Trent’anni di buio

martedì 3 febbraio 2026


Il caso Zuncheddu e l’urgenza di una giustizia che non arrivi fuori tempo massimo

La vicenda di Beniamino Zuncheddu non è semplicemente una cronaca di errori, ma una ferita aperta che interroga la coscienza civile dell’Italia intera, rappresentando una delle pagine più inquietanti della nostra storia giudiziaria. Un uomo ha trascorso tre decenni dietro le sbarre da innocente, privato della propria libertà sulla base di una ricostruzione processuale che il tempo ha rivelato essere profondamente errata, dimostrando come la definizione di “errore giudiziario” sia drammaticamente riduttiva per descrivere un fallimento sistemico di tale portata. Questo caso evidenzia l’incapacità dell’ordinamento di autocorreggersi in tempi ragionevoli, sollevando il velo su un meccanismo processuale che, talvolta, sembra trasformarsi in una morsa di conferme per tesi preconcette piuttosto che in una ricerca della verità. Come sottolineato con vigore da Lorenzo Midili, vice commissario provinciale di Viterbo per Noi moderati, “questa tragedia impone una riflessione profonda sulla necessità di una difesa che sia realmente efficace dal e nel processo”. Midili pone l’accento su un punto nevralgico del dibattito attuale: la garanzia del cittadino non può poggiare sulla speranza nella serietà dei singoli, ma deve essere scolpita in precetti scritti e opponibili a tutti, poiché la legge ha il dovere primario di tutelare l’individuo dall’inefficienza e dai rischi derivanti da una mancanza di distanza strutturale tra chi accusa e chi giudica.

In un sistema dove pubblico ministero e giudice condividono lo stesso percorso di carriera e la medesima cultura ordinamentale, il rischio di un orizzonte professionale appiattito diventa concreto, minando quella parità tra accusa e difesa che dovrebbe essere il pilastro del giusto processo. La riforma della giustizia e il sostegno al “” nel dibattito referendario assumono dunque un significato che trascende il tecnicismo normativo per abbracciare una visione di civiltà; non si tratta di indebolire la magistratura, ma di riconoscere la primazia delle garanzie processuali e un equilibrio dei poteri che responsabilizzi ogni attore del sistema. Una giustizia che arriva dopo trent’anni cessa di essere tale, poiché una verità tardiva non può restituire la dignità calpestata né gli anni perduti.

L’appello di Lorenzo Midili è chiaro: “non dobbiamo attendere che il problema emerga ciclicamente attraverso nuove tragedie, ma dobbiamo prevenirlo attraverso la certezza del diritto e la separazione dei ruoli, garantendo che il giudice sia una figura terza, capace di una sintesi distaccata e non condizionata da logiche di appartenenza”. Il caso Zuncheddu deve smettere di essere considerato un’eccezione statistica per diventare l’insegnamento fondamentale che spinge al cambiamento, ricordandoci che limitare l’arbitrio e introdurre pesi e contrappesi non serve a difendere i colpevoli, ma a costruire uno scudo per gli innocenti e per la democrazia stessa.


di Domenico Letizia