Psicanalisi riflessiva

venerdì 29 agosto 2025


Che cosa è la psicanalisi? Se lo domandava un mattino Silina Capsi in bagno, pensosa sulla tazza. Aveva sentito una risposta, una spiegazione che le piaceva assai. Le tornava alla memoria. La faceva sorridere. “La psicanalisi è quella malattia mentale di cui crede di essere la cura”, così Karl Kraus fulminò Sigmund Freud. Malattia? Cura? Kraus era conscio che l’inconscio di Freud non esisteva. Se fosse esistito, sarebbe stato un enigma irresolubile. Freud, che vantava d’averlo scoperto, all’inconscio teneva più che a un figlio prediletto. Kraus era pronto a riconoscere a Freud di aver inventato l’enigmistica. Per Freud l’inconscio era più d’un enigma perché gli diventava più enigmatico tentando di svelarlo.  Sennonché per Silina la psicanalisi assomigliava alla coclea, la vite senza fine di Archimede. Procede nell’inconscio all’infinito senza svuotarlo e svelarlo.

A Silina Capsi, confortata da Richard Feynman, le idee del freudismo, che avevano preso a girarle in testa, parevano una stregoneria. Diceva il professor Feynman, geniale Nobel per la fisica, che lo stregone può illuderti di curare la malaria agitando un serpente sulla tua testa, ma davvero di aiuto contro la malattia è il chinino. Feynman svergognava gli psicanalisti qualificandoli “gli stregoni di oggi”. Comunque, in omaggio al vantato scopritore, le venne di chiamare “sigmundite” l’imponente creazione di Freud, che nondimeno aveva contagiato moltissimi allievi a caccia di enigmi. Gli enigmisti patentati, presunti specialisti dell’inconscio, si erano chiamati psicanalisti perché suona meglio. Questi enigmisti non hanno nulla a che vedere con le parole crociate, un passatempo che Silina non disdegnava per svagarsi. Del resto amava chi sbertucciava le stramberie e le fumisterie del genere umano, specie quando propalate dai Dottor Purgone in tocco e toga. Kraus, nonostante fosse una mente brillante, ironica, acuta, che conosceva i caratteri degli individui, non aveva pazienti, soltanto semplici lettori. Insomma non fece scuola, sebbene divertisse, e non ebbe seguaci perché, pensò Silina, profondersi sull’inconscio riesce a qualsiasi psicanalista ma far ridere sul mondo e sugli umani richiede il talento delle anime elette.

Silina Capsi, sia chiaro, non era incolta, tutt’altro. Giudicava Freud, nonostante la “sigmundite”, un romanziere possente, originale, e qualche suo epigono quasi altrettanto. Nondimeno, la psicanalisi le appariva paradossale, antiscientifica come scienza e scientista come letteratura. La capivano soltanto il dottor Freud e il suo stuolo di enigmisti.  Spiegando un enigma con un altro enigma all’infinito, tutto resta enigmatico, pensava Silina, che tuttavia era ammirata e sconcertata dalla diffusione pandemica della psicanalisi. Milioni di individui, in tutto il mondo, pagavano parcelle salate per comprare la felicità o almeno la serenità. Sì, solo gl’infelici, veri o presunti; gl’inquieti, per qualunque motivo; gl’illusi, sterminatamente numerosi, vanno da maghi, streghe, cartomanti per trovare rimedi a problemi dell’anima o della semplice quotidianità. Silina credeva di ricordare che un’accurata biografia di Freud comprovava, verità storica, che non aveva guarito nessun malato, neppure l’unico caso attribuitogli. Insomma il dottor Freud più analizzava, più sprofondava nell’inconscio dei pazienti, fino a sparirvi come nelle sabbie mobili.

Silina Capsi aveva un amico, Vincent McMany, nato negli Stati Uniti, dove aveva vissuto abbastanza a lungo da dover ammettere che agli americani viene assegnato il telefono dello psicanalista assieme al numero della previdenza sociale. Le aveva confidato che, appena avvertono un prurito psicologico, gli americani corrono a grattarselo sul lettino dello psicanalista, al quale sono attaccati più della bandiera a stelle e strisce. Va bene che Freud dovette sfuggire al nazismo, trovando rifugio, salvezza, accoglienza negli Usa. Mai però nessun immigrato fruttificò come lui in quella terra di libertà. Al punto che la “sigmundite” divenne il più apprezzato dono del Vecchio continente al Nuovo Mondo. Dopo la Statua della Libertà, ovviamente.

Vincent, sebbene tiepido, era cristiano di religione. Meglio ancora, era cattolico saltellante. Insomma, un praticante occasionale. Invece dell’introspezione psicoanalitica aveva magnificato all’amica Silina che, essendo atea, era più esposta all’attrazione della psicanalisi quale ultima spiaggia dove salvarsi dalla disperazione; le aveva magnificato, dunque, la terapia dei credenti. I cattolici la chiamano confessione, una specie di seduta psicoanalitica antica di secoli e, incredibile a dirsi, rimasta gratuita. La Chiesa non l’aveva mai fatta pagare a chicchessia. Forse la millenaria gratuità ne ha sminuito il valore agli occhi del mondo intero, degli analisti e degli analizzati. Gli psicanalisti, ovvio che non potessero apprezzarla. Motivi di concorrenza, forse. Vincent, per amicizia e convinzione, aveva ripetuto a Silina che la confessione non risolve tutti i problemi che la psicanalisi pretenderebbe, mentre li lascia insoluti. Quindi lei non doveva ritenerla una terapia di complemento e completamento, bensì l’alternativa realistica, utile secondo necessità.  Ricordò, per dimostrazione, la volta in cui Silina soffocava per una purulenta tonsillite che si ostinava a curare con pillole omeopatiche finché, alle soglie dell’asfissia, il medico condotto non le somministrò una dose da cavallo dell’antibiotico specifico, che le salvò la vita.

Vincent riconosceva tuttavia che, se la psicanalisi sta all’inconscio come l’omeopatia alle malattie, nondimeno la confessione, nonostante il sacerdote e l’assoluzione, non assurge a panacea, ma risulta un buon rimedio generale che il malato può prescriversi da sé e curarsi senza ricette e farmaci. Per quante ne stiano sconsacrando e chiudendo, le chiese sono dappertutto e i preti rimangono numerosi, come gli studi e gli analisti. Per le confessioni non esistono prenotazioni, appuntamenti, liste d’attesa e onorari.

Silina principiava a valutare ed apprezzare gli argomenti di Vincent. Raccontare i fatti propri a un estraneo era pur sempre una confidenza che, fatta in assoluta sincerità, poteva risultare difficile, anche penosa. Il segreto religioso, assoluto, della confessione è garantito dal sacerdote che, dice la parola, fa da tramite tra l’umano e il divino. L’intimità della psicoanalisi è rimessa ad un segreto professionale. La sicurezza delle confidenze dovrebbe essere uguale in teoria. Ma l’affidamento non lo è affatto. L’analista conosce l’identità fisica e morale dell’analizzato, viepiù procedendo. Il prete no, se il confessando non vuole essere identificato, in ogni senso.mAlle corte! Non è una gara di riservatezza e segretezza, bensì tra chi abbia maggior pratica dell’animo umano. Se devi sostituire il confessionale al lettino come conviene fare, avvertì Vincent, non commettere lo sbaglio di correre a lamentarti da un pretino fresco di seminario e consacrazione. Per quanto fermo nella vocazione, egli resta un pivello come confessore. Da scartare. Un pretino può assolvere senza capirti. Perciò aveva suggerito a Silina di cercare un vecchio prete o un monaco attempato che per età e dedizione avessero già ascoltato ogni genere di peccati, veniali e mortali, ogni miseria umana, ogni turpitudine, ogni abisso morale, turbamenti d’ogni genere.

Silina pensava e ripensava, adesso guardandosi allo specchio. Ciò di per sé induce a riflettere. Non la convincevano né la confessione cattolica né la psicanalisi pagana. Rimuginava rispecchiandosi. Liberarsi l’anima al prete confidando nell’assoluzione quale bagno lustrale oppure purificarsi con rivelazioni allo sciamano addottorato in analisi esoteriche? In fondo in fondo Silina non era angosciata dal dilemma. Sentiva di poterne prescindere, sgombrare la mente. Pensava che non fosse un essere o non essere, un’alternativa vitale. Anche perché una prudenza ben coltivata e la connaturata saggezza l’avevano predisposta a considerare serenamente la vita, propria e altrui, e costruita come alter ego di sé stessa. Senza accorgersene, aveva preso a raccogliersi e indagarsi. Significava semplicemente sforzarsi di applicare la ragione alle cose dell’esistenza.

Nell’indugiare allo specchio, meditava spazzolandosi i capelli e rinfrescandosi la bocca. Ricercava l’inconscio senza consapevolezza. Rimirandosi, ora perplessa ora risoluta, faceva l’autoanalisi delle questioni esistenziali, piccole e grandi, che la sua immagine le richiamava alla mente come “neuroni specchio”. Misteriosamente, Silina esaminava i pensieri della persona altra da sé riflessa nello specchio. Così, nell’intimità domestica, schivando confessori e analisti, nel contemplarsi praticava di persona la psicanalisi riflessiva. Non una variante del freudismo.


di Pietro Di Muccio de Quattro