lunedì 12 gennaio 2026
È il sentimento che resta dopo il rogo della discoteca Svizzera e dopo le immagini dei funerali: il dolore trattenuto dei genitori, la loro dignità composta, la partecipazione silenziosa di un Paese che si riconosce colpito. In quelle immagini non c’era solo un lutto privato, ma una domanda pubblica che nessuna cerimonia può eludere né vicariare: com’è possibile morire così, in un luogo di svago, in uno Stato che si proclama modello di perfezione e funzionalità? E su questa nomea garantisce a priori su fatti ed eventi, ma questo è solo una credenza popolare o un evento isolato e se isolato perché non controllato?
Quelle morti hanno un nome: cupidigia di denaro e doppia non giustizia da parte della giustizia, almeno fino a ora. La chiamata alla cupidigia è nella logica del guadagno senza limiti, nella quale tutto diventa, se non lecito, certamente possibile, come il comprimere gli spazi, il forzare le capienze, il rinviare/rinunciare alla sicurezza, il trasformare il divertimento in un rischio (non calcolato?). Forse non è una fatalità, quasi certamente una scelta, e si ha quando il profitto viene prima della vita e l’esito non è un incidente, comunque, diviene conseguenza tragica di un perché: guadagnare, fare divertire, anche se questo comporta essere contro legge?
Le responsabilità, all’origine, sono individuali. Ma non devono finire lì perché, nel momento in cui uno Stato si pone come attendista e titubante sul non punire in modo adeguato chi ha reso possibile quella catena di decisioni, la responsabilità diventa pubblica e quindi dello stesso Stato. Se invece lo Stato si va ad affermare, con una giustizia che dall’esterno appare eccessivamente prudente, attendista, sproporzionata rispetto all’atrocità del dolore nella malattia o per altri nella morte dei cari, è tale che l’enormità del dolore si protrae in continuazione producendo una seconda ferita che è una seconda morte.
Sovente è così che la tragedia, di chi ne è direttamente colpito, conosce una seconda morte: quella istituzionale che, se non avviene tra le fiamme, è nel tempo e nella lunga attesa per tutto. E questo, non lenisce il dolore anzi lo raddoppia e trasforma lo smarrimento in sfiducia e, Dio non voglia. in disperazione, una disperazione che non è momentanea ma che va a svilupparsi nel tempo quando, per fisiologia, scema la partecipazione esterna e per contrappasso aumenta quella personale di chi è colpito direttamente dalla strage con un senso quasi di colpa magari per essere sopravvissuto.
Uno Stato che accetta che la vita “venga “compensata” con pene percepite come simboliche, abdica alla propria funzione etico morale, perché il non punire con fermezza porta in sé un significato, di fatto, di tollerare, e il tollerare significa rendere possibile che accada ancora. Da qui nasce una risposta che non invoca tribunali internazionali né conflitti diplomatici, ma che appare significativa nel porre le basi di una presa di coscienza civile e collettiva.
Una risposta immediata, partecipata, che si fa carico del dolore delle famiglie e si propone come alternativa al lento procedere della giustizia quella dell’allontanamento, dell’abbandono dei luoghi deputati al divertimento sulla neve, alle gare e, non da ultimo, alle commemorazioni che, prive di una reale denuncia, incidono poco sul piano solidale e morale. Una risposta che si riassume in una proposta semplice e radicale: torniamo a casa. La proposta: gli italiani presenti a qualsiasi titolo, vacanze, gare sciistiche, eventi sportivi, scelgano l’abbandono dal contesto svizzero anche chiedendo, ove possibile, la restituzione del denaro.
Questo non vuole essere una mera forma di protest,a ma una solidale affermazione che divertimento non significa dolore e per chi soffre per questa tragedia il dolore è molto non solo ora, ma anche nel tempo lungo.
Colpire attraverso l’assenza significa colpire il mancato guadagno. Poiché è stata la bramosia di denaro a produrre le condizioni che hanno portato alla strage, è proprio sul piano economico che si intende affermare un principio più alto: la vita umana non è negoziabile in nome di un profitto senza limiti, perseguito consapevolmente senza adeguate misure di prevenzione. La sicurezza ha un costo, e non sostenerlo rappresenta una patologia morale legata alla concupiscenza del guadagno.
Questo rientro in patria o spostarsi in altre nazioni dei connazionali lì in vacanze non rientra in una logica di ostilità preconcetta verso un Paese, ma ci si colloca nella sfera del lutto partecipato. È un atto di solidarietà verso le famiglie dei ragazzi morti bruciati vivi, vittime di una morte terribile o di una degenza ospedaliera altrettanto drammatica, in condizioni che solo chi lavora in un reparto per grandi ustionati può realmente comprendere, esperienza che lo scrivente conosce come lavoro direttamente, avendovi operato. Si tratta inoltre di un atto di protesta fondato su basi giuridiche e morali, rivolto contro un sistema di giustizia che, osservato dall’esterno, sembra non misurare fino in fondo il valore della vita umana.
La proposta di rifiuto a continuare a permanere è un atto di Giustizia anche se può apparire come un messaggio brutale: finché la risposta giudiziaria non sarà all’altezza dell’orrore, la normalità è un’offesa. Allontanarsi dai luoghi del divertimento e abbandonare il territorio non è fuga, ma dolore partecipato.
È l’unico linguaggio rimasto per gridare che il profitto non può giustificare tutto e che uno Stato credibile sa dire “mai” a certi prezzi.
Dobbiamo essere coerenti: singoli, famiglie, atleti. Il nostro “no” è un segno contro lo spregio di chi vuole dimenticare. La morte e ustioni non sono fatti passeggeri; resta incisa nei corpi di chi è sopravvissuto, condannato a una inabilità a volte totale alla vita. Parliamo di danni permanenti, di cecità, di quel respiro che manca perché il fuoco, per loro, non si è mai spento: continua a bruciarli ogni giorno nel buio della loro indipendenza perduta.
Mentre i responsabili fuggono con la cassa, ai sopravvissuti resta il peso di un ricordo che non aiuta, ma distrugge.
Resta per i sopravvissuti al rogo il dolore fisico costante che trasforma l’esistenza in una prigione a volte a vita forse non dissimile di quello che provano i parenti dei defunti. Sia chiaro, senza dubbi: questo rifiuto si erga come un monumento alla memoria di tutti. Perché, se non c’è giustizia per questo strazio, non si ferma lo scempio dell’umiliazione.
La morte deve ergersi alta come obelisco che rimane non solo a memoria ma a confronto/conforto per un dolore che non è più fine, ma l’inizio di una atroce e infinita dopo-morte e dopo malattia.
(*) Dirigente sup Giustizia in quiescenza; Giudice Onorario TS Mi non operativo
di Antonio Nastasio (*)