento famigliare, per poi entrare nella valutazione tramite psicologi, educatori e consulenti tecnici di ogni genere e tipo sul “modello genitoriale” in esame che qui si sottolinea non essere mai stato formalmente accusato di violenze, abusi e abbandono sui figli.

Chiunque credo possa comprendere l’enorme ansia che pervade questo nucleo famigliare nel vivere, si spera, qui è bene esplicitarlo, il tempo più breve possibile, uno stress del genere con anche la plausibile reattività anche comportamentale che determinati provvedimenti possano affliggere a soggetti non preparati a una “gratuita” quanto persistente guerra dei nervi, a tal punto da essere provocati a reazioni emotive per poi essere usate contro di loro nella prospettiva predeterminata di individuare ex post giustificazioni di decisioni ex ante perché verosimilmente orientate da specifici interessi di politica giudiziaria, in assenza dei quali le case “famiglia” non sarebbero destinatari oggi (i numeri sono al momento non resi pubblici) di migliaia di bambini “rapiti” ai loro genitori con i pretesti più vari e funzionali (così come accade purtroppo anche nella “case di cura”) a rimpinguare le tasche di chi le gestisce.

In una società problematica come quella attuale, in cui le culture religiose, gli usi e i costumi più che mescolarsi si scontrano, in una quotidianità dove si vuole permette di concepire attraverso innovativi metodi in provetta individuando non in volontarie neo-balie ma in uteri a “noleggio” nei paesi del Terzo Mondo, si alza la voce del vecchio uomo della strada per domandare provocatoriamente ad alta voce: “Come mai non tolgono i bambini agli zingari?”

Ognuno si dia la risposta che crede.


di Carlo Carpi