Nitto Santapaola: il tramonto del “licantropo”

mercoledì 4 marzo 2026


Con la morte di Benedetto “Nitto” Santapaola nel carcere di Opera, non si chiude solo un fascicolo giudiziario; si sigilla definitivamente una cassaforte di segreti che per cinquant’anni ha tenuto in scacco l’equilibrio tra Stato e anti-Stato. Mentre il mainstream lo liquida come l’ennesimo “boss delle stragi”, la verità storica ci restituisce una figura molto più complessa: l’uomo che ha trasformato la mafia catanese in un'appendice della massoneria e dei servizi segreti.

​LA MAFIA “INVISIBILE” DI CATANIA

​A differenza dei Corleonesi di Riina, feroci e sguaiati, Santapaola ha sempre coltivato il “modello catanese”: una mafia imprenditoriale, silente, capace di sedersi ai tavoli che contano. Santapaola non era un pastore prestato al crimine, era l’interfaccia della grande imprenditoria. Il suo potere si basava sui rapporti con i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” (Costanzo, Rendo, Graci, Parasiliti), i giganti dell’edilizia che spartivano appalti in tutta Italia. Nitto non era solo un boss; era il garante di un patto tra il crimine organizzato e i poteri occulti della Sicilia orientale. È nella Massoneria che risiede il vero segreto.

​La narrazione ufficiale lo vede tra i mandanti della Strage di Capaci. Ma un’analisi indipendente deve porsi una domanda: perché un uomo che aveva fatto della “sommersione” la sua forza avrebbe dovuto avallare una strategia terroristica che ha portato lo Stato a reagire con forza? Santapaola si piegò ai Corleonesi per sopravvivenza o per una strategia superiore? Molti collaboratori di giustizia hanno accennato alla presenza di “entità esterne” a Capaci. Santapaola, con i suoi legami nei servizi deviati, era l’unico a sapere chi, oltre ai mafiosi, volesse la morte di Giovanni Falcone.

I SEGRETI CHE PORTA CON SÉ

Nitto Santapaola muore nel silenzio del 41-bis, portando nella tomba risposte a domande che l’Italia non ha ancora avuto il coraggio di formulare chiaramente:

1) ​Il rifugio di via Tripoli: come ha fatto a rimanere latitante per anni a Catania, la sua città, protetto da una rete di complicità che arrivava fino ai vertici della magistratura e delle forze dell'ordine dell'epoca?

2) L’omicidio Pippo Fava: la morte del giornalista che per primo osò scrivere dei legami tra mafia e imprenditoria catanese. Santapaola è il mandante, ma chi gli diede il “nulla osta” politico per eliminare una voce così scomoda?

3) ​La trattativa: se Riina era il braccio armato, Santapaola era la mente diplomatica. Sapeva tutto sui contatti tra Cosa Nostra e i nuovi referenti politici dei primi anni ‘90.

​“A Catania la mafia non esiste”, si diceva negli anni ‘80. Santapaola è stato l’architetto di questa menzogna, costruendo un impero che non sparava, ma corrompeva.

LA FINE DELLA “VECCHIA GUARDIA”

​Con la sua scomparsa, svanisce l’ultimo grande archivio vivente di quella mafia che non voleva distruggere lo Stato, ma diventare Stato. La sua morte non è una vittoria della giustizia, ma una sconfitta della verità: un altro pezzo di storia d’Italia che scivola nell’oblio senza che i nodi cruciali siano stati sciolti. ​Rimane un’eredità di ombre. La “mafia dei colletti bianchi” che lui ha contribuito a fondare non è morta con lui; ha solo cambiato abito, abbandonando la lupara per i software di criptaggio e la finanza internazionale.


di Alessandro Cucciolla