Un ricordo imperiale: Farah Diba

venerdì 23 gennaio 2026


Molti anni sono passati dal tempo in cui ebbi rapporti con la Casa reale della Persia. Allora collaboravo strettamente con Salvatore Dino, un editore in evidenza per  qualche periodo. Dino era legato allo scià di Persia, sul quale aveva impegnato uno dei suoi enormi libri con la copertina dorata, spesso, la figura del personaggio, caratteri all’antica. Opere artigianali artistiche, personaggi da Ronald Reagan al Pontefice Karol Józef Wojtyła. Salvatore Dino aveva commissionato al carissimo amico Ugo Spirito, per conto dello scià, un libro, un tentativo di modernizzare la Persia, interventi dello Stato e privati con le ricchezze del suolo persiano a finalità di  industrializzazione, occidentalizzazione del Paese. È un punto essenzialissimo che vale anche oggi. L’Iran (o Persia) è vicino all’Europa anche se musulmano, addirittura sciita. Ha tracce culturali assolutamente laiche, razionaliste, non fidestiche. A partire da Zaratustra-Zoroastro, che è il fondatore della religione razionale, per dire, il comportamento razionale dell’uomo che sceglie tra le divinità del bene e del male. Il controllo della ragione personale. Concezioni che si travasarono nettamente nella Grecia, e poi nella cultura europea. Ebbene, questa parte della civiltà persiana è importantissima, e non da trascurare il grandioso Medioevo della civiltà persiane con una personalità, tra le molte, modernissima ed eterna, Omar Khayyam, la vita, il vino dell’esistenza contro la morte. Ma dico una scaglia, e minima.

Eravamo in contatto, soprattutto Dino, con l’ambasciatore Ali-Naghi Said Ansari, un  europeo, con volontà di esserlo. Voglio dire, totalmente persiano ma non estraneo, non ostile, tutt’altro, all’Europa. Si discuteva con totale libertà e scambievole cognizione. La rovina giunse dalla disputa sul petrolio che lo scià voleva usare per fini nazionali e in ambienti europei coadiuvato da un italiano energico, Enrico Mattei, e con formule economiche innovative, il famoso 50 per cento. Ma lascio agli analisti se fu questa la causa della fine della monarchia persiana e il giudizio sulla maniera di governare del monarca.

Lo scià aveva ripudiato la celebre consorte, Soraya, che non generava. Si era coniugato con una distinta giovane, Farah Diba. Dino aveva lentamente, dal niente, raggiunto il possesso di una stupefacente villa sull’Appia antica, animavamo incontri culturali di livello mondiale. Quando lo scià Reza Pahlavi, esiliato, morì, dopo qualche tempo Dino mi disse che sarebbe stata in Villa Farah Diba e l’avremmo accolta insieme. Venne e rimase giorni in Italia, a Roma, non saprei quanto altrove. La accompagnai, le descrissi, in francese, le opere di pubblicazione, Nicola Abbagnano, Ugo Spirito, Vittorio Sermonti, Rocco Buttiglione, miei, Umberto Capuzzo, Battista Mondin, e le cosiddette Grandi opere, tra le quali una sullo Scià, con anche fotografie dello scià con Dino. Paziente, attenta, interessata, elegante senza eccessi, snella, alta, portamento signorile non regale, non altero, sembrava un’europea alto-borghese, e dava una impressione di riguardosa dignità per sé e per gli altri. La dico: europea perché è o dovrebbe essere il nostro stile di vita. Rispetto. Tutt’altra persona la sorella dello scià, venne anche lei. Piccola, sfarzosa, occhi animosi, di lucente verde-azzurro, rapida di gesti, selvaggia, acquatesca, unghiata, non temendo farsi temere, nettamente abituata al comando, quando le dissi che ci spiaceva la loro vicenda mi sfidò con uno sguardo rabbioso, occhi contro occhi. In posizioni di comando credo che non risparmiava il prossimo. Due aspetti dell’umanità, Farah Diba e Ashraf Pahlavi.

Traggo una persuasione. Ho viaggiato abbastanza. Ho notato che popoli chiusi, totalmente fanatici di se stessi sono pochissimi. Che l’Italia è straordinariamente apprezzata, e anche l’Europa. Per l’arte, la cultura, la cucina. Ma soprattutto che vi è sempre gente che ama conoscere l’altro, specialmente goderne l’arte. D’altro canto, come non amare l’arte ovunque nasca. E la natura! A parte Enrico Caruso e Aureliano Pertile le migliori esecuzioni di canzoni classiche napoletane le ho udite in Corea del Sud e Russia, e il migliore Filippo II (Don Carlo) è il bulgaro Boris Hristov, e le opere liriche cinesi, da noi sconosciutissime, e le musiche indonesiane, scozzesi, irlandesi, e le zarzuelas spagnole e le icone ortodosse. Ma dico l’ovvio per trarre il non ovvio: conoscere e ammirare è fondamento della coesistenza. Non illudersi ma non ignorare il “bellodegli altri. Senza illudersi, ripeto, ma senza deludersi prima di conoscere. E non rendersi spregiatori per predare. Questo paralizza la convivenza. Comunque, se conosci l’altro nella parte migliore e ti difendi dalla parte peggiore si potrebbe convivere.

Forse i Pahlavi torneranno a regnare. È un’ipotesi, se ne parla. Farah Diba ha 88 anni. Ma la regina, se diventa madre dello scià Reza Ciro, mi recherò in Persia. Non solo per incontrare la regina madre. Per incontrare la giovinezza! Che non torna sul trono! Ricorda, maestà quando…


di Antonio Saccà