martedì 13 gennaio 2026
L’articolo che Andrea Riccardi ha dedicato, sulle colonne del Corriere della Sera del 31 dicembre 2025, al messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata mondiale della pace 2026, mette in guardia dal rischio di sottovalutare una posizione che appare “controcorrente”. La figura “mite e gentile” di Leone XIV può infatti indurre a “passare oltre, distratti, come fosse una parte che deve recitare”, ma si tratterebbe di un errore di prospettiva. La formula pronunciata dal Pontefice fin dalla sera della sua elezione, l’8 maggio 2025, quando dalla Loggia delle Benedizioni aveva annunciato la sua intenzione di testimoniare “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”, costituisce il nucleo di una denuncia articolata con crescente radicalità: quella di un “pensiero unico” che domina oggi il dibattito pubblico, dove “chi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici”.
Il Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, pubblicato l’8 dicembre 2025, sviluppa questa linea partendo dalla scena evangelica in cui Gesù ordina a Pietro di rimettere la spada nel fodero, frase che, lungi dall’essere mera immagine edificante, “archivia secoli di guerre religiose e manifesta sospetto verso le armi”. Ma la predicazione non rimane sospesa nell’astrazione: viene registrato con precisione l’aumento del 9,4 per cento delle spese militari nel 2024, denunciato “il crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole”, osservata la diffusione di “una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza” che sostituisce quella “cultura della memoria” capace di custodire “le consapevolezze maturate nel Novecento” senza dimenticarne “i milioni di vittime”.
L’analisi raggiunge il proprio acme quando giunge al cuore dell’argomentazione papale. Come “i ripetuti appelli” al riarmo “sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui”, così Leone XIV risponde che “la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. In un mondo armato e preparato allo scontro, il Papa teme il manifestarsi del “fatto imprevedibile”, quella scintilla che, come un fulmine in un cielo gravido di tempesta, può innescare l’incendio planetario. Di fronte alla politica del “tutti contro tutti”, con istituzioni multilaterali “deperite”, la Chiesa si presenta come una grande “internazionale” disarmata ma “conscia di un’autorità”, il cui messaggio matura “nell’ascolto dell’umanità, attraverso una miriade di comunità ovunque diffuse”.
È a questo punto che Riccardi solleva l’obiezione più ovvia: “Ma non è troppo generale? Non si dice da chi viene la minaccia che obbliga a scelte... Non è una visione buonista e sopra le parti?”. La risposta consiste nella riaffermazione di un principio lapidario: “La bontà è disarmante”. Questa formula assume un significato denso nella misura in cui implica l’esistenza di una forza propria della bontà, di una capacità di trasformazione che non si fonda sulla minaccia né sulla coercizione. Viene rifiutato esplicitamente quello che viene definito “il realismo della guerra” come “quadro in cui pensare il futuro”, osservando che “non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza”. A questo si contrappone “la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale”, una via che viene riconosciuta come “smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti”, ma che proprio per questo richiederebbe “il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali”.
Riccardi conclude osservando che si tratta di “una visione che merita di non essere archiviata facilmente”, e in questo ha certamente ragione. Ma proprio nel momento in cui si invita a prendere sul serio la proposta papale, la formula “pace disarmata e disarmante” rivela una tensione interna che merita di essere esplorata con rigore.
I due termini — “disarmata” e “disarmante” — non possono essere trattati come sinonimi o come semplici variazioni stilistiche dello stesso concetto, nella misura in cui designano due dimensioni profondamente diverse dell’esperienza che si intende nominare. Una pace “disarmata” indica una condizione, uno stato di chi ha deposto le armi o non le ha mai impugnate, una situazione nella quale ci si presenta all’altro senza strumenti di offesa o di difesa, accettando le conseguenze che tale condizione comporta, prima fra tutte quella di trovarsi esposto alla violenza altrui senza possibilità di rispondervi con la forza. Ma il termine “disarmante” introduce una complicazione di tutt’altra natura, nella misura in cui non designa più uno stato passivo o una condizione di impotenza, bensì una capacità attiva, un potere che si esercita sull’altro trasformandone la disposizione e la condotta: dire che qualcosa è “disarmante” significa affermare che essa possiede la forza di far deporre le armi a chi le impugna, che essa è in grado di trasformare l’armato in disarmato. Ma se è così, la domanda che non può essere elusa è questa: con quale forza, la pace “disarmante”, disarma? E se essa possiede una tale forza, in che senso il prodotto di ciò che questa forza ottiene — il disarmo dell’altro, la sua trasformazione — può ancora essere chiamato “pace”?
Il problema risiede nella struttura stessa di ciò che si intende per “azione”, in quella dinamica fondamentale attraverso la quale l’essere viene piegato alla volontà di chi agisce. Agire significa, in senso proprio, far passare qualcosa da uno stato ad un altro stato, produrre una trasformazione nella realtà, modificare ciò che è in modo che diventi altro da sé, come il vasaio che plasma l’argilla informe conferendole una figura che prima non possedeva, o come il fiume che, alterando il proprio corso, modifica irreversibilmente il paesaggio attraverso cui scorre. Quando si afferma che la bontà è “disarmante”, si sta affermando che essa produce un effetto: fa sì che chi impugnava le armi le deponga, che chi si preparava alla guerra si disponga alla pace. Ma questo passaggio da uno stato ad un altro − da armato a disarmato, da violento a mite − è precisamente ciò che costituisce l’essenza dell’azione: chi è armato e viene disarmato subisce una trasformazione, una modificazione del proprio essere. Poco importa che questa forza si manifesti attraverso la dolcezza della persuasione o attraverso la brutalità della coercizione fisica, giacché in entrambi i casi si tratta di far sì che l’altro cambi, che diventi diverso da ciò che era, che abbandoni una condizione per assumerne un’altra, e questo “far sì che”, questo produrre una trasformazione, è violenza. Poco importa, del resto, chi sia l’agente di questa trasformazione, se un uomo, un’istituzione, o Dio stesso: ciò che conta è la struttura dell’azione in quanto tale, il fatto che essa consiste nel far passare qualcosa da uno stato ad un altro, nel piegare l’essere alla volontà di chi agisce.
Ma perché la trasformazione è violenza? Occorre interrogare la struttura stessa dell’azione per comprenderlo, scavare nelle radici profonde di ciò che significa modificare la realtà secondo un progetto. Ogni azione è fondata su una decisione: chi agisce decide preliminarmente su quale parte della realtà esercitare il proprio dominio, traccia un confine attorno a ciò che intende trasformare − come un generale che delimita sul campo di battaglia il territorio su cui esercitare il proprio comando −, isola una regione dell’essere per sottoporla alla propria volontà. La struttura del dominio si fonda sulla decisione che isola la dimensione del dominabile, giacché non si dà azione senza questa preliminare delimitazione di un campo d’intervento, senza questa separazione di ciò su cui si agisce dal resto della realtà. E il decidere, in quanto tale, è già un separare: il dominio è decisione, e decidere significa separare.
Il linguaggio stesso lo rivela. La parola latina decidere è composta dalla preposizione de e dal verbo caedere, che significa “separare”, “tagliare”, “fare a pezzi”; la stessa radice si ritrova in occidere, “uccidere”: come l’uccisione separa un vivente dalla vita, recidendo quel legame che lo tiene avvinto all’esistenza, così il decidere separa uno stato di cose dalle altre possibilità, isolandolo per sottometterlo al potere di chi decide.
Quando si parla di una pace che “disarma”, si sta dunque parlando di un’azione che decide di strappare le armi a chi le impugna, che separa l’armato dalle sue armi, che recide il legame che lo unisce ai suoi strumenti, cosicché la pace che “disarma” è, per la struttura stessa dell’azione che essa compie, una pace che separa, che recide, che esercita quella medesima violenza che si manifesta, in forme diverse ma nella medesima essenza, in chi è armato.
Quando Leone XIV afferma che la bontà è “disarmante”, sta dunque affermando che essa possiede la capacità di operare questa separazione, di produrre questa trasformazione che piega l’altro alla propria volontà. Ma se la bontà agisce, se essa fa sì che l’armato deponga le armi, allora essa esercita un dominio, impone la propria volontà, realizza quel “far passare da uno stato ad un altro” che costituisce la struttura essenziale di ogni azione. Chi agisce decide preliminarmente quale parte della realtà sottoporre al proprio controllo, traccia un confine attorno agli enti che intende trasformare, li separa per farne oggetto della propria volontà: questa separazione, questo isolare una regione del reale per dominarla, è ciò che rende possibile l’azione, ma è anche ciò che la costituisce come violenza, non come accidente esterno o deformazione patologica dell’agire, ma come sua struttura intrinseca, come il nucleo ineliminabile di ciò che significa trasformare la realtà.
La contraddizione della “pace disarmante” emerge quindi con evidenza: se essa disarma, se essa trasforma l’armato in disarmato, allora essa agisce, e agendo esercita un dominio, e dominando separa, e separando compie violenza. La forza con cui la bontà disarma non può essere una forza diversa dalla forza delle armi semplicemente perché è più dolce o più persuasiva: essa è una forza diversa solo nella misura in cui è più potente, nella misura in cui è capace di vincere la resistenza dell’armato e di imporgli una trasformazione. Ma una forza che vince un’altra forza, una potenza che sottomette un’altra potenza, è precisamente ciò che si chiama violenza: poco importa − sul piano originario della comprensione − che questa violenza si presenti con il volto della mitezza o con quello della brutalità, giacché ciò che conta è che essa produce un effetto, che essa modifica l’altro, che essa lo costringe a diventare ciò che non era.
Questa contraddizione non può essere risolta neppure invocando l’onnipotenza divina, come se Dio potesse disarmare senza esercitare violenza in virtù della sua infinita potenza. L’esempio stesso che la tradizione cristiana offre di questa pretesa capacità divina di vincere senza combattere rivela, al contrario, l’inevitabilità della contraddizione: quando l’apostolo Paolo scrive che Cristo “morendo uccise la morte”, egli cade esattamente nella medesima aporia, giacché uccidere la morte significa esercitare violenza contro la violenza, significa opporre una potenza ad un’altra potenza in quello stesso conflitto che si pretendeva di superare. Se Cristo ha “ucciso” la morte, allora egli ha agito, ha trasformato, ha prodotto un effetto: ha fatto sì che ciò che era − la morte come signora dell’esistenza umana − non fosse più. Ma questo “far sì che non sia più” è precisamente ciò che costituisce la violenza, è l’imposizione di una trasformazione, è l’annientamento di ciò che è in nome di ciò che si vuole che sia, cosicché l’onnipotenza divina, lungi dal risolvere il problema, lo rende ancora più acuto: un Dio che disarma l’umanità con la forza della sua bontà non è meno violento di un sovrano che disarma i suoi sudditi con la forza delle sue leggi, ma esercita una violenza tanto più radicale quanto più assoluta è la potenza che la sostiene.
La “via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale” che Leone XIV propone come alternativa alla logica del riarmo si trova esposta alla medesima contraddizione. Il diritto internazionale, infatti, non è qualcosa che semplicemente “esiste” come un dato di natura o come una costellazione che splende indipendentemente dalla volontà umana, ma è qualcosa che deve essere imposto, fatto rispettare, applicato attraverso l’esercizio di una forza che costringe i recalcitranti all’obbedienza: quando si afferma che occorre “il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali”, si sta affermando che occorre dotare queste istituzioni di una forza sufficiente a far rispettare le norme che esse stabiliscono, a costringere gli Stati recalcitranti ad obbedire, a trasformare la volontà di chi viola il diritto nella volontà di chi lo rispetta. Ma una forza che costringe, che obbliga, che trasforma è ancora una volta violenza, anche quando si esercita in nome del diritto e della pace, giacché la mediazione stessa, che pure appare come la forma più pacifica di risoluzione dei conflitti, presuppone che il mediatore possegga un’autorità, un potere di persuasione, una capacità di far cambiare opinione alle parti in conflitto: e questo “far cambiare”, questo produrre una trasformazione nelle volontà altrui, è ancora una volta azione, dominio, violenza.
Non esiste una via d’uscita da questo circolo, giacché non esiste un agire che non sia separare, non esiste una trasformazione che non sia violenza, non esiste una pace che disarmi senza esercitare una forza superiore alla forza delle armi.
La visione di Leone XIV, che Riccardi giustamente invita a non archiviare facilmente, merita di essere presa sul serio proprio per portare alla luce la contraddizione che essa nasconde. La “pace disarmata” è possibile, ma solo al prezzo di accettare di essere esposti alla violenza altrui, di rinunciare a trasformare l’altro, di sottrarsi al dominio.
La “pace disarmante”, invece, è impossibile, giacché è una contraddizione e, dunque, è un’illusione che non diventa verità neppure quando viene pronunciata con le parole più solenni o invocata nel nome del Dio più alto.
Naturalmente, è appena il caso di richiamarlo, questo complesso di contraddizioni che avvolgono il rapporto della pace con la guerra, ma più in generale del rapporto tra il positivo e il negativo, non riescono a fare un passo in avanti finché si rimane all’interno della fede nell’azione − umana o divina − di trasformare le cose. Ma che le cose diventino altro da ciò che sono, e che dunque gli uomini o Dio possano progettare e realizzarne la trasformazione, è la verità, l’assolutamente innegabile? O si tratta semplicemente di una fede, di una condizione senza alcun fondamento se non la stessa volontà di credere che sia vero?
di Claudio Amicantonio