martedì 13 gennaio 2026
L’ultratrentennale persecuzione mediatico-giudiziaria del generale dei carabinieri Mario Mori aspetta di essere spiegata da storici degni del nome, i quali però oggi frequentano il primo anno d’università. Al momento, il generale Mori è inseguito da inesausti faccendieri dell’intrigo, annidati nei gangli degli apparati preposti ad agitare i fantasmi del complottismo e del deviazionismo. Cani rabbiosi vengono sguinzagliati a dilaniarlo, ma nella bocca non hanno denti adatti ad azzannare l’acciaio di cui è fatto. Li allontana a calci sul muso. E i cani guaiscono, tornando dai padroni che non se ne capacitano. Niente spiega il rosario di censure, accuse, sentenze, inchieste, articoli che un mondo oscuro gli ha appeso al collo, sospendendolo nell’irreale condizione tra correità e fellonia.
Il martirio, invece, è la posizione giusta che hanno costretto il generale Mori ad occupare suo malgrado. Come altro definire questo San Sebastiano con indosso la divisa turchina dell’Arma? Un soldato al quale le mille frecce, come al martire cristiano, non hanno tolto la vita, né la flagellazione, che schiantò il martire cristiano, ha intaccato la fibra eccezionale. Mille frecce scagliate da archi potenti impugnati da arcieri incappucciati e no. Il flagello che non ha mai smesso di sferzarlo. Un uomo determinato a resistere perché alle postume rivalutazioni storiche sa continuare ad opporre le rivendicazioni dell’esistente. Finché i rimestatori instancabili di rivangare la sua vita non desisteranno, Mori resisterà.
di Pietro Di Muccio de Quattro