Inpgi 2, la vendetta (elettorale)

martedì 28 maggio 2024


Credevate che l’Inpgi, l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani, fosse morto e sepolto nonché rilevato dall’Inps grazie al Governo Draghi a causa del suo debito non più sostenibile?

Beh, vi sbagliavate. Adesso ce n’è un altro di Inpgi: l’Inpgi due. Che esisteva anche prima ma nessuno lo notava. E che da ieri prova a consumare la propria rivincita elettorale. In pratica, come a parafrasare il titolo di un noto film con Sylvester Stallone, ci sarà un secondo episodio: “Inpgi 2, la vendetta”.

Una vendetta fatta di cariche e poltrone da occupare in un sana competizione il cui vincitore sarà decretato dalle urne. Ma a cosa serve quest’Inpgi 2 per il quale tutti i sindacalisti del giornalismo si danno molto da fare? A garantire, si fa per dire, un minimo di pensione ai collaboratori sfruttati oggi più che in passato da editori senza scrupoli. Cioè tutti.

Garantire pensioni che difficilmente verranno mai erogate. Questo, almeno, nelle promesse pre-elettorali e negli spot video tipo TikTok mandati in giro sperando che qualcuno abbocchi. Un po’ come fa la politica del post-populismo, che molti dei giornalisti che concorrono criticano con piglio serioso quando non moralista.

Il problema è che “senza lilleri non si lallera”, come dicevano le donne di facili costumi in quel di Firenze già dai tempi di Dante Alighieri. Come si fa a promettere “pensioni più eque” a chi viene pagato dieci euro ad articolo? Mistero della fede sindacale e dell’ideologia “de sinistra”. Ma anche “de destra”.

Chi vivrà vedrà, ma intanto la campagna elettorale è in pieno fermento, anzi agitazione. Psicomotoria. D’altronde non più essendo disponibili le poltrone della vecchia Inpgi, molto ben remunerate, ci si accontenta di ciò che passa il convento. Anche consiglieri e presidente di Inpgi 2, nel loro piccolo, qualche stipendiuccio da non buttare via lo incassano. Sicuramente molto più alto delle “pensioni eque” promesse, come wishful thinking, ai collaboratori. E chi si accontenta più o meno gode. Amen.


di Rocco Schiavone