L’urlo di Crans-Montana: quando la giustizia dimentica il peso del sangue

venerdì 16 gennaio 2026


C’era un tempo in cui la Svizzera rappresentava, nell’immaginario collettivo, l’elogio delle cose ben fatte, il tempio della precisione e della rettitudine. Era il Paese degli orologi più giusti, quelli che non perdevano un secondo e che si ricevevano per la Cresima: quelli dal tempo perfetto. Era la Svizzera della cioccolata che, nel 1945, mi arrivava da bambino, in anni vissuti come un miracolo del dopoguerra; un pezzetto di cioccolata che sapeva di mondo onesto, senza guerra. Ricordo ancora da bambino di tre anni, camminare per la strada centrale, con la mia prima banana, arrivata dalla Svizzera, in mano, non la mangiavo, la esibivo. Era uno stendardo di vanto: cose importante da un paese importante quanto inaccessibile.

A quella Svizzera voglio ancora credere. Proprio per questo oggi non posso accettare che la sua giustizia appaia sfuocata, esitante, quasi reticente davanti all’urlo che sale dalle vette di Crans-Montana. Un grido che il tempo non può e non deve soffocare: quaranta vite spezzate in un istante e centinaia di corpi segnati per sempre dal fuoco. Un’eco che rimbalza contro il muro di una giustizia che fatica a trasformare il dolore in responsabilità reale.                                                                                                     

A quanto appare il problema non è solo giuridico. È profondamente e radicalmente etico. Come si punisce l’imponderabile quando diventa colpa? Come si giudica un evento quando il danno non è solo materiale, ma inciso nella carne, nella psiche, nella possibilità stessa di una vita piena ora non più, o andante tra il mai più o il possibile ancora incerto? Qui la giustizia moderna mostra tutta la sua fragilità, perché è abituata a misurare ciò che è quantificabile, ma inciampa davanti a ciò che pesa di più: il dolore. Parlo per esperienza diretta. Da ex operatore ospedaliero conosco l’inferno dei malati del reparto grandi ustionati. So cosa significa un dolore che non concede tregua, fatto di medicazioni che sono torture pluri-quotidiane, di notti senza sonno, di una sofferenza che non termina con la cicatrizzazione della pelle. Si resta vivi, sì, ma a un costo fisico, psichico e sociale che accompagna per sempre.

Questo dolore non è un effetto collaterale: è il danno stesso. Ignorarlo o ridurlo a una voce accessoria significa perpetuare l’ingiustizia.                                                                                                    

È qui che diventa necessario tornare ad Aristotele. Nell’Etica Nicomachea (libro V), il filosofo distingue tra giustizia distributiva e giustizia correttiva o restitutoria. La prima assegna beni e oneri secondo proporzione; la seconda interviene quando un’azione ingiusta ha spezzato l’equilibrio tra gli uomini. La giustizia restitutoria non si limita a compensare economicamente, ma mira a ricostruire l’ordine violato, qui col dolore eliminando il vantaggio dell’offensore e riconoscendo integralmente il danno dell’offeso. In questa prospettiva, il danno non è solo patrimoniale. È anche, e soprattutto, dolore sofferto, perdita di integrità, di autonomia, di futuro. Per Aristotele, dove permane uno squilibrio, la giustizia non è compiuta.

Se chi ha causato il danno conserva beni, sicurezza o prospettive mentre la vittima conserva solo ferite, l’ingiustizia continua ad agire nel tempo e qui si innesta la triade antica che orientava il vivere civile: ieri, oggi, domani.
Ieri è il tempo delle cause, delle omissioni, delle responsabilità che hanno preparato la tragedia.
Oggi è il tempo del dolore concreto, dei corpi feriti, dei morti che non possono più parlare.
domani è il tempo della giustizia o della sua assenza.                                                                                 

Se il domani non restituisce equilibrio, l’evento resta incompiuto e la ferita rimane aperta. Per questo la pena non può ridursi a una detenzione astratta o a un risarcimento parziale. La giustizia restitutoria (aristotelica), impone che la condanna coincida con la privazione totale di ogni beneficio materiale in capo ai responsabili, senza salvaguardie legate alla loro “vita futura”. I morti non hanno futuro. I feriti ne hanno uno profondamente compromesso. Restituire significa assumere fino in fondo il peso del danno prodotto, incluso il dolore sofferto e il costo umano delle cure a vita. Se il patrimonio dei privati responsabili non fosse sufficiente a colmare l’enormità del danno, cure, assistenza permanente, riconoscimento del dolore fisico e morale, deve intervenire lo Stato come garante immediato dell’equilibrio infranto, rifacendosi poi integralmente sui singoli responsabili pubblici.

Uno Stato che ieri è stato modello di efficienza non può oggi essere colpevole per omissione, né domani rifugiarsi nell’oblio.  Gli antichi sapevano che nessun male deve restare senza risposta, perché una giustizia che tentenna non ferisce solo le vittime: ferisce la fiducia collettiva nella possibilità stessa di una comunità giusta. Se la giustizia di uno Stato non restituisce o non si impone per restituire, delegittima sé stessa.    

Se anche questa volta il dolore verrà archiviato, l’unica risposta rimasta sarà il dissenso civile: disertare i luoghi del benessere, abbandonare piste e hotel come gesto di partecipazione al dolore, come chiesto nel precedente articolo, di chi è ancora prigioniero di un letto d’ospedale. Non è per avere vendetta, ma per memoria e responsabilità. Perché la giustizia, per essere degna di questo nome, deve tornare a essere correttiva, restitutoria, esatta, come quegli orologi che ammiravo da bambino alla cresima. Se necessitasse un pensiero latino, qualora quanto riferito non fosse sufficiente, pongo il detto di Ulpiano “Suum cuique tribuere” (Dare a ciascuno il suo), come sprono per agire in modo maggiormente equo.


di Antonio Nastasio