Ritratti. 13 maggio 1992: la sedia di Emiliano Mondonico

Ligabue, contro il cielo, urla in ogni dove. Emiliano Mondonico, invece, verso l’alto alza una sedia. È il 13 maggio 1992. Siamo ad Amsterdam, città di San Nicola e del dio con la maglia numero 14, noto come Johan Cruijff. Il Torino – che in semifinale mata (sportivamente parlando) il Real Madrid – nel capitolo successivo affronta l’Ajax (che elimina il Genoa di Osvaldo Bagnoli). In palio c’è la Coppa Uefa. La partita di andata, in Italia, termina 2-2. Il ritorno, in terra d’Olanda, finisce 0-0. Il trofeo va ad arricchire la bacheca dei lancieri.

Qui la fredda cronaca. Il secondo match, però, merita la menzione in prima pagina grazie al tecnico originario di Rivolta d’Adda, Comune cremonese di nemmeno 10mila anime. Il Mondo – dopo aver visto un rigore negato per un fallo sul capitano granata, Roberto Cravero – protesta alzando la sedia verso i numi. Quella sedia, dirà il diretto interessato più avanti, è simbolo di “chi tifa contro tutto e tutti. È il simbolo di chi non ci sta e reagisce con i mezzi che ha a disposizione. È un simbolo-Toro, perché una sedia non è un fucile. È un’arma da osteria. Il cuore granata non basta: i tiri di Walter Casagrande e Roberto Mussi piombano sul palo, mentre il fendente di Gianluca Sordo si stampa sulla traversa.

Nella sera dei miracoli, purtroppo, di prodigi non se ne vedono. Forse per dimenticare servirebbe un vino sincero. Un rosso da taverna. Anche perché Emiliano Mondonico è un tipo dalle imprese impossibili, di quelle sfumate per un soffio di vento mosso dal destino. Un destino che ha una data: 20 aprile 1988. Il tecnico lombardo allena l’Atalanta. La Dea milita in serie B ma è anche nel tabellone della Coppa delle Coppe. Per un motivo semplice: l’anno precedente retrocede in Purgatorio. Nonostante ciò, raggiunge la finale di Coppa Italia dove soccombe al Napoli. I campani vincono pure lo scudetto, guadagnando il diritto di disputare la Coppa dei Campioni. E liberando perciò una casella per i bergamaschi, che così possono partecipare alla competizione europea. Nessuno scommette una lira sui nerazzurri, che invece pian piano avanzano. Prima fanno fuori i gallesi del Merthyr Tydfil, poi i greci dell’Ofi Creta, a seguire i portoghesi dello Sporting Lisbona (memorabile la rete nella gara di ritorno allo stadio José Alvalade, che vale l’1-1, firmata da Aldo Cantarutti, corazziere di Manzano).

In semifinale ecco il Malines (che vincerà il trofeo). L’andata in Belgio mette a referto un 2-1 per i padroni di casa (Glenn Peter Strömberg va a segno per gli atalantini). Il ritorno è una bolgia: Oliviero Garlini da Stezzano porta in vantaggio i suoi su calcio di rigore. L’atto conclusivo del torneo è a Strasburgo. Arrivarci sembra un attimo. Ma ci sono ancora 45 minuti da giocare. Graeme Rutjes e Marc Emmers ribaltano il risultato, Michel Preud’homme blinda la porta. E il biglietto per l’Alsazia-Lorena viene strappato.

Chissà se quattro anni dopo Emiliano Mondonico, alzando quella sedia, avrà pensato a uno storico traguardo annusato e basta. Forse sì, forse no. Il tecnico morirà nel 2018, sconfitto da un male incurabile. In una intervista al Corriere dello Sport disse: “Ci sono trenta probabilità su cento che la Bestia ritorni. Ma, credimi, dopo quattro operazioni, l’asportazione di una massa tumorale di sei chili, di un rene, di un pezzo di colon e di intestino, sei pronto a tutto. E, ogni giorno di più, apprezzi il tempo che ti è dato. Il cancro non è invincibile, il calcio mi dà la forza per continuare a sfidarlo”. Una sfida a tutto e a tutti. Con una sedia. Un’arma da osteria. Ma non per questo meno nobile.